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Gianluca Bernardo

Sul tetto ci sentiamo a casa

E’ finita. Un disco che mostra come un nuovo e diverso “modo di vivere” sia possibile. Il terzo album dei Rein, un gruppo romano che è l’esempio concreto di come anche fare musica in modo diverso è possibile. Autoproduzione, condivisione, copyleft, basso costo dei cd. E tutto questo con qualità, intelligenza e senza prendersi mai troppo sul serio. Abbiamo parlato di tutto questo e del mondo caotico di oggi con Gianluca Bernardo, voce e autore dei testi dei Rein, collettivo più che semplice band.

Cominciamo dalla fine, da E’ finita, ultimo album dei Rein uscito ad ottobre. Critica aspra alla società del consumo ma anche proposta di un altro “modo di vivere”.

E’ un disco che arriva dopo il doppio album Occidente che era un lavoro molto “orizzontale”, molto vasto; invece E’ finita ha il merito forse di essere fondato su un aspetto in particolare. E’ un disco per certi aspetti più rock, più legato alle sonorità nordamericane e ha la caratteristica di mettere al centro una forte critica della società del consumo; cerchiamo infatti di analizzare quali sono i meccanismi che stanno dietro al consumo, che sono poi quelli che fondano l’attuale società, una società basata sul bisogno continuo di accrescere il PIL. Oggi è come se si misurasse un Paese vincente in base alla sua capacità di produzione, e per produrre di più si ha bisogno di indurre continuamente bisogni che poi vanno soddisfatti, pena l’esclusione sociale. Chi oggi è cittadino realmente non è colui che ogni cinque anni mette una croce su una scheda elettorale ma è quello che può entrare in un centro commerciale e spendere. Naturalmente tutto è studiato per farci diventare dei consumatori perfetti, il più possibile acritici e precoci; E’ finita è un po’ una provocazione ma anche una constatazione, noi siamo convinti che un modello del genere non abbia troppi anni di vita davanti.

La copertina del disco racchiude perfettamente questa critica alla corsa al consumo.

La copertina riflette su quella che è stata la storia di questa società consumistica, abbiamo infatti modificato il celebre quadro di Andy Warhol con la zuppa Campbell, che negli anni Sessanta rappresentava la serialità della produzione di massa, il manifesto di un’epoca, i “meravigliosi anni 60”, in cui tutti avevano la Vespa, la Cinquecento, era il simbolo di un mondo in espansione…noi abbiamo ripreso quel concetto e in quella scatola abbiamo messo dei vermi. Ora è da capire se quei vermi erano già contenuti all’interno oppure se è marcita in un momento successivo.

Nell’album troviamo un piccolo omaggio a Rino Gaetano, molto folk alla De Gregori, un po’ della poetica di De Andrè, sono questi i nomi dai quali prendete ispirazione?

La matrice cantautorale in noi è veramente forte, quando sei piccolo e ascolti le cose che ti formano, quelle ti danno un imprinting; poi dopo, quando forte di quel bagaglio ti confronti con tutto il resto, dovresti riuscire a far dialogare quelle che sono le tue origini musicali con il nuovo che arriva. Noi in merito a questo abbiamo sempre trovato Manu Chao un grande punto di riferimento, lui è stato uno dei primi a comprendere la forza della globalizzazione nella musica, invece di temerla. Abbiamo cercato di traslare questa sua capacità nella nostro modo di fare musica, aprirsi e provare a fondere cose diverse è qualcosa che c’ha sempre interessato molto.

Senti, come si fa musica senza grandi major alle spalle?

Da piccoli, verso i sedici anni, abbiamo avuto qualcuno che c’ha raccontato come funzionava il mondo delle major e ci siamo resi conto da subito che noi non eravamo interessati a diventare famosi o a fare soldi, quindi non abbiamo mai spedito una sola copia dei nostri lavori a nessuno, per scelta, non abbiamo mai avuto nessun tipo di dialogo con quella realtà. Ci siamo nel tempo costruiti sulle nostre spalle un atteggiamento da etichetta, i Rein sono infatti un “gruppo-etichetta”. Da indipendenti abbiamo poi costruito quelli che sono i nostri strumenti, il copyleft prima di tutto e il prezzo basso dei cd. Cerchiamo poi di mantenere un atteggiamento verso le persone che ci seguono di inclusione, lavoriamo molto sui social network, crediamo molto nella comunicazione diretta attraverso la rete.

Condivisione, copyleft. Concetti nuovi nella musica di oggi, però in realtà è un semplice tornare alle origini, quando la musica questo era: condivisione, stare insieme e suonare.

Vero, il primo esempio di copyleft è stata la canzone popolare, la canzone popolare non era di nessuno, non poteva essere sfruttata economicamente. Il discorso del copyleft è stato fondamentale per noi, molto gli dobbiamo a livello di immaginario e di consenso, è tra l’altro stata una scelta compiuta in tempi non sospetti, abbiamo pubblicato il primo disco in copyleft nel 2005 quando le licenze Creative Commons in Italia esistevano da nove mesi e nessuno sapeva che cos’erano. Noi lo facciamo per due motivi fondamentali, il primo è che crediamo sia giusto. La creazione non può essere considerata proprietà privata, si scrivono delle canzoni perché si ascolta altra musica, perché si sono letti dei libri, perché lo Stato ci ha fatto andare a scuola, quindi è giusto che si possa ridare indietro alla collettività una parte di quello che si è elaborato. L’altro motivo è che oggi, andando finalmente verso la fine dell’impero dell’analogico, con la possibilità della banda larga, dei social network, degli utenti che sono essi stessi creatori di contenuti, avere un contenuto che può circolare liberamente è una scelta al passo con i tempi. Fortunatamente questo è un cambiamento che non può essere fermato, io sono molto ottimista perché credo vada a chiudere il cerchio della società di massa che potrà evolvere in qualcosa di positivo grazie agli strumenti della rete e sicuramente anche la musica non potrà che trarne beneficio.

Parliamo del primo singolo. Sul tetto, terza traccia del disco, sembra quasi essere una bandiera, come un piccolo inno, e racchiude perfettamente il senso dell’album.

Sul tetto è una favola per certi aspetti, ma non è neanche tanto immaginaria. Io vado spesso sul tetto di casa mia, m’è sempre piaciuto andarci e mi sono reso conto che da lì il frastuono e la violenza della città sono come attenuati, diventano quasi sopportabili; si respira un’aria diversa, quasi poetica potrei dire. E’ una favola per dire che ciò che ci può salvare dalla macchina (del consumo) è solo un ritorno all’uomo, il tetto invita a sostituire quella soddisfazione che ciascuno di noi ha quando acquista una cosa, che è momentanea, con un tipo di soddisfazione diversa, forse anche più elevata, che sta nell’uomo e nella poesia. Certo è difficile costruire tutto questo, infatti il personaggio del nostro video sale su questo tetto, è entusiasta, si costruisce il suo piccolo mondo, poi però si guarda intorno e si dice “sono da solo?”…

Però al termine del video il protagonista viene raggiunto da altri che decidono di salire sul tetto insieme a lui.

Certo, la speranza è quella. La rivoluzione non funziona se è solo personale, dobbiamo rimpossessarci della dimensione collettiva. C’hanno levato una serie di cose in questi ultimi cinquant’anni, una è stata la dimensione collettiva e l’altra sono state le parole per chiamare le cose, queste due cose c’hanno reso schiavi: siamo delle persone sole e privati delle parole per chiamare le cose belle. Tutto quello di cui abbiamo bisogno ce lo forniscono, il nostro immaginario è sempre più piccolo, come è sempre più piccolo il nostro vocabolario: io ho molta paura di chi semplifica, non bisogna semplificare perché la realtà non è semplice.

Questo brano sembra essere, involontariamente, in linea con quello che sta accadendo in Italia in queste settimane…

Il brano Sul tetto è oggettivamente in sintonia con le proteste che stanno infiammando mezza Italia. È un brano scritto anni fa in cui si suggerisce un nuovo spazio per la lotta e per l'immaginario, un luogo non ancora utilizzato che ha un elevato valore simbolico: il tetto del Palazzo. È la ricerca e l'occupazione di uno spazio “altro” e “alto” di cui il potere non si è mai interessato, relegandolo a spazio per mettere antenne e ripetitori. Grande errore: i tetti sono potenti. Stanno al di sopra della palude, al di sopra del Regime, al di sopra delle ingiustizie. Da lassù la città militarizzata e cannibale “sembra quasi bella” (“anche se in fondo non lo è”), dal tetto ci si può riappropriare dell'immaginario, si può sognare qualcosa di diverso. Salire sui tetti significa letteralmente scavalcare il potere e sfidarlo su un piano in cui è ovviamente perdente: quello dell'idealismo e della poesia. Il potere, unito a doppio nodo al fascismo dei consumi, non ha nessuna carica ideale, non ha bellezza, non ha empatia. La lotta ha trovato oggi uno spazio vincente, una mossa a cui l'Uomo della televisione non sa e non può rispondere. Qualcosa di nuovo, di dirompente, di vitale. E allora, quando qualche giorno fa abbiamo suonato sul tetto del Rettorato occupato dell'Università di Messina, ci siamo davvero sentiti a casa. Una casa che forse, con le nostre canzoni, stiamo anche noi contribuendo a costruire.

 

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