Baustelle

Quali sensazioni provate nel vincere il Premio Tenco con “Amen”?
Molto positive, siamo felici e
onorati, anche in virtù del fatto che per la prima volta la giuria premia come
disco dell’anno il lavoro di una band. Non ho nulla contro i cantautori, anzi,
ma sono contrario al termine e all’etichetta di “canzone d’autore” che trovo
imprecisi e riduttivi. Secondo me esiste la musica leggera, bella o brutta, e
una manifestazione come il Tenco dovrebbe riconoscere la musica leggera di
qualità a trecentosessanta gradi. Ritengo giusto che oggi possano vincere dei
rapper o un gruppo rock. Ma soprattutto ci rende orgogliosi ricevere un premio intitolato
a Luigi Tenco. I nostri dischi
rispecchiano la tradizione italiana, in particolare quella dei cantautori degli
anni sessanta e settanta. Il riconoscimento ad “Amen” corona la nostra ricerca in quella direzione.
Siete una realtà della musica italiana; il Premio Tenco è il degno
coronamento di un 2008 che, nel caso fossero servite conferme, vi ha
ulteriormente rafforzati. Possiamo definirlo l’anno della vostra consacrazione?
É stato di sicuro un anno
importante in cui i tanti segnali positivi avuti con “La malavita” si sono
moltiplicati e il nostro pubblico è cresciuto. Consacrazione è un termine che
non userei prima di tutto per ragioni scaramantiche – poiché spero di avere in
futuro altre consacrazioni – e poi per il tenore religioso della parola che non
mi pare adatto, sa troppo di santino. Abbiamo avuto delle conferme, questo
sì.
Per promuovere Baudelaire e Il liberismo ha i giorni contati avete
girato due documentari a tema. Cosa vi ha spinti a uscire dalla solita routine
promozionale legata al videoclip?
Volevamo sperimentare un’idea di
comunicazione alternativa alla solita trafila del videoclip in tv e del singolo
alla radio, entrando nei canali commerciali con una forma che fosse di rottura;
ci siamo riusciti solo in parte ma pensiamo sia stato giusto misurarci con un
nuovo mezzo espressivo. I pezzi di “Amen”
lo chiedevano; i molti temi sociali e politici affrontati con il linguaggio
lirico, poetico e sintetico proprio della forma canzone si prestavano a essere
approfonditi con dei documentari. Perciò abbiamo deciso di svilupparli in
chiave più narrativa e per immagini attraverso una forma di cinegiornalismo.
La scelta è caduta su Catania e Berlino.
Catania ci è sembrata l’ideale per
Baudelaire. Sarebbe stato più bello fare interviste in tutta Italia, ma dal
momento che eravamo lì in tour abbiamo scelto la Sicilia, che più di tutte le altre regioni
ci sembrava simboleggiare la dicotomia tra vita e morte. È stato inoltre un regalo
per i ragazzi del Sud a cui mancano molte occasioni di concerti ed eventi
culturali. Parlando di esistenza a livello filosofico sono venute fuori le istanze
concrete legate al vivere quotidiano delle persone interpellate; si è parlato
di mafia, era il periodo delle elezioni amministrative. Quindi il nostro documentario
sulla canzone è andato piacevolmente fuori tema. Berlino è un’oasi di
sopravvivenza nel sistema occidentale. Non perché non vi sia il capitalismo, ma
la cultura dell’individualismo sfrenato tutto soldi, sesso e coca sembra averla
risparmiata, per ora. Nell’aria si respira un senso di rilassatezza. Se la vivi
di giorno può sembrarti vuota: tanto spazio e poca gente; ma appunto ci sono
spazi per chi vuole essere creativo. Ci si può vivere facendo musica mentre in
altre città europee non te lo puoi permettere: riesci a guadagnare a
sufficienza come cameriere part-time e ad avere tempo libero per coltivare i tuoi progetti,
compresi i più sperimentali.
Il liberismo ha i giorni contati tasta il polso del mondo contemporaneo
ma riguarda anche la perdita delle illusioni giovanili, tema comune a tutte le
epoche....
Non è solo la perdita delle
illusioni, la canzone racconta di questo preciso momento storico. Mio padre,
che in un momento della sua vita avrà sicuramente visto venir meno le sue illusioni
giovanili, ha coltivato con successo da adulto altre “illusioni”: la famiglia,
il lavoro, riuscire a mandare i figli all’università. Oggi non riusciamo a
creare una prospettiva per il futuro. A trentacinque anni non penso di avere
figli e mi spaventa l’idea, vivo alla giornata. Così tanti amici e coetanei.
Anna, la protagonista, è nella situazione di molti giovani d’oggi, testimone
di una società allo sbando. Nel testo però accenni alla tua situazione di
artista. Quale ruolo può avere un autore di canzoni di fronte a questo disagio
diffuso nei meandri della società del “benessere” e della “libertà”?
Ha un ruolo anche per il solo
fatto di esserci. Riuscire a fare arte o musica oggi è una conquista di per sé.
La nostra società non dà vero spazio all’arte: a Milano ogni manifestazione è sponsorizzata
e diventa un business. D’accordo, così va il mondo, ma se questo sistema non
lascia alternative allora è facile vedere persone infelici come Anna. Ne
conosco tante, purtroppo.
Di “Amen” si potrebbe discutere molto. Possiamo usare in senso astratto
la parola "progressivo": partendo dalla matrice riconoscibile del vostro sound
lievita dando spazio a tantissima materia sonora. È il vostro disco più
sperimentale e completo: in senso figurato anche la sua forma, come i
contenuti, vuole tendere all’infinito?
In parte, se intendiamo il cercare di riprodurre l’infinito in uno spazio
finito tipico, per esempio, dell’arte barocca. Sotto il profilo musicale è un lp
creato riempiendo tutti gli spazi possibili. Non puoi tendere all’infinito in senso
letterale perché altrimenti avresti un disco in perenne registrazione; tuttavia
“Amen” è un’opera stratificata, barocca, in questo la sua forma musicale può sì
tendere all’infinito.
In una prima fase il disco è stato scritto e prodotto interamente al
computer. Il software immagino dia una bozza migliore del lavoro finito prima
di iniziare la registrazione?
Il computer ti permette di arrangiare nel minimo dettaglio e sempre con
maggiore precisione. La preproduzione di “Amen” non l’abbiamo fatta suonando tutti in una stanza ma lavorando
ciascuno per conto proprio. Le parti di Rachele e Claudio confluivano da me che
le aggiustavo e aggiungevo le mie: il primo risultato è stato quindi il disco
finto suonato con un software. La scelta è stata consapevole; il prossimo album
vorrei fosse concepito in maniera opposta, suonando insieme. Il software ti
spinge a essere sovrabbondante: è la sensazione completa di dominio sul mondo che
ti danno tutte le combinazioni strumentali a disposizione. “Amen” tende
all’infinito proprio perché già nato virtualmente con tutti gli strumenti
possibili e la libertà assoluta di fare. Se invece vuoi incidere un disco
intimo e usi lo stesso metodo, probabilmente ti troverai ad aggiungere,
aggiungere, aggiungere, e allora il disco intimo diventerà quasi come “Amen”....
Bisogna in ogni caso avere un progetto e piegare il programma alla tua volontà
creativa, altrimenti si rischia l’autogol.
Come pensi che la tua scrittura sia cambiata o si sia evoluta fino a
oggi?
Si è evoluta sicuramente. Non so se
in bene o in male. Il mio procedimento di scrittura non ha regole ma tendo a
scrivere prima la musica non arrangiata, poi le parole, e a pensare in ultimo
all’arrangiamento.
Leggendo i tuoi testi così ricercati e curati anche dal punto di vista
metrico verrebbe da pensare che nascano prima o insieme alla musica.
No, anzi. É una sfida, cerco
sempre di scrivere i testi dopo la musica: mi piace trovarmi in difficoltà con
la melodia e dover inserire le parole in una struttura preesistente.
Raggiungere dei risultati con questa costrizione formale dà molta più soddisfazione:
mi sembra di essere riuscito a incasellare l’incasellabile.
A proposito di strutture, quella di Antropophagus è assolutamente
inusuale.
Ho composto la prima parte nella
maniera classica, per chitarra e voce, poi nell’arrangiarla con il software mi
è venuta l’idea di farne al suo interno un remix. Così è nata la coda finale,
in cui tra l’altro campioniamo la colonna sonora di “Cannibal Holocaust”.
Charlie fa Surf ha un testo più complesso di quanto molti pensano. Non
tutti lo hanno capito, penso a Don Mazzi e ai suoi strali su Famiglia
Cristiana.
É un testo cattivo ma di una
cattiveria ironica, ed esprime vera compassione verso gli adolescenti. Io
stesso mi sento, come Charlie, imprigionato in un’uniforme. A differenza di lui
so che esiste un’alternativa a questa società e alla sua cultura che fa credere
ai ragazzini di essere l’unica possibile. Forse Don Mazzi non ha colto
l’ironia. Il limite dei cattolici e degli uomini di
Chiesa, che pure hanno a cuore tematiche difficile come il recupero di
adolescenti e giovani in situazioni disagiate, è che forse si chiudono gli
occhi, il loro dogma non fa loro vedere la realtà; dovrebbero prima aprirli,
gli occhi, vedere, dimenticarsi di appartenere ad un credo e poi riprenderlo
dopo, il credo.
Il filo conduttore dei testi di “Amen” è una ricerca laica del Sacro.
Ti definisci un ateo ossessionato dall’idea di Dio.
Confermo tutto, in tutte le
canzoni c’è Dio, anche in negativo. Pur essendo io ateo, un mondo simile mi
spinge ad alzare la testa e cercare dell’altro; in questo “altro” c’è anche Dio.
Non lo riesco a trovare ma ne sento la necessità.
In Alfredo c’è un po’ di te bambino? Non è il solo testo in cui usi la
prima persona per narrare i tuoi personaggi: posso chiederti se Charlie, Sergio
o Il corvo Joe raccontano una parte di te?
Sì, è inevitabile, negli esempi
che hai fatto c’è una parte di me, e in Alfredo in particolare una parte di me
bambino che ora non c’è più. Ho vissuto in diretta il dramma di Alfredino Rampi
immedesimandomi in lui, dal momento che avevo più o meno la stessa età e abitavo
in paese di campagna dove c’erano dei pozzi artesiani e il pericolo di caderci era lo stesso.
La canzone è la storia del sacrificio di un innocente, di un puro, ostentato da
un Dio crudele – come quello dell’Antico Testamento – alla società dei grandi e
dei non puri, dai politici ai calciatori. All’epoca non sapevo cosa fossero la P2 o le BR, conoscevo Platini o Zico, ma nel testo ci sono sicuramente io nel 1981. Mi sono sentito anch’io
Alfredino. Soltanto questa estate ho saputo che un batterista mio amico era il
suo compagno di banco; me lo ha raccontato venendomi a trovare in tournée, e
nel farmi i complimenti mi ha confessato di aver ritrovato in Alfredo il suo
amico e se stesso. La canzone parla di tanti bambini che cadono nel pozzo...
In Baudelaire c’è l’idea di cercare il Sacro e il senso della vita
nell’arte. Può essere la risposta, un modo per non arrendersi? Come mai avete
scelto proprio la figura di Baudelaire?
Abbiamo scelto il nome di Baudelaire per esigenze di metrica e per
l’immaginario che porta con sé. Il messaggio non è cercare nell’arte la
soluzione al male di vivere o trovare un motivo per vivere nell’arte, ma
cercare di vivere la vita come se si stesse creando un’opera d’arte. Baudelaire
parla della possibilità di applicare il metodo di creazione di senso tipico
dell’arte alla vita, non invita a fare tutti i poeti, i pittori o i musicisti
per stare meglio ma a vivere come se ci si stesse ogni volta per avvicinare a
un’opera d’arte o se si stesse creando di continuo un’opera d’arte.
Avete appena concluso una tournée particolarmente intensa. È stato
difficile adattare il materiale del disco, molto ricco e arrangiato, alla resa dal
vivo?
É stato difficile all’inizio.
Eravamo indecisi sull’opportunità di ricreare identico sul palco il suono
dell’album, ragione per cui avremmo avuto bisogno di molte più persone. Quindi
abbiamo optato per un compromesso. C’è stato un netto miglioramento dal vivo
durante questo tour rispetto agli anni passati, grazie anche all’affinità
tecnica e umana con i nuovi musicisti (Nicola Manzan, Alessandro Maiorino e
Sergio Carnevale, ndr), coi quali saremmo lieti di poter lavorare ancora.
Nel concerto di Villa Arconati, per esempio, avete ospitato un
quartetto d’archi. Avete pensato magari a un tour di poche date in versione da
camera?
È nelle nostre intenzioni e ci
piacerebbe molto farlo. Tanti nostri pezzi si presterebbero bene. Al Premio
Tenco saremo in formazione da camera. Abbiamo fatto anche un concerto per Radio
RAI con il quartetto d’archi ed è stato molto bello, così anche il Festival
Gaber dove abbiamo suonato Latte ’70, Polli d’allevamento e due nostre canzoni.
L’idea è intrigante.
“Sussidiario illustrato della giovinezza” è ormai introvabile. Pensate
di farlo ristampare?
Tempo fa abbiamo comprato il master,
vorremmo darlo in licenza alla Warner perché appunto lo ristampi; potrebbe
succedere da questo Natale in poi.
Alcune delle cose che auguravate a voi stessi ne Il musichiere 999 si
sono avverate. Come giudichi il vostro percorso dagli inizi fino a oggi?
Abbiamo raggiunto un grande risultato:
certo siamo stati fortunati ma anche molto tenaci, ci siamo arrivati a costo di
tanta fatica e tanti sacrifici. Un po’ sono sorpreso: già ai tempi del “Sussidiario”
avrei voluto un successo di massa, ma onestamente non credevo di arrivare a
tanta gente. Invece avevo torto. Tutto questo mi fa pensare in positivo alla
musica che faremo in futuro. Non bisogna credere di essere troppo difficili,
basta lasciare libera la creatività, essere coerenti con se stessi sapendosi
anche rinnovare, non avere paura, non autocensurarsi... la gente è più
intelligente di te, alla fine è tutta questione di abitudine. Nella cultura di
questo sistema è molto difficile trovare spazio sui media. Ma è possibile, e i
Baustelle lo hanno dimostrato.
Programmi per il futuro?
Per ora vorremo fermarci per un
attimo e pensare al nuovo disco con calma. Poi ho in cantiere un mio progetto
personale, la scrittura di un romanzo.
Il tuo «romanzo erotico»?!!...
In parte potrebbe essere erotico. Per cui sì, si avvererà anche
questo...