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Sick Rose

Torino garage oggi e ieri

Un ritorno in grande stile per i Sick Rose, storica formazione garage-power pop nata negli anni Ottanta e forte di esperienze di palco in tutta Europa, anche al fianco di grandi come Chesterfield Kings, Dream Syndicate e Fuzztones. Il loro nuovo disco No need for speed mette sul piatto una vena mai esaurita e uno stile che ancora porta a scuola molte delle nuove leve. Abbiamo fatto due chiacchiere con loro su Torino, sugli anni Ottanta neopsichedelici, sul garage rock oggi e ieri.

No need for speed ha segnato il vostro ritorno a livello discografico ma anche una leggera svolta nelle sonorità, dal garage-rock classico a un’impronta più power pop, con riminescenze californiane. Cosa vi ha portato su questa strada?

Musicalmente noi non la consideriamo una vera propria svolta, la intendiamo piuttosto come un’evoluzione compiuta del nostro suono. In fondo la fase prettamente garage dei Sick Rose risale a circa venticinque anni fa, già a partire dal secondo LP Shaking Street uscito nel 1989 erano evidenti influenze di gruppi come Real Kids e Flaming Groovies, giudicati a ragione tra i massimi esponenti del power pop anni ‘70.
Le etichette fanno comodo ai critici musicali. Noi suoniamo da sempre puro e semplice r’n’r. Sicuramente su No need for speed abbiamo espresso una vena più melodica ma questo non ha fatto altro che riavvicinarci a quelle che sono state le nostre radici musicali originarie. Tra i primi dischi comprati da teenager alla fine degli anni ’70 c’erano infatti Cheap Trick e Knack.

Quando vi siete formati, nell’83, il garage rock era un culto di nicchia ma poteva contare su aficionados davvero agguerriti. Una compensazione, forse, al fatto di aver scoperto il rock’n’roll con vent’anni di ritardo?

Il fenomeno garage o neopsichedelico come venne definito da molti giornali specializzati all’ epoca, scoppiò in Italia quasi contemporaneamente a quello che succedeva a livello internazionale negli Stati Uniti in Australia e in Svezia. Probabilmente dopo l’esplosione del progressive negli anni ’70 fu il solo momento in cui il rock italiano ricevette attestati di stima e considerazione a livello internazionale. Era un’esigenza comune, espressa da tantissime band, quella di tuffarsi alle radici di un r’n’r primordiale, che spazzasse via il pessimismo e la noia rappresentate dalla cosiddetta New Wave imperante a livello underground.

Come vedevano i “regolari” quell’ondata di revival anni Sessanta?

Ci siamo sentiti dei veri e propri pionieri all’ epoca. All’ inizio fu difficilissimo riuscire a suonare dal vivo, il nostro suono nella sua estrema semplicità era per certi versi totalmente destabilizzante. Non dimentichiamoci che fino ai Nirvana un certo tipo di sonorità prettamente rock era totalmente avulsa dalla scena mainstream. Anche la stampa specializzata poi non fu sicuramente tenera nei nostri confronti e da più parti fummo accusati di mero revivalismo. Il pubblico però c’era e cominciò a rispondere benissimo ai nostri concerti. Probabilmente fu quella la nostra forza, riuscire a conquistare un pubblico trasversale di Punk, New Wavers, Rockabilly e “regolari” che veniva ai nostri concerti per farsi coinvolgere e partecipare ad una grande festa r’n’r.

Sotto la Mole in particolare c’era una scena molto viva, con voi, gli Statuto, No Strange, Effervescent Elephants, ciascuno nel proprio genere. Ci raccontate un po’ la Torino rock di quegli anni? Torino è ancora una fucina di talenti per il rock in Italia?

C’era molta elettricità nell’aria e la scena torinese è stata sicuramente una delle migliori all’epoca. I locali dove poter suonare dal vivo erano parecchi e tutto sommato abbastanza velocemente le varie band cominciarono a costruirsi un seguito fedele. Torino è una città dura e in noi c’è sempre stata la convinzione che, conquistato il pubblico di casa, sarebbe stato più facile farci apprezzare nel resto d’ Italia e d’ Europa. In effetti andò così, il pubblico torinese è molto esigente vista l’alta qualità delle proposte musicali da sempre presenti in città, però sa essere fedele nel tempo. Fuori da Torino la strada è sempre stata abbastanza in discesa. Torino continua ad essere una delle città più musicali d’Italia!

Quali sono le band che seguite con maggiore attenzione tra le nuove leve (in tutta Italia)? Sentite di aver influenzato qualcuno di loro?

Seguiamo le band che cantano in inglese, perché quelle sono le nostre radici musicali. Onestamente il rock in italiano ci ha sempre interessato poco. Attualmente riteniamo che i bolognesi Tunas e i siciliani Cirrone siano le band più interessanti in circolazione.
Non sappiamo se esistano oggi band che traggano ispirazione dal nostro suono ma siamo consapevoli che i nostri dischi di più di 20 anni fa possano aver indicato un percorso.

Per voi quasi trent’anni di carriera, vissuta principalmente on stage. Quali sono i concerti in Italia che ricordate con maggior piacere? E quelli all’estero?

In realtà abbiamo avuto uno stop di quasi dieci anni dal 1992 al 2002, periodo in cui sia io che Diego abbiamo vissuto all’estero. In vent'anni di carriera i concerti sono stati tantissimi, sicuramente le esperienze più esaltanti a livello internazionale sono state i festival e i tour in Germania nel 1986 e 1987, con Fuzztones, Stomach Mouths e Sting Rays. Suonavamo davanti a 1000/1500 persone ogni sera, e questo sicuramente ci ha aiutato a costruire un largo seguito a livello europeo. Di recente, nel 2006 e 2007, sono stati memorabili i tour in Grecia e Spagna, paesi che vent'anni fa non avevamo avuto la possibilità di visitare.
Qui in Italia abbiamo suonato ovunque, sicuramente torniamo sempre con molto piacere al sud, dove il pubblico si lascia coinvolgere più facilmente!

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