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Carlot-ta

Tra impressionismo e simbolismo sulle orme di Debussy

Suona il pianoforte  da quando aveva cinque anni; è salita appena ventenne sul palco del Premio Tenco lo scorso novembre destando una grande impressione tra pubblico e giornalisti presenti; ora esordisce con un disco che raccoglie otto sue composizioni ispirate alla poesia anglosassone ma non solo: lei si chiama Carlot-ta, cerchiamo di entrare nel suo mondo musicale. 

 

Partiamo dal nome d’arte che ti sei scelta, perché Carlot-ta scritto in questa maniera?

Perché esiste già una Carlotta, piuttosto nota al pubblico, che qualche anno fa aveva fatto un singolo abbastanza famoso Frena che voglio andare al mare e dunque mi serviva qualcosa che mi distinguesse da lei. Il trattino, in verità, nasce con questo scopo. È, però, anche il nickname che avevo utilizzato quando avevo messo per la prima volta i miei pezzi su MySpace, e quindi da lì è rimasto tale, ma non c’è dietro nessun ragionamento particolare.

Hai comunque preferito utilizzare solo il tuo nome, abbandonando il cognome?

Sì, ho fatto questa scelta perché non mi piaceva molto il suono del mio cognome (Sillano, ndr). E poi nome e cognome mi sapevano troppo di progetto cantautorale.

Perché dici così? Vuoi forse distinguerti dalla canzone d’autore?

No, no, non ho assolutamente nulla contro la canzone d’autore, e, forse, a mio modo, creo anch’io canzone d’autore, anche se non saprei bene come chiamare quello che faccio. Perché in verità le tracce in origine erano parzialmente elettroniche e quindi erano un qualcosa che si distaccava abbastanza dal cantautorato vero e proprio: ecco perché un nome più indie che non cantautorale. Non lo so, questa era un po’ l’idea di fondo.

Anche perché, una delle tue più belle performance, l’hai avuta proprio al Tenco, che si può considerare a tutti gli effetti, il tempio della canzone d’autore italiana.

Sicuramente, è stata l’esperienza più significativa che abbia fatto finora. Poi ho notato che comunque anche nelle prime recensioni ricevute, il disco è etichettato come pop d’autore. Quindi in verità, forse, la destinazione è proprio quella della canzone d’autore, però agli inizi non avevo ben chiara questa destinazione, quindi avevo abbandonato la scelta di usare nome e cognome anche per questo.

Sempre restando alla tua esibizione di novembre al Tenco, cosa ha significato per una ragazza giovane come te, di appena vent’anni, salire su un palco così importante, è stato emozionante? Anche se, a dire il vero, io ti ho vista molto sicura dei tuoi mezzi.

Sì, sì, in realtà ci sono stati momenti di terrore prima di salire sul palco, anche se poi è stato tutto molto veloce. Il tempo a disposizione come sai non è tantissimo, quindi, una volta salita lì sopra, non mi sono accorta neanche bene di quello che stava succedendo. Forse solo nell’ultimo pezzo ho avuto una vaga consapevolezza di ciò che stava accadendo, e quindi il tutto è passato un po’ in modo un po’ inconsapevole. Poi invece è stato emozionante tutto il contorno, perché, non essendoci abituata, è stata sicuramente una situazione insolita, elettrizzante direi.

Tra l’altro proprio durante quella serata hai affrontato un pezzo di Edith Piaf.

Sìi, in verità, mi è stato chiesto di suonarlo, perché già l’avevo eseguito al “Tenco Ascolta” ed evidentemente era piaciuto molto agli organizzatori che mi hanno quindi chiesto di cantare questa cover, anche se io ero molto titubante, perché chiaramente andavo a toccare un mostro sacro e la reazione del pubblico non era proprio prevedibile.

La reazione è stata però molto positiva da parte del pubblico.

Si, sicuramente è stata una risposta piacevolmente positiva per me.

Tornando invece a questo disco d’esordio, come mai questo rivolgersi alla poesia e soprattutto alla poesia in lingua inglese, prevalentemente, ma anche francese, è una scelta dettata dall’idea di approdare ad un pubblico più internazionale o da una tua vera e propria passione per questo genere di poesia?

In verità, forse, né l’una né l’altra cosa, è dettata da una necessità musicale, perché quello che m’interessa di più è il suono della parola, quindi, utilizzare la voce come un vero e proprio strumento e la musica come un linguaggio sufficiente, quindi senza sovrapporgli un messaggio testuale facilmente identificabile che potrebbe spostare l’attenzione appunto sul testo della canzone e distoglierlo dalla musica, o rendere la musica una sorta di accompagnamento musicale del testo. In verità, è l’atmosfera che si viene a creare che lancia il messaggio o comunque si fa significato e non resta significante e, quindi, esplicitato attraverso un testo vero e proprio. 

Se ho capito bene, può esser letta anche in questa chiave l’assenza dei testi nel cartonato che custodisce il tuo disco, perché per me è un cruccio, giacché adoro andare a spulciare tra i testi delle canzoni, invece qui non trovo nulla, è effettivamente una scelta legata al discorso che mi hai appena chiarito?

Si, in parte si, anche se mi sarebbe piaciuto fare un booklet in verità nel disco, e invece non c’è: è un digipack che si apre a metà e tutto è scritto lì. Ma, se ci fosse stato un booklet, molto probabilmente ci sarebbero state solo delle fotografie e non i testi, che come ti ho detto non sono la parte principale.

Preferisci quindi che il testo passi in secondo piano?

Sì, perché, per me, è la musica l’elemento centrale, per questo ti dicevo, mi sento un po’ distante dalla canzone d’autore.

Nasci allora più come autrice di musica che non di testi.

Beh, questo sicuramente.

In effetti, secondo me, tra le due versioni gemelle della stessa canzone, ossia Both with thee e Pamphlet, mi sembra notevolmente più efficace la prima, quella con il testo in inglese, pur non conoscendo personalmente molto l’inglese.

Sono d’accordo con te, però insomma abbiamo tentato di fare questo esperimento in italiano, che alcuni hanno apprezzato mentre altri hanno detto che preferiscono appunto la versione in inglese: per questo la versione in italiano compare come bonus-track, mentre quella principale e soprattutto quella originaria è quella in inglese, proprio perché rientra più nel contesto del disco. La canzone in italiano è uscita già a novembre, come singolo, prima del disco, proprio perché un po’ avulsa dal resto, da qui poi la scelta di inserirla come bonus-track.

Un’altra cosa che, secondo me, dall’ascolto del disco emerge, è un certo carattere cinematografico dei tuoi brani, non potrebbero secondo te essere perfette colonne sonore di qualche film?

Io spero che qualcuno voglia farne la colonna sonora di qualche film: non so se sono così cinematiche, forse sono più teatrali che cinematografiche, non so, però speriamo che qualcuno la pensi come te, io ne sarei molto felice anche perché mi piace molto l’idea che si creino delle immagini dalla musica. Ogni pezzo secondo me è legato ad un immaginario e forse si, questa idea del cinema, sarebbe un buon modo per rendere concreta l’immagine che è in nuce nelle canzoni.

Comunque, tra i tuoi brani, mi sembra di cogliere echi evidenti di musica classica contemporanea o meglio della prima parte del ’900, mi viene in mente un nome per tutti, quello di Debussy.

Mi stai dicendo una cosa meravigliosa, perché io amo molto quel periodo ed in particolar modo Debussy.

Ad esempio, proprio il brano Feroce et ridicule, quello con il testo in francese ispirato a Baudelaire, ha secondo me molto di questi tratti impressionisti.

Si, a me piace molto la musica a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, quindi Debussy, come altri autori francesi, Ravel, Fauré, Satie, fa sicuramente parte dei miei ascolti e mi fa piacere che tu abbia ritrovato tracce di questa cosa, che quasi nessuno invece dice, perché ovvio che il riferimento più immediato è quello del cantautorato femminile degli ultimi venti anni, tutti parlano sempre di quello e nessuno va mai a cercare queste reminiscenze, e quindi sono molto contenta che tu l’abbia notato.

Se Feroce et riducule riporta al classicismo dei primi del ’900, invece l’ultimo brano del disco Bleedim è impregnato di elettronica.

Sìi, abbiamo voluto fare questo esperimento: il resto del disco è, in effetti, molto acustico ed anzi a livello timbrico è piuttosto classico. Invece quest’ultimo brano, che a ragione è segnalato nel cd come “electro-divertissement version”, proprio perché nasce acustico come tutti gli altri pezzi, ma si è poi voluto fare questo esperimento perché forse mancava nel cd un pezzo di questo tipo. Ecco allora che Tommaso Bianchi, che ha mixato e masterizzato il disco, ha curato anche la programmazione di questo brano in cui abbiamo usato dei sintetizzatori analogici per realizzare il basso ed alcuni leads, si sono aggiunti gli archi: insomma è un brano piuttosto ricco.

Ho letto e constatato personalmente anche alla serata del Tenco, che tu esibisci sempre da sola.

Per ora sì, anche se, poiché il cd è molto arrangiato e ci suonano molti musicisti, non so se in futuro suonerò sempre da sola o se, in alcune occasioni, sarò accompagnata. In tal caso, però, non sarei mai accompagnata da una band vera e propria, ma piuttosto da degli archi e un po’ di elettronica, anche se, in verità, suono sempre da sola perché la cosa è nata così e perché è quasi una necessità. È molto difficile, infatti, poter girare con cinque persone su un palco, adesso che sono agli inizi, insomma è molto più facile trovare posti in cui suonare da soli, fosse anche per questioni meramente economiche. Diciamo che il live suona molto diverso da come suona il cd, però lo ritengo quasi complementare, nel senso che mi piacerebbe molto che, chi ascoltasse il cd, prima di ascoltarlo, vi arrivasse attraverso un mio live, perché ci sono altre cose che nel disco non ci sono e viceversa, e magari nel disco non emerge un discorso emotivo che invece si può percepire nel concerto dal vivo, anche se ammetto che il concerto dal vivo è molto più scarno dal punto di vista sonoro, però questi due elementi come dicevo si compensano.

Quando ti esibisci dal vivo quindi, utilizzi dei campionamenti?

Diciamo che ho sempre con me una loop station: suono anche la chitarra, poi ho degli strumenti giocattolo, il theremin, delle tastiere finte (chiamiamole così) cioè degli strumentini che arricchiscono un po’ il suono, e sono anche degli espedienti per attirare un po’ l’attenzione, perché un intero live piano e voce può risultare, ad un certo punto, un po’ monocorde.

Ora seguiranno un po’ di date per presentare il disco?

Sì, seguiranno un po’ di date Roma, Perugia, Caserta, Napoli, Abruzzo, Puglia, ad aprile sarò in Piemonte e Toscana, il calendario è comunque ancora in corso di definizione e per ora comprende una ventina di date.

Un’ultima cosa prima di lasciarti, visto che ho in mano il disco, che mi dici di questa copertina con tanti alberelli disegnati?

Beh, questa è un’idea che abbiamo avuto io e Benedetta Ciabattari, che ha curato l’artwork del lavoro. In realtà riprende l’immagine sul retro che, come vedi, è scattata in un contesto bucolico. L’idea è un po’ questa, come vedi nella foto, io sono bendata, proprio come nel video realizzato per la canzone Make me a picture of the sun, e c’è questo sole che mi arriva da dietro. È evidente che è tutto reale e non è un effetto fatto in digitale, quindi c’è questo sole che io però non vedo, e il disco s’intitola appunto Make me a picture of the sun: questo sole che ne esce è però molto artificiale appunto, perché in verità non è la realtà ma è un sole finto, è solo il ritratto del sole. Ecco allora che si spiegano gli alberini in copertina che, come vedi, sono tutti bianchi tranne alcuni, che sono gialli, appunto quelli illuminati dal sole artificiale. E un po’ tutto un gioco di questo tipo, più un’immagine simbolica di questo contrasto tra realtà ed immaginazione, tra mondo nascosto e mondo che si palesa e, in fondo, quasi tutte le canzoni hanno questo tema comune dell’evasione da un luogo chiuso ad un luogo aperto, se si sta bene a guardare… 

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