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Boris Savoldelli

Tra Voce e Spirito

Impegnato nella promozione di Biocosmopolitan, il suo terzo disco, Boris Savoldelli non smette di stupire sia per la bravura che per la genuina simpatia che trasmette. Creatività, impegno e follia.


Come nasce il tuo ultimo disco? in cosa si differenzia dai precedenti?

Biocosmopolitan nasce dal desiderio di proseguire un “discorso musicale” aperto con il mio album di debutto in solo (Insanology). Il desiderio di sfidarsi nuovamente sul terreno del vocal solo e su un ambito compositivo prevalentemente melodico, ma non per questo facile, banale o alla ricerca della commercialità. Come sai la mia musica è costituita prevalentemente da due approcci antitetici, un “dark side” che rappresenta la mia voglia di portare all’estremo la sperimentazione, senza alcuna concessione alla melodia o alla “ascoltabilità”. Questo mio aspetto “selvaggio” credo sia ben rappresentato da Protoplasmic, il disco che ho registrato a New York con il grande Elliott Sharp prodotto nel 2009 dalla Moonjune. Il “light side” invece l’ho voluto ri-presentare con questo mio utimo cd, Biocomoplitan, che definirei come una sorta di “naturale prosecuzione” del discorso musicale introdotto da Insanology. Trovo che, rispetto a Insanology, Biocosmopolitan sia più maturo, tanto dal punto di vista compositivo quanto, soprattutto, dal punto di vista degli arrangiamenti. Inoltre sono davvero molto contento per l’interpretazione delle mie voci “soliste” che ritengo siano molto più variegate rispetto a Insanology e più ricche di pathos.

 

Cantante, performer vocale, The Voice Orchestra: quale di queste definizioni senti come tua e perché?

Credo quella più semplice delle tre: cantante. Ma con questa definizone apparentemente semplice intendo sicuramente il concetto che di cantante mi è arrivato dal mio grande maestro: Mark Murphy, che ha sempre preteso da me un approccio da musicista, in grado cioè di “controllare” la voce ma di agire in modo attivo nei confronti della musica, in virtù di una buona padronanza sia della ritmica, che dell’armonia che della melodia. In questo senso (ed è ciò che cerco di “passare” anche ai miei studenti) un cantante professionista, per essere considerato tale, deve essere a tutti gli effetti un musicista in grado di rapportarsi in modo paritetico con i musicisti con cui collabora. Il termine performer vocale, cosi come quello di Voice Orchestra, sono belle definizioni usate spesso dalla stampa per descrivere la praticolarità della mia proposta musicale... e sono comunque definizioni che mi piacciono e mi onorano.

 

Come è nato il tuo progetto? Come è nato il nostro Boris Savoldelli?

Il progetto Boris Savoldelli Vocal Solo nasce come naturale conseguenza di anni di studio dello “strumento voce”, dapprima con studi rigorosamente classici e, di seguito, con un avvicinamento sempre più “forte” alla musica del ‘900, tutta! Dal rock (soprattutto quello dei seventies), al funk (la cui concezione ritmica ha fatto scuola) fino al jazz (non solo vocale, anzi, prevalentemente strumentale allo scopo di acquisire un “linguaggio” il più possibile originale) dal pop di qualità (cito due nomi su tutti: Elton John e Billy Joel), fino alla sperimentazione (in ambito “classico” ma non solo...tanto per far dei nomi: Stockhausen, Schonberg, Cage... ma anche Zappa, Zorn, Coleman).

L’idea del vocal solo su base loop - così potremmo sintetizzare la mia tecnica - nasce quasi per caso. Durante le esibizioni live con diversi gruppi di rock-funk e jazz, c’era la consuetudine di lasciare spazi nei concerti ai solisti (chitarra, batteria, basso ecc). Ebbene, ad un certo punto mi sono sentito di sperimentare alcune cose in uno spazio che fosse solo mio. All’inizio si trattava di pochi minuti ma, al termine degli spettacoli, sempre più spesso degli ascoltatori si avvicinavano chiedendomi informazioni e domandandomi perchè il mio solo non durasse di più. Fu allora che comincia a pensare alla possibilità, un po’ folle per la verità, di “confezionare” un mio progetto in voce sola cercando, però, di non limitarmi a ripetere ciò che prima di me avevano fatto altri immensi cantanti, come per esempio l’inarrivabile Bobby McFerrin (quello di Don’t worry be happy per capirci), ma di costruire qualcosa che potesse essere riconoscibile. E da lì ho iniziato il percorso che mi ha portato fino qui.

 

Insanology, Protoplasmic, Biocosmopolitan, i tuoi dischi hanno tutti dei titoli che rimandano al corpo, è un caso? oppure - dato anche lo strumento che usi - è il tuo naturale modo di vivere la musica?

È una bella considerazione a cui non avevo mai pensato! No, i titoli sono nati esclusivamente in virtù del fatto che, a mio avviso, rispecchiavano in una sola parola lo “spirito” del cd a cui davano il titolo. Insanology perchè il lato “insano” (in senso ironico ovviamente) di me emergeva bene; Protoplasmic perchè mi piaceva quest’idea “biologica” di definire quel tipo di progetto musicale e Biocosmopolitan perchè questo cd è dedicato alla grande metropoli intesa come un essere vivente.

 

Come nascono i tuoi brani? da una melodia, da un'immagine, un libro, da uno stato d'animo?

I brani possono nascere da mille sollecitazioni. È però vero che, per quanto mi riguarda, l’elemento dell’immagine ha un ruolo molto forte! Di solito le mie composizioni partono da una cellula, a volte ritmica ed altre melodica (o entrambe), ma l’atmosfera generale di ciò che scrivo fa quasi sempre riferimento ad una “scenografia” e ad una “sceneggiatura musicale” che maturo quasi subito... il difficile sta a riuscire a descriverla in musica. In questo possiamo dire che ho un approccio molto da colonna sonora di un film di cui sono al contempo regista e sceneggiatore, oltre che scenografo.

 

I tuoi progetti hanno un lato melodico e un altro più funk elettronico, raccontaci di queste due anime.


Credo di avere in parte già risposto prima: è un bisogno essenziale! Nasco come grandissimo appassionato di musica. Mi definirei un onnivoro schizofrenico musicale. Non riesco a concepire la mia vita senza la musica, e non solo la mia musica! L’avere due “anime” così antitetiche è un bisogno fisico di espressione della mia identità. Non potrei mai pensarmi senza uno o l’altro dei miei lati. Sono antitetici ma necessari per completare il mio “io musicale”

 

Come nasce e come funziona la collaborazione con l'autore delle liriche Alessandro Ducoli?

Nasce dal fatto che siamo amici da tempo, proveniamo dalla stessa area e lui, in passato, è stato mio studente di canto. La mia collaborazione con il “Grizzly Camuno”, come lo chiamo affettuosamente io, continua anche in questo nuovo disco proprio perché funziona benissimo. Così come per Insanology anche per Biocosmopolitan i testi sono tutti scritti da Alessandro. Senza tema di smentita posso dire che ritengo i nuovi testi scritti per Biocosmopolitan ancor più efficaci e ficcanti di quanto già non fossero quelli di Insanology. Continua un percorso di vera e propria sperimentazione del linguaggio che Ducoli ha ulteriormente migliorato in un’interessantissima ed originale commistione tra l’idioma italiano e quello americano. Un lavoro difficilissimo, non mi stancherò mai di ripeterlo, perché io passo a Ducoli i brani già perfettamente definiti, sia dal punto di vista armonico che, soprattutto, dal punto di vista melodico e questo vuol dire che lui deve scrivere i testi con un attenzione maniacale alla metrica che io utilizzo nella scrittura della melodia! Una vera e propria “inversione” del processo di scrittura cantautorale che privilegia la parola scritta a quella musicata. Una sfida che lui ha accolto ormai qualche anno fa con Insanology e che ha brillantemente portato a termine anche in Biocosmopolitan!

 

Jimmy Haslip, Paolo Fresu, Marc Ribot ed Elliott Sharp sono gli ospiti che ti hanno accompagnato nel tuoi dischi. Come è nata la collaborazione con loro? un caso o un intento preciso?

Un coronamento di 4 sogni! Marc, Jimmy, Elliott e Paolo sono musicisti straordinari e, se qualcuno mi avesse predetto anni fa che costoro avrebbero suonato nei miei cd, gli avrei risposto che era un pazzo. Ma questa è una delle cose belle della vita: a volte i sogni si avverano! E la cosa che mi inorgoglisce di più, e permettimi di dirlo a voce alta, è che non ho dovuto pagare cifre folli per avere questi meravigliosi musicisti! Chi li conosce sa bene che non sono “turnisti da portafoglio gonfio”, sono persone che intervengono solo se ritengono il prodotto all’altezza di vederli partecipi. E questo è stato, forse, il più bel regalo, quello cioè di avere il rispetto e la stima di veri pezzi da novanta come loro. Pensa che Elliott l’ho conosciuto grazie a Marc che, appassionato dal mio Insanology in cui era stato ospite in due brani, ha parlato a lui di me!
Quando stavo scrivendo Insanology il pensiero di avere Marc alle chitarre era emerso più di una volta, così come è stato fondamentale il contributo di Elliott per la buona riuscita di un disco folle come Protoplasmic. La partecipazione di Paolo e Jimmy deriva invece dal fatto che entrambi hanno dimostrato di apprezzare il mio lavoro fatto con i cd precedenti, e la proposta di collaborazione, rivelatasi preziosissima, è stata veramente un processo naturale. A questo punto non rimarrebbe altro che un super live con tutti loro... ci mettiamo anche Joey Baron o Chad Wackerman alla batteria e il gioco è fatto... ahahahahaha!

 

I Beatles - che hai omaggiato con Dear Prudence - quanta importanza hanno avuto nella tua formazione? Quali sono per te i punti di riferimento musicali?

Ti dico una cosa: avevo 12 anni, ero in gita scolastica e decisi, con una parte dei soldi dati dai miei genitori per le spesucce, di acquistarmi il mio primo lp (si parla di 33 giri!!!)... che lp era? Un greatest hits dei Beatles... penso che questo esemplifiche la mia passione per loro.
I miei riferimenti musicali? Tutti i miei “eroi”, non necessariamente cantanti. Jimi Hendrix è stato fondamentale nella creazione di una mia idea di musica, così come lo sono stati Miles Davis, Frank Zappa, Sammy Davis Jr, Frank Sinatra, Demetrio Stratos, Ornette Coleman, Dean Martin.
Ne potrei citare altri 1.000. Sono uno che ama la musica. Come ti dicevo mi definisco un “onnivoro schizofrenico” della musica. Nella stessa giornata passo, senza soluzione di continuità, dalla melodia di elton John e Billy Joel (due straordinari autori e interpreti) a John Zorn, John Cage e le musica rumorista.
Se poi dovessi indicare un solo musicista che ha veramente cambiato la mia vita non avrei nessuna esitazione ad indicare Mark Murphy. Lui, straordinario cantante jazz Newyorkese, nato nel 1932, l’ho sentito per la prima volta nel 1984, nel mio pieno periodo rock. Sono rimasto folgorato da quella incredibile voce e da quello stile così diverso dal rock che ascoltavo, eppure così incredibilmente comunicativo. Da quel giorno sono diventato un suo collezionista (oggi posseggo oltre 150 tra lp e cd e sono, con un caro amico dj texano – Steve Cumming – il maggiore collezionista la mondo di Mark) e ho seguito tutta la sua carriera. Nel 1998, infine, ho avuto la grande fortuna di conoscerlo di persona all’Universitat Fur Music di Graz (Austria) dove lui insegnava in quel periodo. Ne sono diventato allievo e poi amico. Tanto amico che lui è stato testimone di nozze al mio matrimonio. Conoscerlo così a fondo e studiare-lavorare con lui mi ha veramente cambiato la vita! Un musicista unico, inimitabile ed irrangiungibile! E una persona splendida!

 

New York, la Russia, l'Europa... con i tuoi concerti stai conquistando il mondo. Qual è stato il momento più emozionante?

Ogni concerto è emozionante... e lo dico seriamente! Se non ci fosse questo elemento avrei “mollato” tutto già da anni. L’elemento emotivo è la benzina che fa andare il motore. In merito alle esperienza all’estero, è chiaro che all’emozione si aggiungono anche altre variabili.
Quando mi sono esibito per la prima volta a New York al The Stone, storico templio della musica d’avanguardia creato e diretto da John Zorn, al solo pensiero di coloro che avevano solcato quel palco prima di me (nomi come Lou Reed, John Zorn stesso, Mike Patton, Laurie Anderson, Marc Ribot, Cyro Baptista, Medeski Martin and Wood etc.) mi tremavano le gambe, ma una volta sul palco ho solo cercato di essere me stesso e di dare il massimo... e tutto è andato per il meglio.
Anzi, vi rivelo un segreto, gli applausi che si sentono sul brano My Barry Lindon, contenuto in Biocomopolitan, sono tratti proprio dalla registrazione che ha fatto quella sera il mio fonico e amico fraterno Piero Villa. Avere la possibilità di girare il mondo per “cantare” la propria musica è una cosa meravigliosa, e per fortuna sta accadendo sempre più spesso. Sono appena tornato da un mega festival tenutosi a metà aprile a San Paolo in Brasile dove ho avuto l’onore di divedere il palco con Brian Auger e i Soft Machine Legacy e il 4 maggio riparto per il mio nuovo tour in Russia (il quarto) dove mi esibirò in otto diverse città.

 

Per tutti gli amanti della tecnologia, del suono e della voce, svelaci la tua strumentazione?
Ehehehe... certi segreti non possono essere svelati. A parte gli scherzi, la mia strumentazione cambia in base al tipo di concerto che sto facendo. Adoro sperimentare e modificare l’effettistica che uso. Al momento utilizzo una loop station multi phrase che ho fatto però modificare su mie specifiche indicazioni; un delay a doppio processore eventide timefactor, un korg kaoss pad che passo però attraverso un vecchio alesis airfx (collegarli è stata una tragedia tecnica). Mi sono fatto costruire da un ingegnere scandinavo un vocal synth/noiser di mia progettazione che abbiamo chiamato Boris Crazy Vox Box.
Inoltre possiedo un’enorme quantità di pedalini rigorosamente analogici che ho in parte fatto modificare. Non utilizzo mai nelle mie performance dal vivo nessun computer. Non mi piacciono i software che, per quanto sofisticati, sono troppo “freddi” e “predefiniti” e non permettono, a mio avviso, di ottenere un suono personale!
Infine, e questo è un elemento essenziale, da luglio dello scorso anno ho avuto l’endorsement della mitica Blue microphone, una strepitosa azienda losangelina produttrice di microfoni di altissima qualità. Sino allo scorso anno si occupavano di produrre solamente microfono da studio (il bottle, microfono valvolare, è tra i migliori microfoni al mondo... ed è stato anche il mio sogno per anni... e finalmente ce l’ho), da quest’anno hanno iniziato la produzione di ottimi microfoni da palco e da qualche mese, in anteprima, mi hanno fornito il nuovo Encore 300, microfono a condensatore da palco che è diventato mio compagno imprescindibile in ogni esibizione live!

 

Tu sei anche la voce dei S.A.D.O. Società Anonima Decostruzionismi Organici, un progetto seriamente irriverente: quali sono i tuoi rapporti con l'avanguardia?

Amo l’avanguardia! Come dicevo poco prima, la mia passione per la musica passa dalla melodia pop all’avanguardia senza soluzione di continuità. L’esperienza con i SADO, così come i miei lavori solisti nell’ambito del mio “Dark Side” mi permettono di immergermi in questo “tipo” di forma musicale. Ma, soprattutto quando sono a New York, amo moltissimo andare a concerti di musica d’avanguardia.
A proposito di musica d’avanguardia, vorrei consigliare a te e a tutti i lettori un ottimo progetto di musica elettronica/avanguardia che si chiama WK569. Si tratta di un gruppo tutto italiano (bresciano come me per la precisione) costituito da alcuni carissimi amici e cioè da Federico Troncatti (compositore di musica contemporanea sopraffino) coadiuvato da Piero Villa (mio fonico e storico amico) e da Ezio Martinazzi (musicista, tecnico ed esperto midi).

 

Nel mio commento al tuo ultimo disco Biocosmopolitan mi chiedevo se e quanto Boris riuscirà a superare se stesso. Tu cosa ne pensi?

E chi lo sa?? Io lo spero vivamente... quello che è certo è che anche il mio prossimo lavoro avrà tutta la passione e l’entusiasmo che metto sempre in ciò che faccio... e spero che i risultati saranno i migliori possibili!

 

A cosa stai lavorando in questo momento? puoi anticipare qualcosa?


Al momento mi sto concentrando alla promozione di Biocosmopolitan con concerti (in Italia e all’estero) e con passaggi radio e sui gionali/portali web. Sono totalmente immerso in quest’attività (per fortuna molto impegnativa), ma non rinuncio a “buttare giù” idee embrionali che, non appena avrò un po’ di tempo, vedrò di rendere al meglio!

 

Cosa significa per te essere un musicista?


Vivere la musica!! Penso senza retorica che la musica sia probabilmente la più “alta” delle forme artistiche. Almeno lo è per me. Per me la musica è tutta la mia vita. Non potrei nemmeno immaginare la mia vita senza la musica. È il motore pulsante delle mie giornate, la possibilità di esprimere veramente ciò che sono. Ed è anche uno straordinario strumento contro le brutture del mondo. Pensate a quante volte la comunità dei musicisti nel mondo si è mobilitata per cercare di migliorare le cose o di aiutare qualcuno. Credo proprio di poter dire che la musica rappresenta la mia vita!

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