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Davide Van De Sfroos

Tùur Teatràal Roma, Auditorium Parco della Musica, 14 gennaio 2015

Dopo l’ultimo, ennesimo successo discografico, l’album di inediti “Goga e Magoga”, Davide Van De Sfroos torna al suo pubblico nella versione concertistica più intima, quella teatrale. Naturalmente si tratta – secondo il suo idioma – di un “Tùur Teatràal”, fatto di tanti viaggi per passare da una città all’altra, e che però racconta, in fondo, un solo viaggio, quello attraverso la vita. Non vi sembri un eccesso di enfasi: per chi conosce e segue lo “Springsteen del lago” da sempre, questo capitolo della sua storia artistica suona alla perfezione. E difatti mai come in questa occasione il cantautore laghée attinge a tutto il suo repertorio, dal primo all’ultimo disco, svelandone il filo conduttore fondamentale, la sua anima segreta. Più evidente che mai si mostra qui la molteplicità dei piani di lettura delle sue creazioni artistiche, che lui stesso mette in evidenza concedendo in questa circostanza, tra una canzone e l’altra, molto spazio alle parole, ironiche sempre, e leggere spesso, giocate fino a sfiorare il “trash” talvolta, venendo e andando senza soluzione di continuità ai temi esistenziali più profondi e drammatici, e toccando vette poetiche tanto elevate da sprofondare giù giù fin nelle più oscure fangosità lacustri.

All’Auditorium di Roma per esempio, dove siamo andati ad ascoltarlo, proprio la poesia più intensa apre il sipario: le note tonde del violino di Angapiemage “Anga” Galliano Persico cantano, malinconiche, Aspetta che chiove di un Pino Daniele che da pochi giorni ha concluso il suo viaggio su questa Terra, mentre avanzano le parole in rima di Van De Sfroos scandite di fronte a una platea prima sorpresa, poi concentrata, infine commossa sul far del “Ciao, Pino”. Una platea – va detto – non numerosissima rispetto a quelle cui sono abituati questi musicisti, rilevando ancora qualche ostacolo “linguistico” sulla strada della notorietà del Nostro. Vada così: i fortunati presenti se la sono goduta ancora di più, questa intimità tra pubbico e artista, il quale certo non per questo si è mostrato meno generoso e prodigo del consueto.

Attorno ai due si accomodano gli altri musicisti: sono Maurizio “Gnola” Glielmo con le sue chitarre e, con il suo straordinario raggio di azione tra ukulele, buzuki, mandolino, mandola, flauti, fisarmonica e percussioni, Andrea Cusmano. Tutta l’attenzione, ora, va alla narrazione della vicenda umana. Che per cominciare ha bisogno di «un mezzo, il più malconcio, il più apparentemente inutilizzabile», ma che è quello che fa venire la voglia di partire, come La macchina del zio Toni, ridotta a pollaio nel vecchio garage, cofano contro il muro, rifugio e sogno di ragazzini che immaginano che quella arcaica astronave possa trasportarli oltre l’ostacolo di cemento. Ed ecco che da questo momento in poi, per tutta la prima parte dello spettacolo, il cantautore evoca gli spiriti che abitano le sue storie fin dalle origini: streghe e maghi, fantasmi e sciamani che affollano i paesaggi notturni del suo mondo, dove l’aria è colma di effluvi di pozioni più o meno misteriose di ingredienti fantastici, e ancora formule segrete, parole magiche e nonne sospette si aggirano tra le note di Il calderòn de la stria (bellissima questa versione di flauti e violino, uno degli arrangiamenti più affascinanti dello spettacolo), Il libro del mago, Ki, Nona Lucia, Lo sciamano (e anche di questa bellissima canzone assaporiamo qui l’arrangiamento “teatrale” in cui trova la sua dimensione ideale). Finché non si arriva a toccare un oggetto, solido e concreto: la chitarra, cui ogni cosa, per un momento, si inchina; anche i musicisti sul palco, che lasciando da parte ogni altro strumento ne imbracciano una ciascuno. La dedica a Rosanera, al legno di cui è fatta e alla sua storia avventurosa è lo spartiacque dello spettacolo.

Assicurata la presenza di folletti e spettri vari e conquistata infine la chitarra, è il momento di passare in rassegna i quattro elementi che constituiscono l’essenza della vita. Primo fra tutti, naturalmente, l’Acqua. Anzi, per essere più precisi, l’Acquadulza, quella del lago, emblema perfetto di introspezione, perché «è lì che ti rispecchi, è lì che galleggi o affondi»; e pure dopo aver viaggiato, incontrato, lavorato, amato, ci si riscopre a desiderare ancora «quel liquido amniotico primordiale» dove tutti, infine, ritornano. Ma altre acque bagnano altre storie: c’è quella che scende impietosa tra Storia e leggenda nel Diluvio universale, quella luminosa di superficie del Costruttore di motoscafi e i mari sognati di Sandokan e Yanez. La bandiera dei pirati che sventola alta sulle navi di salgariana memoria è il richiamo che conduce all’omaggio al secondo elemento, l’Aria, che soffia tra foglie e giunchi ne Il dono del vento. Si giunge così al Fuoco, dove a risvegliare le nostre più profonde inquietudini appare ancora qualche demone, anzi, El diavul in persona e il fuoco dell’inferno; che è assai poco diverso da un altro inferno, purtroppo assai più reale, quello della guerra; qui troviamo chi, inorridito, la diserta, come fa “el Giuann” del Sciùr Capitan, o chi cerca di alleviarne le sofferenze, come L’infermiera. Infine, alla Terra è dedicata l’esilarante Ballata del Cimino, contrabbandiere di montagna tra il Far West e la strada di Brienno.


 

Ecco come lo stesso Davide Van De Sfroos ci racconta di questo suo ultimo tour – che oramai volge al termine – e dei suoi progetti per l’immediato futuro, che lo vedono anche impegnato con la nostra rassegna Parabiago d’Autore il 13 marzo prossimo. 

Come ti è venuta la voglia di fare questo tour teatrale, che è la forma più intima, colloquiale di spettacolo?
È un bisogno che ogni tanto, quasi annualmente, si manifesta. Qualche volta è il Davide Van De Sfroos Show, qualche volta è il tour teatrale, qualche volta si chiama come si chiama, però è una dimensione della quale ho bisogno. Ne ho bisogno perché è quella nella quale io posso entrare e andare a raccontare di più alla gente che è seduta in teatro. Cantando, sì, ma anche raccontando ciò che sta dietro. Diventa una sorta di improvvisazione, di teatro-canzone, poi ogni volta ha delle microvariazioni… È una dimensione che mi serve. Tanto. Dal punto di vista interiore, perché è lì che tu riesci a raccontare meglio. Poi ci sono i concerti all’aperto, dove si basa di più tutto sulla ritmica, sul «saltate, ballate, bevete la birra»... Sono due lati della stessa medaglia, però quella teatrale per me è fondamentale, perché è quella che permette un dialogo diverso con l’ascoltatore.

Manca solo una data alla fine di questo tour: sei contento di come è andata?
È andata molto bene, abbiamo avuto teatri molto pieni, quelli qui vicino a noi, ma anche quelli un po’ più lontani come Trento, Belluno, Verona... La gente è venuta, è stata sempre lì seduta tre ore, si è molto divertita, quasi sempre ha avuto dell’entusiasmo...quindi direi: missione compiuta!

E al di là del successo di pubblico, tu ti senti soddisfatto?
Sì, perchè sono riuscito a fare una specie di compendio che non fosse la presentazione del tal disco o del talaltro, ma proprio un viaggio libero attraverso tutto quello che è successo fino ad adesso, rispolverando anche brani del passato che da tempo erano rimasti nei cassetti. Quindi ben contento di essere riuscito a proporre, sdoganare questa cosa, e ancora più contento del fatto che tutti l’hanno apprezzata.

Qui a Roma c’era una platea non proprio folta per come siete invece abituati al Nord. Quello dell’uso del dialetto sembra essere ancora un piccolo ostacolo, anche se poi tu in qualche modo riesci sempre a farti comprendere da tutti...
Il mio è un po’ un marchio di fabbrica, come chi decide di fare l’albero bonsai o i prodotti biologici... Perché è nata per essere questa cosa. Qualcuno la doveva fare, quel qualcuno ho capito che alla fine dei conti ero io... e quello che poteva sembrare all’inizio una museruola, un muro, si è dimostrato invece un trampolino, che ha stimolato gli interessi da parte di quelli che seguono questo tipo di movimenti musicali. Devo dire che anche in occasioni passate, andando sempre più giù, ho avuto la possibilità di avere teatri molto pieni anche a Sud, in Sardegna e così via. Proprio perché volevano questo dialetto, perché volevano sentire questa lingua strana, perché li affascinava, e perché rappresentava allo stesso modo la loro diversità e tutto diventava in qualche modo parte dello stesso calderone. Quindi io sono riuscito sempre a interfacciarmi bene con questo modo di cantare, perché è quello che, nonostante nessuno ci scommettesse più di tanto, ha fatto un po’ la differenza: l’ha fatta a Sanremo, l’ha fatta nel corso degli anni nelle varie regioni con un bel po’ di dischi ormai passati, e devo dire che gente da in tutta Italia e non solo ha proprio fatto il tifo per questa cosa. Non mi viene l’idea di dovermi preoccupare più di tanto del business, perché è una cosa che ha la sua valenza, e coloro che la ascoltano vogliono proprio quello.

Il 13 marzo sarai protagonista della rassegna Parabiago d’Autore, promosso e organizzato dall’Isola che non c’era, dove dialogherai con Antonio Silva, lo storico presentatore del Premio Tenco. Tu hai sempre avuto un rapporto privilegiato con questi due interlocutori, che ti hanno seguito fin dai tuoi inizi. Ti va di raccontarci il tuo personale sguardo su questo percorso vissuto insieme?
Assolutamente sì, perché ho tutto ben chiaro in mente, dalla partenza nel ‘99: la prima esperienza al Premio Tenco, con questi personaggi che all’epoca io conobbi proprio in prima battuta, non li conoscevo da prima; e mi sono ritrovato lì già con un premio (“Premio Siae/Club Tenco” come miglior artista emergente, n.d.r.) di cui io allora ignoravo anche l’importanza, perché, in fin dei conti, non sapevo nemmeno che cosa fosse... Così mi sono ritrovato con il Club Tenco, dove c’è molto entusiasmo e a tratti confusione, perché pur dopo tanti anni di onorato servizio ci sono state tante difficoltà a far quadrare il cerchio. Ma vedo che continuano a fare iniziative, e sia con Enrico de Angelis, sia con Antonio Silva (nomino loro due perché sono quelli con cui ho avuto a che fare di più) mi sono trovato a fare cose insieme, e ancora ne stiamo facendo: l’ultima l’abbiamo fatta ad agosto con Paola Turci e con Bersani, con de Angelis che presentava e interloquiva anche sul palco. E tutte le volte ne esce qualcosa di importante. Fa niente se sono satelliti staccati del Premio Tenco, ne ho fatte di belle l’estate scorsa in Liguria, e ne ho fatte in giro per l’Italia. Laddove chiamavano si andava, in uno, in due, in tre e così via. E devo dire che Club Tenco, amici del Tenco, L’isola che non c’era, sono stati sempre dei binari importanti su cui poggiare un treno non così semplice, non così già pronto e lubrificato per partire, perché c’era sempre il discorso strano della lingua eccetera. Poi nel frattempo sono arrivate tante soddisfazioni, sono arrivati i vari premi del Tenco, e pure altri premi, come il Premio Matteo Salvatore… Tutte cose che hanno a che fare con la matrice del Tenco. E dietro l’immagine di Luigi Tenco c’è la voglia di cantare quello che si è deciso di cantare senza stare a pensare troppo al “main stream”, al “trend” che i discografici sbandierano come importante e da non trasgredire “perché sennò”... Insomma, siamo stati molto ribelli, ma non abbiamo fatto sicuramente male a nessuno. L’Isola ha sempre supportato tutto questo, ha sempre messo grandi articoli e anche grandi copertine. Club Tenco e Isola che non c’era sono stati i paladini della canzone d’autore perché – è inutile adesso star qui a girarci intorno – sono quelli che tengono in vita molto tenacemente l’immagine dello “story teller” italiano. Poi qualche volta si fa avanti, sì, qualche trasmissione radio, qualche altra rivista che appoggia un po’ queste figure, ma basilari siete voi, questo si sa, e non certo perché ora siamo qui al telefono.


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