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Federico Nardelli

Un nuovo suono per Ligabue

Start è il titolo del nuovo album di inediti di Luciano Ligabue. ‘Start’ come partenza, o forse ripartenza, ma di fatto un album che - ascoltato con attenzione - ci ha convinto sotto molti punti di vista. Siamo andati oltre la superficie che i due singoli apripista avevano creato, dando il giusto tempo e spazio al giudizio solo dopo aver ascoltato anche tutti gli altri brani che compongono l’album. Molti dei meriti di questo lavoro risiedono nella sua perfetta resa sonora e allora perché non parlarne con l’artefice di questo suono? E a farci da novello Virgilio proprio lui, Federico Nardelli, uno dei produttori più in auge del momento. Polistrumentista, romano, quasi trentenne, compositore e produttore con ancora poche collaborazioni - ma significative per un certo suono - alle spalle (Gazzelle, Siberia, Galeffi, Fulminacci) e già con le idee chiarissime sul suo ruolo.  

Iniziamo parlando della tua storia artistica prima di Start.
Ho fatto un percorso strano, lungo e faticoso. Da quando avevo 13 anni mi sono legato a rock band (prima i Your Hero poi con gli Astral Week) con le quali ho condiviso club, concerti, viaggi, dischi e parallelamente ho studiato al Conservatorio di Roma: una doppia vita complicatissima e impegnativa, che non mi portava oltretutto a definire quale fosse la mia strada nella musica. Ho cercato davvero per anni di capire quale fosse la mia collocazione, però intanto miglioravo le mie capacità di musicista; studiavo e contemporaneamente facevo quella gavetta da artista che mi ha formato anche come uomo.

Come hai raggiunto la consapevolezza di produrre musica per qualcuno?
Probabilmente questa consapevolezza si è concretizzata con degli incontri. Già quando ero nelle mie band mi adoperavo nella produzione e spesso venivo anche cercato da altre formazioni per dei suggerimenti. In quegli anni ho sperimentato arrangiamenti, trascrizioni, idee, ho lavorato in diversi studi di registrazione, ho ascoltato tantissima musica in modo di acquisire un bagaglio indispensabile per crearmi le basi del mio lavoro. Nel 2016 poi c’è stato un incontro fondamentale con un musicista veneto di Bassano del Grappa, Arkey. Quando ho prodotto il suo primo brano ho capito che questo ruolo potevo davvero farlo, perché dopo le esperienze vissute e gli studi fatti avevo maturato quella conoscenza tecnica e professionale e appeno ho avuto l’occasione l’ho messa a frutto. Da lì a poco c’è stato un altro incontro determinante, quello con Gazzelle e con lui è iniziata la vera sfida. Mi ha messo nelle condizioni migliori di fare il mio lavoro ed io gli ho fornito gli strumenti di cui c’era bisogno per sviluppare insieme le sue canzoni. Con Gazzelle ho plasmato il mio ruolo di guida e supervisore, mettendo in campo anche quell’aspetto curioso e temerario che è stato forse il motivo del successo della nostra collaborazione. Il lavoro che ho fatto con lui è la riprova che tutta la musica, per quanto alternativa ed estrema, se adeguatamente prodotta può sempre trovare uno sbocco commerciale.

E poi arriva Ligabue. Come sei entrato in contatto con lui e come è stato il vostro primo incontro?
Un po’ a sorpresa mi ha cercato Marco Ligabue chiedendomi se fossi disposto a valutare l’opportunità di collaborare con il fratello. Dopo alcuni giorni di attesa, mi hanno invitato a Correggio. L’incontro è avvenuto in una trattoria, ricordo che prima di arrivare mi chiedevo come gestire una situazione chiaramente diversa dal solito, in cui incontravo un artista di questo calibro. Con uno sguardo rassicurante mi ha messo subito a mio agio, poi mi ha spiegato come si vede lui come lui artista e quello che voleva fare in quel momento. Immaginavo che davanti a un artista che non ha certo bisogno di presentazioni, sarebbe toccato più a me parlare, raccontarmi, o comunque dimostrare di essere all’altezza della situazione. Invece, la prima cosa che mi ha detto e che non mi scorderò mai, è stata: “ho bisogno di qualcuno che abbia la voglia di mettersi in gioco con me”. Io gli ho risposto: “Luciano hai detto tutto: eccomi qui”.

Leggendo le note di Start si scopre che il disco è praticmente suonato solo da te, con sporadici interventi di altri musicisti. Come mai questa di lavorarae in studio praticamente senza una band?
Ligabue al nostro primo incontro mi aveva detto una cosa importantissima: “sono un cantautore con il suono di una band”. Questa frase l’ho segnata su un foglietto ed è stato l’incipit su cui ho pianificato tutto il mio lavoro. Sono un polistrumentista a cui viene naturale proporre ‘il mio suono’ per il lavoro che sto facendo. Con Luciano abbiamo usato un metodo di lavoro che prevedeva uno schema teoricamente semplice, lui mi dava il pezzo la mattina e gli dicevo di tornare la sera per ascoltare il lavoro che avrei fatto. Io ci inserivo sopra la batteria, il basso, la chitarra, quanto bastava per dare un’idea della struttura del brano e ho sempre cercato con pazienza il suono che si potesse incastrare meglio per ogni brano. Sapevo che se avesse unicamente apprezzato l’arrangiamento, molto probabilmente, io stesso gli avrei detto: “ok, facciamolo suonare alla tua band”, invece mi sono reso conto che man mano era proprio soddisfatto del suono che avevo creato. Brano dopo brano ho guadagnato la sua fiducia e alla fine gli ho detto che se era d’accordo potevamo fare il disco seguendo questo metodo di lavoro, perché oltretutto sentivo che in questo modo potevo regalargli una libertà totale, la possibilità di essere un po’ anche la sua band, di scatenare la sua fantasia.

Com’erano i pezzi in origine, voce e chitarra?
No, Luciano mi dava un demo in cui c’era una base di arrangiamento completo della canzone. Il rischio era proprio che questa base quasi completa potesse inconsapevolmente influenzare il mio lavoro. Quindi gli ho suggerito, se volevamo provare a fare qualcosa di veramente diverso, di darmi tutto ma di lasciarmi ‘tagliare’ quello che volevo. Per molti demo ho praticamente tenuto quasi esclusivamente la voce e l’armonia. Ho cercato di fare una sorta di upgrade di produzione soprattutto a livello ritmico. E, per assurdo, questa chirurgica ‘attività di togliere’, che era uno degli aspetti che più mi terrorizzava, alla fine si è rivelata una delle cose che Ligabue ha più apprezzato del mio lavoro.

Qual è stato il primo brano a cui avete lavorato?
Io in questo mondo. Mi aveva dato un demo che ho trovato davvero ben fatto, però mentre il motivo del brano mi ha subito affascinato l’arrangiamento non mi convinceva. Preso un po’ di coraggio ho praticamente spogliato la canzone di ogni orpello, l’ho rivestita di pochi elementi mettendo al centro proprio la valorizzazione di una melodia ben riuscita.

Un pezzo in cui sente molto il tuo lavoro è Quello che mi fa la guerra.
È il secondo brano che mi ha proposto Ligabue, una canzone straordinaria a cui sono molto legato. Anche qui ho lavorato quasi a ricucire la base sonora intorno alla voce. Luciano, oltre il dono di scrivere brani davvero importanti, ha un potere quasi evocativo nella sua voce: lavorare con lui per me è stato straordinario soprattutto nel vedere (e imparare) come un grande artista riesce a far suonare le parole all’interno di una canzone.

Quali sono i brani di Start che preferisci o comunque quelli a cui ti senti più legato?
Difficile rispondere ad una domanda del genere, anche perché per un motivo o per un altro sono legato a tutte le canzoni di Start. Se proprio devo scegliere direi sicuramente Io in questo mondo, Certe donne brillano, Quello che mi fa la guerra, Mai dire mai e Luci d’America sono i pezzi che preferisco anche se La cattiva compagnia è la canzone che mi trasmette qualcosa di più a livello epidermico. Forse sarà perché sento su quel brano tutto il mio ‘lavoro musicale’, forse perché ha un groove veramente notevole... fatto sta che quando ascolto La cattiva compagnia mi piace particolarmente. 

C'è stato un momento in cui ti sei sentito in difficoltà a confrontarti con lui? Te lo chiedo perchè ritengo che non sia stato facile creare un mondo sonoro "nuovo" per un artista che da trent'anni ha un suo pubblico, affezionatissimo a certi canoni.
Sì, c’è stato quel momento. Quando lavoro con qualcuno, chiunque sia, tra me e l’artista che produco ci deve essere un rapporto di fiducia totale. Devo dire la verità, Luciano mi ha dato fiducia sin da subito, però sapevo che tra le sue preoccupazioni, legittime, c’era quella a cui facevi riferimento nella domanda: sviluppare un nuovo discorso musicale e allo stesso tempo non perdere contatto con tutto quello creato precedentemente, con il pubblico che aveva comprato i suoi dischi. Ligabue è una persona fortemente legata alla gente che lo segue, ha quasi un patto d’onore non  scritto... Ritornando alla difficoltà di confrontarmi con lui, questo momento arrivò e mi trovai di fronte a un bivio. Ricordo che dissi “Luciano, ok, siamo arrivati al punto in cui io devo dire la mia anche sulla scrittura: devo dirti che delle cose mi funzionano meno, quindi a questo punto sta a te dirmi ‘Le canzoni sono esattamente come le porto’ oppure dirmi se posso dire la mia anche in quel senso”. Lui mi disse: “sembra che non ti ascolto ma in realtà ti ascolto tantissimo e ho bisogno che tu mi dica la verità anche se è scomoda…”. Da quel momento ho capito che godevo della sua fiducia davvero e che potevo fare il mio lavoro con un’autonomia più completa. Secondo me un produttore dovrebbe sempre avere questa indipendenza, deve essere in grado di dire dei ‘no’. E Luciano anche in questo ha dimostrato di essere un grande artista, perché i grandi artisti riescono a fidarsi di un produttore.

Luciano ha dichiarato che hai in gestione, da un punto di vista sonoro, anche l'attività live. Come stanno andando le prove del tour?
Tengo a precisare che questo aspetto lo sto curando con Giordano Colombo, che è stato anche il sound engineer di Start (oltre che il batterista). Una volta finito il disco Luciano si è trovato di fronte a una scelta: quella di dire ‘bello il suono del disco, ma portiamolo alla natura live che abbiamo avuto fino a oggi’, oppure fare l’esatto opposto, riproporre tutto il repertorio con questo suono anche nel live. E ha scelto questa seconda opzione, che è anche la più complessa perché il lavoro va sviluppato con la sua band. Ma a Luciano le sfide piacciono e come dicevo all’inizio dell’intervista tutto il progetto è stato per lui anche un rimettersi in gioco. Stiamo cercando di riportare un po’ tutte le canzoni in questa ambientazione sonora, chiaramente senza stravolgere nulla. L’obiettivo comune è che i fan ricevano la stessa esperienza sonora che vivono sul disco, trovandosi però di fronte Luciano e la sua band.

E la band di Luciano come ha risposto a questo nuovo approccio creativo in studio?
In maniera davvero entusiasmante. Il lavoro con loro va benissimo, sono tutti grandissimi musicisti e, come è stato bravo lui a fidarsi di me, sono stati grandi loro a calarsi perfettamente nei miei arrangiamenti. Questa cosa sta riuscendo molto bene perché tutti si sentono molto dentro al progetto. Mi piace dire che io e Luciano abbiamo creato uno spazio in cui poter far muovere la band, e in questo spazio i musicisti stanno tirando fuori tutta la tensione emotiva che caratterizza il loro modo di suonare. Quello che vedrete sul palco sarà il risultato di questo gruppo di lavoro davvero unico: non vedo l’ora che inizi questo tour.

 

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