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Emiliano Mondonico

Un ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones

Sabato, 8 Aprile 1967. Palalido, Milano. Ci sono i Rolling Stones per due concerti, uno pomeridiano e uno serale. Sugli spalti, a inneggiare a Mick Jagger e Brian Jones c’è una presenza irregolare, un giovane e promettente calciatore della Cremonese, un’ala tutta finte e guizzi che dovrebbe essere con la sua squadra, per il campionato, ma che, in qualche modo, è riuscito a non mancare all’appuntamento e sente il cuore battere più veloce quando attacca “Let’s spend the night together”. La leggenda circolava da tempo immemorabile e abbiamo incontrato Emiliano Mondonico, non tanto per parlare del suo passato, ahi lui, di fulgida meteora nel Toro o della sua ottima carriera da allenatore, quanto della sua passione per la musica.

Stones, 1967. Era alla Cremonese? 

Si. Nel’65 erano già venuti i Beatles al Vigorelli. Era stata la prima ribellione. Jagger aveva chiamato sul palco e i vigili inguantati non ci permettevano l’accesso. Ne scoppiò una rivolta.

(Gli recito la scaletta del concerto…)

Brian Jones era seduto su una sedia di legno, simile a quella che ho alzato ad Amsterdam. Era uno spettacolo diverso da tutti. Noi eravamo abituati a Orietta Berti, a Nilla Pizzi, a Celentano. Era sconvolgente, ti prendeva…

Era alla Cremonese in serie D?

Mi sono fatto squalificare la domenica precedente. Gli Stones avrebbero suonato al sabato sera ed è chiaro che la trasferta sarebbe partita il sabato pomeriggio. Dovevamo giocare a Mestre. Mi sono fatto espellere. Fisicamente non ero in grado di fare dei falli e allora ho cominciato a lanciare improperi all’arbitro. Quando lui si girava per vedere chi era, mi giravo anch’io. E non riusciva a capire chi fosse l’autore delle provocazioni. Alla fine, ha compreso. “È lei che mi ha insultato per tutta la partita?” L’importante era che mi buttasse fuori, così da potere andare a vedere gli Stones.

Cosa ricorda del concerto?

Oltre a Brian Jones, Mick Jagger, un animale da palcoscenico. Da Tony Dallara che faceva il falsetto, mi trovavo di fronte a Jagger. Eravamo abituati a Sanremo… In quel periodo erano i capelli che facevano la differenza. Noi obbligati da sempre alla sfumatura alta… La grande rivoluzione era avere i capelli lunghi. Era un grande contraltare con i genitori. Siamo entrati nel pomeriggio e poi ci siamo nascosti per sentire anche il concerto della sera. 

Le fazioni Beatles contro Rolling Stones. Era una colossale montatura dei media, una ridicola semplificazione che in quei tempi ingenui poteva servire a riempire le pagine dei giornali. Che tipo di sentimenti provava per Beatles e Rolling Stones?

I Beatles li ascoltavi quando avevi bisogno di essere tranquillo, in pace. In macchina con la ragazza. Con gli amici sentivi gli Stones. Era quel ritmo che ti entrava dentro. Ringo Starr seguiva la musica degli altri, gli altri invece seguivano la batteria di Charlie Watts. Quello era importante. Il ritmo battuto sul serbatoio dell’ Ital Jet, il motorino di allora. Non lo potevi fare con “Let it be”. Sul serbatoio vuoto, dettavi il ritmo delle canzoni. (accenna a “Satisfaction”) L’amarezza la respingevi con gli Stones, la dolcezza la sposavi con i Beatles. Una canzone non mi colpiva per quello che diceva, ma solo per la musica. Una delle colpe della mia professoressa di inglese è stata di non aver insegnato la lingua traducendo le canzoni dei Beatles.

Lei parla di canzoni che si infilano sotto la pelle. Me ne enumeri qualcuna. 

In questo momento al di là dei miei amici Nomadi, ci sono gli Stones di allora. L’inizio di “Paradise city” dei Guns & Roses, fa venire la pelle d’oca. “Come stai” di Vasco Rossi. Poi Lucio Battisti. Il Celentano di “Sei rimasta sola”.

Battisti ha contato molto per lei?

Trasformava in musica quello che dicevi tutti i giorni. “Dieci ragazze”… Ti ritrovavi, ti rivedevi in ogni canzone. Il primo Battisti, l’ultimo no. Quando sono usciti i Bee Gees con “La febbre del sabato sera”, certe canzoni ti sembrava di averle sentite sempre. I Led Zeppelin che arrivavano all’Arena con “Whola lotta love”… Poi arrivarono i lacrimogeni e il concerto fu sospeso.

Ha mantenuto un rapporto costante con la musica, compra dischi?

Non scarico. Vado nei negozi. Il fatto di non capire quello che dicono, in inglese, mi interessa poco. Se non capisci, in quello che dicono puoi sentire tutto quello che vuoi dicano. Quando hanno politicizzato la musica, i “politici” non sono stati la mia colonna sonora.

Suona?

Quando vado ai concerti, Chico dei Nomadi mi tira sul palco. Lui suona, io faccio finta (accenna a “Smoke in the water”). Mai, assolutamente. Speravo di suonare la batteria, ma mi interessava di più il pallone e quindi non era possibile .

Lei suonava bene col pallone e non tutti l’hanno capito. La sua partenza dal Toro per me è stata dolorosa… 

Ci ho messo anche io del mio. La maturità era quella che era.

Ricordi musicali?

La prima grande delusione è stata quando è uscito il film dei Beatles (“A Hard Day’s Night”, tradotto in italiano“Tutti per uno”) Eravamo sette o otto. Abbiamo comprato tutti la maglietta con l’effigie dei Beatles al mercato. E con il motorino siamo andati a Milano a vedere il film. Pensavamo di trovare la coda fuori e invece c’erano solo cinque o sei ragazzine. Quando siamo usciti dal cinema, orgogliosi della nostra maglietta, eravamo convinti che tutti ci guardassero.

I concerti?

L’ultimo è stato quello dei Rolling Stones, a San Siro. Ho visto 40 anni della mia vita. Quando è uscito Mick Jagger ho pianto. Vado a vedere i Nomadi, perché sono amici. Stones e Beatles li vedevo in TV, prima che il nipotino la facesse da padrone con i cartoni.

Il mondo del calcio, in genere, non mi sembra così sensibile alla musica che conta…

Adesso ci sono gli i-pod. Sono più i momenti in cui hanno la musica nelle orecchie, di quando gli puoi parlare. Non so cosa ascoltino. Nella mia serie A con la Fiorentina avevamo una colonna sonora che era “Sally” di Vasco Rossi. Comunque sentono molta più musica loro di quanto ne sentissimo noi. Una canzone può portarti via, dove altri vogliono portarti o dove tu senti il bisogno di andare. La musica fa parte del nostro viaggio, dall’albergo al campo da gioco.

Con i figli, condivide la musica?

E’ una cosa personale. Chi erano i Beatles, chi erano i Rolling Stones? Noi abbiamo avuto la fortuna di viverli, loro solo per sentito dire.

Da giovane calciatore poteva acquistarsi qualche disco in più?

Mio padre mi dava 5000 lire alla settimana. Il viaggio in pullman da Cremona a Rivolta costava sulle 2000 lire. Avevo 3000 lire da spendere. La pensione era abbastanza distante dalla scuola e il bus costava 50-100 lire. L’importante era avere 2500 lire per gli LP. Mi aspettavano gli amici per gli LP. Ci radunavamo in cantina con le ragazze… “La casa del sole”… Il lento più lungo che sia mai esistito. Stavi lì a sbaciucchiarti per un quarto d’ora.

Secondo lei, esiste un’affinità fra la musica più alta e l’estro, l’inventiva dei calciatori più dotati?

La musica è una buona compagna di viaggio. Ogni immagine, movimento, azione, ha la sua musica. Più l’immagine è forte, più la musica deve seguirla. Non so se sia vero il contrario. Ricordando la mia giovane età, mai ho dato significati musicali ai miei gol. Prendevi la palla e il tuo accompagnamento musicale era quell’ “oh oh”. C’era gente che aspettava che io prendessi la palla per accompagnarmi. C’era questo “oh” per ogni dribbling. La musica era la gente e io avevo bisogno di questa gente che mi spingesse.

Ascoltava Radio Luxembourg, Bandiera Gialla o altri programmi del genere?

Sul pullman del sabato alle cinque, avevo la radiolina a transistor e ascoltavo Bandiera Gialla. Andando al mio paese, con l’auricolare. Si arrivava verso le sette. E poi ai Vespri, c’era “Tutto il calcio minuto per minuto”. Dovevi andare in chiesa se volevi giocare al pallone. Tenevo la radio sotto il cappotto strettino. Un giorno saltò l’auricolare… E io sentiì una voce, EMILIANOOO!!!

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