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Antonio Pascuzzo

Una forte stretta di manouche

Dopo una intensa attività artistica nei Rossoantico e abbandonando la professione d’avvocato per scegliere di seguire compiutamente il suo percorso artistico, Antonio Pascuzzo ha realizzato un disco complesso e curato che raccoglie una scaletta senza vuoti e riempitivi. Siamo andati ad incontrarlo per farci raccontare questa sua ultima avventura. Candidato alla Targa Tenco 2015 e in due categorie: nella sezione “Album dell’anno” con ‘Pascouche’; e nella sezione “Canzone singola” con il Fado del partigiano, Antonio Pascuzzo propone questo suo progetto musicale da solista con l’entusiasmo di chi è appena tornato da un lungo viaggio e già s’appresta a ripartire.

Prima con i Rossoantico, esperienza complessa a mezzo tra tradizione popolare, musica bandistica e canzone d’autore, adesso da solo, in un turbine di sonorità indiavolate e gitane per raccontare storie e impegno, rabbia e amore. Musica da strada e strada da fare. Dove pensi stiamo andando noi che ci lasciamo anche un po’ portare da queste tue canzoni?
Quelli che ancora si fanno portare dalle canzoni sono una specie in via d’estinzione, aggrappati a una canzone che li tiene a galla, mentre assistono alla deriva di un mondo che non amano. Ma chi si tiene a galla aggrappandosi ai sogni è come le berte al largo di Lampedusa; cantano per non soccombere al pianto, così la canzone ci consola.

Dalla Camargue ai Caraibi, dai Balcani al Mediterraneo. Nella foto di copertina pare si condensi tutto il bagaglio che chiedi per andare. C’è una chitarra, qualcosa di forte da bere e una cartina geografica su cui appoggi le mani senza negarti un gesto scaramantico messo lì come un sestante dell’anima. E tu invece da dove arrivi? Quali sono le cose che t’hanno fatto uomo di musica e parole? C’è qualcuno che t’ha insegnato più di altri?
Mi gratifica chi analizza un disco conservando la sana curiosità per i dettagli: le corna sono il saluto e l'omaggio ad uno dei più grandi artisti del mondo: Pino Daniele (erano nella copertina del suo Sciò, disco doppio live con tanti ospiti ). Quel Pino che ha avuto il torto di nascere  in un paese talmente provinciale da esportare la Pausini e Il Volo mentre Clapton, Metheny e i più grandi musicisti del mondo volevano lui sul proprio palco. (qui sotto un foto di Pino Daniele negli anni Ottanta) Considero la musica come il cibo e l’architettura: ci descrivono un popolo. Nell’ascolto sono onnivoro, vorace, quasi famelico; non ho preclusioni se non le per le canzoni che cantano di niente. Ascolto tutto da Gurundeva (disco degli Hare Krishna) a Fabri Fibra. Il riascolto però lo riservo a pochi. Da adolescente, come molti, ero un’integralista: ricordo di aver informato mio cugino, con viva preoccupazione, che il suo amico del cuore, ascoltasse i Pooh; ero convinto che fosse grave. Ho divorato i cantautori, la musica brasiliana, Melingo, e gli Avion Travel, devo tanta emozione a Pino Daniele e a Fabrizio De André. Continuo ad ascoltare tanto, perché mi piace pensare alla musica come una trama collettiva in cui ognuno partecipa ad una evoluzione.

In questo disco, curato nelle forme e nei suoni come raramente capita di questi tempi parlando di canzone autoriale, c’è una nutritissima schiera di ospiti prestigiosi. Ce li racconti?
In ordine di scaletta: il primo è Angelo Debarre, chitarrista manouche, che gira per l'Italia (qui nella foto) facendosi accompagnare dalla chitarra di un musicista che suona con me che è Simone Magliozzi ed è stato il nostro trait d'union. Angelo è entrato in studio in modo impercettibile, suonando su una base rudimentale fatta di accordi e bpm, ha arricchito il motivo, contribuendo a formarlo e ha dato ai brani un portamento e un accento. Marco Poeta, alla chitarra portoghese, l'ho cercato perché ricordavo questo lavoro fatto per e con Lucio Dalla; è l'unico italiano ammesso nelle corti del Fado portoghese. I Sinfonico Honolulu li avevo visti dal vivo mentre accompagnavano Mauro Ermanno Giovanardi: 12 ukulele e percussioni muovono l’aria; il loro vento era una brezza carica di carezze; una canzone che si intitola Un bacio non può che cercare le carezze. Devo il loro contatto a Desiree Lombardi e la riuscita del brano alla loro disponibilità sorprendente; Meglio Solis (il titolo è un omaggio a loro) è il quarto brano arrangiato ed eseguito dai Solis String Quartet. Li ho prima conosciuti da fan e ho consumato il loro album con Edoardo Bennato. Ci siamo conosciuti sette anni fa, e già in passato hanno registrato un brano per me (La strada nel bosco dell’album del Coro dei Minatori di Santa Fiora) e abbiamo avuto tante volte l'occasione di suonare e collaborare. Quando ho scritto il brano, che si intitolava originariamente La solitudine dei numeri uno, l'ho subito immaginato suonato da loro; è un brano introspettivo che affronta le delusioni dell'ego, fa i conti con i propri errori e le illusioni, e questo conti si fanno da soli in camera. Marco Monaco, Puccio Panettieri Mario Dovinola, Pericle Odierna, Giorgio Secco e Adriana Ester Gallo, Marco Rinalduzzi, Davide Gobello, sono parte dei Rossoantico, che è stata un’esperienza travolgente, sono amici nella vita quotidiana e musicisti con cui suono da ormai più di dieci anni; volevo fossero presenti in questo disco come nella vita. Francesco Forni è stata la scelta delle scelte, cantautore, musicista, persona che ha condiviso un percorso mettendoci cuore, testa, competenza e talento. Grazie a lui ci sono anche Ilaria Graziano - con cui forma un duo artistico straordinario (qui nella foto a destra) -  Giacomo Pedicini e Salvio Vassallo. Insomma l'album racconta un viaggio. Parto da solo ma per incontrare tanti luoghi, musiche e belle persone.

Nelle tue canzoni, alla musica che spesso invita a muoversi e tenere il tempo si accostano testi che affrontano temi d’impegno e urgenze del presente. Che ruolo può avere alle soglie del terzo millennio la canzone sulle coscienze?
Il maestro  Francesco Guccini - a cui è dedicato il Premio Tenco quest'anno – dice che a far canzoni non si fan rivoluzioni, ma certo la canzone che punta alle coscienze, è una canzone diversa da quella che circola oggi su radio e tv. Può essere bella o brutta, ispirata o di maniera, sorprendente o scadente ma in linea di massima appartiene a un rango superiore, non per casta ma per scelta di chi la scrive e di chi l’ascolta; è esigente, c’è una ricerca nella musica e nel tema trattato, nelle parole e nei significati ed è raffinata nel senso etimologico del termine. Il vero problema è che oggi esiste il manuale del bravo cantautore:
1) sali su un palco con un cappello, baffi (li ho fatti crescere anche io) o barba sono consigliati.
2) esordisci con una paio di brani tristi.
3) esprimi la tua solidarietà al tuo vicino disoccupato al quale il macellaio con la Ferrari ha rubato il parcheggio.
4) ti scagli contro quelli che spuntano gli aculei dei ricci di mare.
5) e per finire citi con enfasi e un accenno di commozione evochi il nome di due personaggi morti, dall’esistenza specchiata.
A questo punto sei a tutti gli effetti un cantautore, anche se canti Il coccodrillo come fa.
Ritornando seri, le responsabilità sono come sempre politiche: una legislazione ad personam che ha trasformato i concessionari dell’etere pubblico in sovrani assoluti. L'Italia è derubata della sua produzione musicale, della sua varietà e ricchezza espressiva: sono gli stessi proprietari delle radio che se la producono e se la promuovono (sull’etere pubblico); se la cantano e se la suonano. Un conflitto d’interesse macroscopico e vergognoso che nel resto d'Europa non credono nemmeno  possa essere vero; ma per quanto sembri criminale la loro condotta lo è molto di più il gusto di cui sono portatori: Proci ignoranti!

Un disco e un romanzo che recuperano le atmosfere del tuo disco?
Sui libri evitando le suggestioni più vive delle letture più recenti: Mauro Francesco Minervino con ‘La Calabria brucia’, Tiziano Terzani con ‘Un altro giro di giostra’ e i capolavori del duo Guccini-Machiavelli. Adoro la scrittura di Erri De Luca; ma cito anche ‘Ferite a morte’ di Serena Dandini,: appena ne terminai la lettura ho scritto Lulù. Quanto alle atmosfere mi piacerebbe che si ritrovasse come in un piatto gustoso un po’ di ‘La Llorona’ di Lhasa de Sela, di ‘Oplà’ degli Avion Travel, di ‘Nero a metà’ di Pino Daniele e un pizzico di Tribalistas e Jim Croce… come dicono a Roma… te piacerebbe…

C’è una canzone del tuo ‘Pascouche’ a cui sei particolarmente affezionato?
Le canzoni sono tutte “belle a mamma soja "; adesso mi emoziona molto Le Berte e anche Calabrisella, che ho scritto e canto nel mio dialetto.

C’è qualcosa che oggi rifaresti diversamente?
Sì, ma lo sapevo già mentre lo stavamo facendo. La registrazione fotografa un momento. Il bello di andare a suonare dal vivo è proprio nel gioco dei cambiamenti che i brani ti danno la libertà di fare.

A questo punto non resta che fornire qualche indicazione utile ai nostri lettori che saranno curiosi di vedere le canzoni di questo disco alla prova del palco. Dove si possono trovare notizie sulle tue date e come ti sposterai per promuovere questa tua ultima impresa sonora e soprattutto che atteggiamento deve tenere chi ti avvicina se vuole farsi un selfie con te.
C'è una pagina Facebook (Antonio Pascuzzo) e c'è un sito che aggiorno con le date (www.antoniopascuzzo.it ). Chi si avvicina per un selfie vorrei recasse in una mano il telefono e nell’altra il CD acquistato al concerto. Il selfie va bene basta inquadrare il profilo sinistro, non c’è niente a destra che meriti nemmeno uno sguardo.

Per le foto si ringrazia Angelo Trani e i social degli artisti citati

 

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