ultime notizie

Torna ChitArsNova: sabato 29 Aprile il ...

Il 29 Aprile 2017 torna ChitArsNova, rassegna dedicata alla chitarra classica che, in linea di continuità con le edizioni precedenti,  si propone di mettere in evidenza giovani talenti seppur gi ...

Iravox

Una galassia di parole attraverso un caleidoscopio di immagini

Abbiamo incontrato Lorena Asaro, Iravox, verso la fine di gennaio, nel suo piccolo regno audio/video che si trova a Milano, all’interno degli Ultrasuoni Studio, di proprietà del suo produttore Danilo Bajocchi. Qui nascono i testi, gli arrangiamenti, le basi strumentali ed i video dei brani che hanno proiettato la cantautrice milanese verso i piani alti delle classifiche di download, italiane ed internazionali. Sempre qui, alcuni anni fa, il sogno di una ragazza, ovvero quello di realizzare le proprie canzoni mantenendone il controllo durante tutto il percorso creativo, è diventato una realtà. Oggi, dopo numerosi singoli che hanno suscitato parecchia attenzione ed un notevole interesse, alle soglie della pubblicazione del suo primo album Lorena ed Iravox ci parlano di “loro”, della loro simbiosi umana e della loro interazione artistica.    

Quando, ed in che modo, si è palesata Iravox nella vita di Lorena Asaro?
Affettivamente vorrei dirti che Iravox è nata il giorno stesso in cui ho deciso di cantare, per cui occorrerebbe andare indietro nel tempo ovvero a quando, avrò avuto circa nove anni, guardando in televisione i concerti di Madonna, ho iniziato ad emularla ballando sul divano. Altrimenti potrei arrivare a tempi più recenti e quindi dirti che, anagraficamente, carta di identità alla mano, Iravox nasce il 9 ottobre 2014, quando questo personaggio ha preso vita nel primo videoclip, Febbre, in cui io appaio come una “matta” imprigionata in un manicomio, una rockstar che tenta il suicidio a causa di vari problemi personali, e viene rinchiusa in questo luogo del futuro, perché Iravox vive, di fatto, proiettata in un mondo futuribile. Lei è un alieno, una “donna che cadde sulla terra”, che ovviamente attrae l’attenzione dei media, diventa famosa, e quindi deve rimanere al centro della scena, a qualsiasi condizione, ma che rimane di fatto estranea alla realtà in cui è “precipitata”.
Per questo motivo deve fare i conti con la malinconia, rispetto alle proprie origini, ed allora cerca, nel tentativo di autodistruzione a causa del quale viene poi internata, l’unica strada per liberarsi da questo peso. Fra le pieghe di questo personaggio ci sono sicuramente alcuni frammenti della mia personalità, e di quella del mio produttore Danilo Bajocchi: emergono, in maniera certamente enfatizzata, una sorta di male di vivere, un malessere interiore che, tuttavia, sono parte del nostro bagaglio umano, e si manifestano nel momento in cui il mondo esterno non ci permette, o per lo meno cerca di impedirci, di esprimere, le nostre velleità artistiche. Ecco il senso della camicia di forza che appare nel video.

Come nascono i brani di Iravox? Qual è la scintilla? La canzone ed il video si sviluppano insieme oppure seguono percorsi differenti?
Il video è complementare all’audio e lo arricchisce perché, alla base di ogni brano, c’è un’idea, un concept, e per questo motivo l’aspetto visuale integra ed incrementa di significati la traccia audio; nel secondo singolo, Girotondo, in cui parliamo degli sconvolgimenti interiori dei giovani, la frase chiave è: “…non capisco se sono io che sto crescendo o se è il cielo che si abbassa sulla mia testa…”. Il passaggio, per certi versi spesso traumatico, che avviene fra la fase adolescenziale e l’età matura, che poi è il tema del brano, nel video diventa una sorta di metafora, ovvero la contraddizione interiore di un ragazzo che, all’interno di un talent-show, al quale si approccia con il sincero desiderio di esprimersi, viene invece manipolato, indotto a determinati atteggiamenti, obbligato a scelte non sue. A quel punto il potenziale artista si tramuta in una sorta di “Frankenstein”, un agglomerato di “pezzi” scelti ed assemblati da altri, senza un’identità propria ma, anzi, determinata suo malgrado.
Tornando alla domanda, il video arriva, comunque, dopo, perché prima componiamo il brano, partendo dal testo o dalla musica a seconda di quale dei due elementi ci offra lo spunto su cui lavorare; può essere un’idea, magari nata da una riflessione o da una notizia letta o ascoltata, oppure un riff musicale che, all’improvviso, ci viene in mente: in entrambi i casi l’importante è fissarlo subito, per poi poterci lavorare e svilupparlo con calma. Solo dopo nascerà il video, che servirà ad enfatizzare certi passaggi, e dunque a “vestire” la canzone.

Come definiresti il rapporto con il tuo produttore, Danilo Bajocchi? Quale sinergia e che livello di fiducia esiste fra di voi? In che modo i suoi input stimolano il processo creativo che conduce alla realizzazione dei brani di Iravox?
Io e Danilo siamo, idealmente, un po’ come il sole e la luna: io porto, all’interno del progetto, il lato più notturno, avendo amato alla follia la new wave, la musica dark ed il post-punk, sia a livello musicale che a livello di immagine e di look, mentre Danilo ha rimescolato tutte queste mie attitudini musicali ed estetiche più oscure con la solarità che gli deriva dai suoi ascolti funky, ed in questo senso molte chitarre, all’interno dei brani, hanno un groove chiaramente funky. Abbiamo in comune una predilezione verso gli anni ’80, alla quale lui ha aggiunto alcune idee mutuate dal rock, moltissime altre dal pop ed appunto diversi spunti funk ed r&b. Di fatto definire il genere musicale di Iravox è davvero problematico, proprio perché le influenze sono numerose, molto differenti fra loro, eppure perfettamente integrate all’interno dei brani.

Con riguardo ai vostri riferimenti artistici, in questi anni avete scoperto, o riscoperto, musicisti o generi che non erano stati, precedentemente, parte integrante del vostro patrimonio musicale?
Attraverso l’ultimo singolo, ad esempio, ovvero la cover che abbiamo da poco realizzato del brano Il cielo in una stanza, ho realizzato che Iravox può, direi senza problemi, adattarsi ai 160 bpm di un brano punk, fatto che probabilmente, prima, non avrei magari neppure preso in considerazione, nonostante i miei ascolti sfiorassero quell’ambito. In questo senso molto è dovuto all’insistenza di Danilo il quale, probabilmente, aveva intuito che, nelle mie corde, ci potesse essere anche un’attitudine più aggressiva che io, presumibilmente, avevo sempre cercato di tenere più nascosta. Mi ha fatto ascoltare la versione di My way dei Sex Pistols, poi quella di What a wonderful world  di  Joey Ramone e mi si è come aperto un mondo, per me nuovo, e che tra l’altro mi piace anche molto. Sicuramente non farò mai un album totalmente punk e questo perché, secondo me, il punk è un approccio musicale un po’ adolescenziale, o comunque presuppone dei vissuti che non mi appartengono, di cui però mi piacciono l’estetica, l’aspetto se vogliamo ludico, ed anche l’esito musicale. Il mio mood è più legato ad artisti come Depèche Mode, U2, Eurythmics oppure, a livello italiano, ai Matia Bazar o ai primi Litfiba.

Parliamo del tuo terzo brano, terzo video, e quindi terza storia, ovvero Controluce
Parlare di questo brano capita proprio al momento giusto, rispetto alla chiacchierata che stiamo facendo, perché contiene e spiega esattamente il mood di cui abbiamo appena analizzato i vari aspetti: le chitarre funky di Danilo Bajocchi, i groove legati agli anni ’80, quelli che noi chiamiamo fra di noi i “gommoni”, ovvero i sequencer, collegati alla new wave, e la mia voce che, a seconda del momento, cerca di essere più suadente oppure di graffiare, perché Iravox fa un po’ di fusa oppure tira fuori gli artigli. Controluce è stato onestamente un qualcosa di inaspettato, e questo anche perché, e lo dico sinceramente, non è fra i singoli che amo di più all’interno del mio repertorio, essendo affezionata maggiormente ad altri brani che ritengo contengano tematiche più forti; è la storia d’amore di due persone che possono incontrarsi solo di notte, e si possono vedere solo al chiarore della luna, controluce appunto, e questo per i motivi che ogni ascoltatore può liberamente ipotizzare (fra le idee più interessanti, suggeritemi da alcuni amici, il fatto che uno dei due fosse sposato…che fossero due vampiri…che uno lavorasse su turni, e quindi fosse libero solo di notte…). E’, secondo me, una bellissima poesia, e la sento comunque mia, anche se vi trovo, rispetto ad altri brani, un pathos inferiore perché è meno sanguigna, meno vissuta, meno intima: se vogliamo essere analitici, ha un feeling più estetizzante ed è meno accorata nell’espressione.

Arriviamo a “Senza Limite”, realizzata in duo con Viola Valentino, sicuramente un’icona degli anni ‘80; come vi siete incontrate e come è nata la vostra collaborazione?
Il perché proprio Viola Valentino deriva semplicemente dal fatto che ci siamo conosciute qui, allo studio Ultrasuoni, in cui lei è venuta per lavorare sui suoi brani negli ultimi cinque anni; ci siamo incrociate, l’ho “beccata” in una pausa davanti alla macchinetta del caffè e, siccome è una persona ed un’artista che stimo, le ho proposto di ascoltare alcuni miei brani. Lei si è soffermata in particolar modo su Senza limite, scritta da Danilo, da Alessandro De Simone e da me, un brano che affronta, davvero in maniera quasi veemente, una tematica molto forte, ovvero l’amore “senza limiti” e “senza barriere”, rispetto ad età, estrazione sociale, differenze economiche, diversità di religione o di cultura, ovvero un concetto di amore quasi puro, del tutto scarico da preconcetti sociali, e che include quindi l’amore omosessuale; tra l’altro questo brano è uscito, non volutamente, proprio nel momento in cui era molto accesa la discussione riguardo alle coppie di fatto ed ai loro diritti, e quindi si è trovato ad essere un pezzo non solo molto “sentito”, ma anche molto attuale. Viola che, oltre ad essere un’icona degli anni ’80, viene da molti considerata anche un’icona gay, ha in un certo senso preso su di sé questa “bandiera”, si è sentita intimamente coinvolta dalla tematica del brano e lo ha voluto cantare proprio perché questo si sentiva di dire a chi l’ascoltava.

Con “Wonderland” riproponi un brano in inglese; un altro caso isolato, come fu per “Ring Around The Rosie”, versione british di   “Girotondo”, oppure, a questo punto, una scelta precisa ed in un certo senso “futuribile”?
L’album in inglese in realtà esiste già; contiene alcuni pezzi appartenenti all’album italiano, tradotti e riadattati, ovvero Ring Around The Rosie, e Wonderland  più altri sette brani scritti direttamente in inglese. C’è da notare che, mentre la trasposizione di un brano dall’italiano all’inglese è decisamente meno complessa, il passaggio contrario non sempre ha una riuscita ottimale; in inglese puoi lavorare con una metrica molto spezzettata, veloce, puoi troncare una frase o una parola mantenendo il senso, le frasi possono essere brevi, secche. L’italiano, invece, è una lingua meno diretta, che ha bisogno di più spazio, per cui ci è capitato talvolta che qualche brano, nato in inglese, in lingua italiana non funzionasse proprio. Se, ma mi sento davvero di dire quando, questo album vedrà la luce, avrà al suo interno per lo più pezzi inediti; per adesso il progetto rimane in stand-by e questo perché, avendo esordito con il cantato in italiano, ci sembra giusto portare avanti questo tipo di lavoro, anche per non disorientare l’audience e mantenere una certa linearità nella produzione.
E’, se vogliamo, anche un discorso di marketing discografico per cui, spostare troppo frequentemente la direzione, rischia di far perdere di vista il focus del progetto stesso. Iravox è nata in un certo modo e desidera salire di livello ed affermarsi in quel modo. Il secondo step potrà sicuramente essere un discorso di tipo internazionale, ma questo solo quando Iravox sarà diventata molto forte in Italia.

Qualcosa di davvero importante, in italiano, potrebbe essere questa Il cielo in una stanza, stravolta e proposta in versione punk-rock: come hai, o avete, scelto il brano, chi ha ipotizzato questa versione, come avete sviluppato il progetto?
Il pezzo lo ha scelto Danilo, e quindi torniamo al fatto che, fra di noi, ci siano una fortissima intesa ed interazione e questa condivisione, credimi, mi costa davvero poco, anzi: spesso quando mi trovo ad un bivio, che sia musicale, testuale, o che riguardi anche il dettaglio di un video, ne parlo con lui, ed in questo senso lui è molto determinato e preciso nelle scelte perchè il consiglio che mi da è sempre molto netto. Devo dire che, molto spesso, mi offre chiavi di lettura, o soluzioni ad un problema, alle quali io non avevo proprio pensato; lui ha fortemente voluto puntare su questo pezzo, che peraltro entrambi amiamo moltissimo nella sua versione originale, e lo ha fatto con la precisa convinzione che fosse il brano giusto per essere trasportato verso il suo opposto: un brano classico, melodico, molto arioso ed a suo modo romantico, trascinato agli antipodi rispetto alla sua atmosfera consueta. Il ragionamento che sta alla base dell’idea, peraltro, ha una sua precisa logica, e mi spiego facendoti un esempio: io amo molto un brano dei Matia Bazar, Ti sento, brano che già di suo ha una frequenza non lontana da quella della odierna musica dance. Spostarlo da, poniamo, 128 bpm a 160 bpm, ti cambia relativamente poco: in pratica è lo stesso brano, solo un po’ più accelerato, ma sostanzialmente l’operazione non ha un grosso senso. Fare una cover pedissequa, uguale o simile all’originale, non aveva secondo noi un grande valore perché, a quel punto, tanto valeva ascoltare l’originale, a cui peraltro non manca davvero nulla; portare invece il brano molto lontano dalle proprie origini, stravolgendolo completamente, ci ha permesso in un certo senso di appropriarci di quella cover, facendola davvero nostra.

Ad ogni tuo brano corrisponde un videoclip, strumento che ha iniziato a circolare negli anni ’80; come lo interpreti, nel senso di forma d’arte, e quale futuro hai in mente per questo tipo di supporto?
Uno dei miei più grandi sogni, a livello artistico, è proprio quello di realizzare un video-album, in cui ogni canzone sia affiancata da un video. Mi piacerebbe che i brani non fossero più considerati come una sorta di sottofondo da utilizzare mentre si svolgono altre attività, ma che si tornasse a concentrarsi sui pezzi stessi, cercando di assorbirli, dedicando loro attenzione, e quindi usufruendo dei significati e delle sollecitazioni che essi stessi possono comunicare. In questo senso i video non sarebbero più un allegato, una sorta di “bonus” occasionale, ma parte integrante di ogni pezzo, e quindi del progetto nella sua interezza; si tratterebbe quindi di far entrare l’ascoltatore nel mio mondo artistico, facendone un vero e proprio fruitore, anche visivo, offrendogli spunti, chiavi interpretative differenti, proponendogli delle rappresentazioni che si andrebbero ad affiancare a quelle che, lui stesso, potrebbe immaginare ascoltando i brani. E’ un’ipotesi di lavoro che sento molto mia, proprio perché ho sempre legato, ad ogni brano, una storia, un concept, e quindi mi piace che i miei pezzi vengano compresi attraverso i testi, gli arrangiamenti, le scelte dei suoni, ma anche grazie al plusvalore offerto dai significati della parte video che sono davvero molti di più, rispetto alle sole parole.
Il cielo in una stanza, ad esempio, ha un testo brevissimo, sintetico, poche parole che centrano subito l’ambientazione; io ho voluto legare a questo testo l’idea della fagocitazione dell’opera d’arte, è l’ho fatto partendo sia dalla copertina che dal videoclip.
Questo è il senso della rappresentazione della “vampira di opere d’arte”, che non si nutre di sangue ma dei contenuti dei capolavori della scrittura, della scultura, della pittura, degli spartiti musicali, degli abiti e dei lampadari d’epoca, ovvero di ogni espressione del bello; dopo aver fatto ciò può uscire dal suo immaginario castello, recarsi in zone deserte, vuote, abbandonate e rigettare fuori questo “impasto artistico”, questo smisurato sapere, filtrato dalla propria sensibilità artistica, così da creare in questo modo l’arte del futuro. Il concetto, in sintesi, è questo: se devi realizzare una cosa ex-novo, partendo da una già esistente, e quindi fare una cover, la devi prima destrutturare e solo allora la potrai ricostruire, ma in una chiave rivolta verso il futuro; in questo modo aggiungerai o toglierai dei “pezzi”, muterai l’immagine che il brano ha dato di sé negli anni, mescolerai a quel brano gli echi di ciò che hai ascoltato, visto, gli spunti che le tue frequentazioni artistiche ti avranno suggerito nel tempo. L’operazione di destrutturazione e ricostruzione del brano non si esprime  dunque solo da un punto di vista tecnico e/o strumentale, ma soprattutto dal punto di vista concettuale. In questo modo anche il concetto di cover andrà oltre la copia, la riproposizione, il riadattamento, ma assumerà i connotati, davvero nuovi, che un artista vorrà imprimergli.

Parlano appunto di futuro…quello di Iravox quali connotati sta assumendo?
A breve uscirà l’album che, speriamo, possa contenere anche il dvd, o la chiavetta, con i video di tutti i brani, dopodichè faremo uscire il singolo estivo che sarà contenuto comunque anche nell’album stesso; abbiamo immaginato qualcosa di assolutamente differente, ed inaspettato, rispetto agli altri singoli realizzati finora, proprio perché ci piace davvero “paciugare” con i suoni e con le immagini. La vera “colpa” di Danilo Bajocchi è quindi quella di aver slegato Iravox dalla sua camicia di forza, e di averla lasciata libera di scatenarsi: io, per il singolo estivo, volevo una cosa tranquilla, elettro-pop o elettro-dance, e lui, invece, ha preso armi e bagagli ed è andato in Olanda, da Armin van Buuren, si è lanciato sulla trance olandese ed ha tirato fuori qualcosa che farà davvero rimanere a bocca aperta…

 

 

Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento


Altri articoli di Andrea Romeo