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El Cijo

Un’anima divisa in due

Un impasto di folk, rock, jazz, musica per cinema e sperimentazione il primo disco degli El Cijo. Il tutto connotato su atmosfere da landa desolata, a volte alcolica, a volte più psichedelica. Ne parliamo con loro, partendo dalla loro tendenza ad evitare qualsiasi tipo di compromesso.


“Bonjour my love”, vostro primo lavoro, è un disco che si riesce ad apprezzare dopo vari e attenti ascolti, ed evita del tutto ritornelli accattivanti e altre amenità acchiappapubblico. Come mai questa scelta?

La scelta è dovuta a noi, al nostro approccio alla musica, alla composizione; è una scelta condizionata dai nostri ascolti, e “Bonjour My Love” non è assolutamente un album costruito a tavolino, suoniamo questo. Anzi, è anche troppo orecchiabile, rispetto a ciò che suonavamo in diverse formazioni cinque o sei anni fa. È stata, ed è tuttora, una genesi progressiva e graduale: il nostro obiettivo è ottenere un risultato finale soddisfacente, che rispecchi ciò che avevamo in testa.

Ascoltando brani come Just a rebel song, si viene proiettati in un’America d’altri tempi con suoni folk un po’ lontani da molte delle cose a cui siamo abituati ad ascoltare ogni giorno. Quali sono i vostri punti di riferimento musicali?
Tanti, troppi, ed anche molto lontani dal genere musicale di “Bonjour My Love”. Ovvio che alcuni pezzi rimandino inevitabilmente agli storici cantautori americani e canadesi. Diciamo che ognuno di noi ha pescato dai propri ascolti riversando alcune influenze nel progetto El Cijo: fatto ciò, tutti ci siamo accomodati nel genere acustico. Questa credo sia l’unica evidenza.

Parliamo un po’ della composizione dei vostri brani. Come nascono? Li scrivete tutti insieme oppure qualcuno arriva con un’idea e poi insieme ci lavorate sopra?
Dipende, non nascono tutti nello stesso modo. Insieme ci occupiamo degli arrangiamenti; anche se a volte la scintilla parte da uno di noi, cerchiamo di articolare il pezzo in gruppo. Ed è questo in fondo l’aspetto che rende divertente suonare insieme, proprio il fatto che in fase compositiva non sai mai che piega prenderà il pezzo.

Every woman colpisce perché parte da un’idea musicale ben precisa e poi a metà brano diventa altro. Scelta voluta oppure un piccolo compromesso per mettere d’accordo più anime compositive?
Direi scelta voluta, raggiunta tramite tanti piccoli compromessi. Alcune versioni dei brani sono state definite in fase di registrazione, con l’inserimento di nuovi strumenti e nuove parti. Se i pezzi rivisitati dopo alcuni ascolti attenti riescono a mettere d’accordo tutte le anime, allora il gioco è fatto. Per Every woman è andata proprio così: la seconda parte, nata come punto di partenza per un nuovo brano,  alla fine è stata utilizzata come coda per rinfrescare uno dei primi pezzi del gruppo.

Calamari in frack, curioso titolo per una delle canzoni più belle del disco. A cosa si deve questo titolo un po’ particolare?
Se non ci fossimo chiamati El Cijo, probabilmente “Bonjour My Love” sarebbe stato l’album d’esordio dei Calamari in Frack: era uno dei più gettonati tra gli eventuali nomi presi in considerazione. Alla fine siamo riusciti ad utilizzarli entrambi.

Nel vostro disco ci sono sia brani strumentali sia cantati. È come se aveste due anime. A cosa si deve questa scelta, forse un po’ azzardata per il primo disco di una band?

Di sicuro appaiono due approcci: uno più cantautoriale, ritmico e fisico; l’altro filo-psichedelico, legato probabilmente ad immaginari più confusi ed astratti. E se fosse un’unica anima divisa in due? L’azzardo sarebbe minore, forse.


(05/05/2009)

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