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Diego Galeri

Un'immersione nella Musica, sempre con curiosità e voglia di sperimentare

Gli amanti dei Timoria, “la più grande rock band bresciana di tutti i tempi” nonché gruppo seminale nel percorso di rilancio del rock italiano negli anni Ottanta, ricorderanno bene la canzone “Storie per sopravvivere” quando, ad un certo punto del brano, Francesco Renga canta “Diego picchia di più” e senza farsi pregare Diego riparte col suo straordinario drummin’. Tassello fondamentale e co-fondatore dei Timoria, Diego Galeri, bresciano doc, si è trasferito a Milano da diversi anni e con molto piacere lo ritroviamo sempre in grande forma e molto disponibile a fare una chiacchierata a sfondo musicale.  

Ciao Diego, come stai?
Sto bene, sempre immerso nella musica, quindi vuol dire che sto bene!

E’ inevitabile partire dagli inizi, e per inizi intendo prima che i Timoria nascessero, quel famoso concorso musicale con i Precious Time, nel cuore degli anni Ottanta.
Il periodo del liceo per noi è stato formativo dal punto di vista musicale grazie a Deskomusic, questa bellissima manifestazione che si svolgeva a Brescia, come mi capita spesso di ricordare quando ritrovo gli amici bresciani. Era un concorso musicale riservato alle scuole che durava tutto l’anno e al quale dedicavamo tempo ed energie. Era un modo assolutamente bello e sano per condividere esperienze musicali e non con i coetanei. Il primo anno partecipammo ciascuno con il proprio gruppo, mentre il secondo anno scegliemmo di aggregarci in questa formazione che si chiamava Precious Time. Ed era pressoché la formazione definitiva dei Timoria. Da lì è partito tutto, quell’anno (1986) vincemmo Deskomusic poi ci iscrivemmo a Rock Targato Italia e vincemmo pure quello. In palio c’era un provino con la Polygram, storica major e quello fu l’inizio della nostra carriera discografica.

Lo scorso anno avete celebrato i 25 anni da “Viaggio senza vento”, un album fondamentale per il rock italiano ma anche per i Timoria, che da quel disco in poi decollarono.
A Novembre dello scorso anno è uscita la versione delux rimasterizzata, per la prima volta in versione vinile, ed è stata l’occasione per sentire ancora un grande calore attorno alla band, un grande affetto. E’ stata una bellissima esperienza. A 25 anni di distanza vedere che moltissima gente ancora ci segue è una grande dimostrazione di stima e di amicizia. Viaggio senza vento è stato l’album di svolta della nostra carriera perché eravamo arrivati ad una fase di stallo. Il disco precedente, Storie per vivere, non ci aveva soddisfatti da un punto di vista della produzione e non aveva raggiunto i riscontri desiderati. Non eravamo contenti ed eravamo arrivati ad un punto nel quale non sapevamo bene che direzione prendere, per cui ci siamo detti: facciamo quello che ci piace e facciamolo come vogliamo noi. Da quel momento abbiamo realizzato tutto in autonomia, abbiamo fatto tutto da soli, naturalmente con l’avallo della Polygram, gestendo però tutti gli aspetti artistici per conto nostro ed è nato un album con un’energia incredibile che è rimasto poi un punto fermo nel corso degli anni. Successivamente abbiamo continuato su quella strada, considerando che i Timoria sono sempre stati una band curiosa e desiderosa di confrontarsi con le cose più disparate.


Poi avete seguito con sempre maggior passione la via della contaminazione.
Negli anni abbiamo sperimentato cose diverse coinvolgendo anche altri musicisti come in Eta Beta, senza porci mai limiti su quello che volevamo fare. Anche dopo la dipartita di Francesco Renga abbiamo continuato su questa strada, rimettendo in gioco la band e ottenendo comunque ottimi risultati. Questa cosa io me la porto dentro da sempre ed è la mia caratteristica, quella di volermi confrontare mantenendo un’apertura mentale ed artistica quasi a 360°. Su certi aspetti naturalmente non mi confronto ma mi piace molto sperimentare, scoprire cose nuove ed interagire con musicisti sempre diversi, questa è una cosa che mi piace moltissimo, io amo vivere la contaminazione nei miei progetti. Ma la contaminazione è una questione che ha sempre accomunato tutti i musicisti dei Timoria, eravamo affascinati ed attratti da questa dimensione.

La band della quale attualmente fai parte sono gli Adam Carpet, un progetto molto affascinante che recupera in un certo senso la dimensione artistica dei Timoria, che erano unici nella capacità di fondere vari linguaggi dell’arte. In precedenza c’erano stati i Miura e rimane sempre aperto il tuo progetto solista del10.
Adam Carpet
(nella foto qui sotto) è un progetto particolare già a partire dalla formazione: due batteristi, due bassisti, un polistrumentista, usiamo sintetizzatori, chitarre, insomma è un progetto molto aperto che spazia dal rock al post rock all’elettronica e all’ambient, senza porci alcun tipo di limite e contaminandoci con altre forme di arte e di comunicazione come il visual, la fotografia. Ci sono tantissimi elementi che confluiscono nella nostra musica. Così faccio quando sperimento con le mie produzioni soliste, come con i del10, nelle quali mi spingo molto di più verso l’elettronica oppure con altri progetti come i Miura che sono stati attivi per cinque anni dal 2002 e con i quali abbiamo sperimentato su un territorio più rock. E così farò anche nei progetti in previsione per il futuro – ne ho uno in particolare - dei quali forse è prematuro parlare ma che spero di proporre a breve.


Ora vivi a Milano, che differenza c’è a livello di ambiente musicale rispetto ad una città di provincia come Brescia, che pure ha avuto una bella crescita grazie anche agli stimoli dati dai Timoria.
Sicuramente Milano è una città molto stimolante, nella quale l’interazione tra artisti e musicisti è sempre molto viva e varia, per cui sicuramente ci sono molte più possibilità di entrare a contatto con realtà diverse. Sentendo amici musicisti bresciani coi quali sono sempre a contatto so che anche la realtà bresciana è molto fervida. Certo, Milano è una città che in questo momento ha un’energia fortissima e nella quale mi trovo perfettamente a mio agio, qui sto bene e la mia creatività sicuramente ne beneficia.

Tra i tuoi molti progetti hai dato vita anche ad una casa discografica, la Prismopaco Records.  
Nel 2008 ho aperto la Prismopaco Records che gestisco in totale autonomia. La chiamerei una piccolissima etichetta discografica super indipendente. Più che produrre mi piace promuovere artisti o band che non hanno una grande visibilità mediatica. Pubblico dischi che fondamentalmente mi arrivano al cuore. Quello che pubblico è quello che mi piace, con il limite dei mezzi che ho a disposizione però con la passione e l’entusiasmo che provo per le nuove cose. Anche questo fa parte del discorso di contaminazione e di confronto con altre realtà artistiche. Quando pubblico un disco è perché ne ricevo delle sensazioni profonde quindi in qualche modo ne vengo influenzato. Fondamentalmente anche Prismopaco fa parte di questo concetto per il quale vivo.

Oggi il mondo musicale è radicalmente diverso da quello degli anni Ottanta, nei quali siamo cresciuti musicalmente. Se un tempo la musica era analogica nella produzione e nella fruizione oggi è tutto iper digitalizzato. A riguardo cosa ne pensi?
Non posso far altro che prendere atto di questa cosa. E’ cambiato sicuramente il modo di fruire della musica, in tutto o quasi. Probabilmente l’unica aspetto che non è cambiato e che credo non cambierà mai è il concerto. Le band quando suonano dal vivo sono l’espressione estemporanea di quello che sono e questa cosa è difficile da modificare. Per cui io credo che ad oggi forse la cosa su cui vale la pena spingere e trasmettere alle nuove generazione è andare a vedere i concerti e saper gustare la musica dal vivo, magari con i telefoni spenti, perché altrimenti il concerto diventa una cosa abbastanza devastante. Godere la musica in quel preciso istante e beneficiare delle vibrazioni positive che ti arrivano da chi suona e da chi è sul palco.

Tu hai una attività che ti impegna molto in qualità di insegnante di batteria presso la Percussion Village Music School: come sono gli allievi di oggi, figli di una generazione radicalmente diversa rispetto alla nostra?
Hanno un approccio alla musica che in alcuni casi faccio molto fatica a capire ma sono comunque molto ricettivi. Quando gli si propongono delle cose che non conoscono alla fine le apprezzano e non ascoltano solo, ad esempio i Twenty one pilots, che sono una tra le band che vanno per la maggiore tra i ragazzini di oggi. Ma se gli si fa ascoltare un brano dei Van Halen, un brano degli AC/DC, un brano più datato non lo schifano ealla fine ci si appassionano. Il mio lavoro non è solo quello di insegnare a suonare lo strumento, che è importante, ma è anche quello di trasmettere la passione per la musica e la voglia di ricercare e di ascoltare. Trasmettere la cultura musicale per me è oggi una delle cose più importanti che un musicista e un artista deve fare nei confronti delle generazioni più giovani. Per cui invogliarli non solo ad appassionarsi a quello che passa la radio o la tv ma andare a cercare e scoprire cose nuove. Questo credo che sia molto importante. Nuove o vecchie perché guardare al passato significa capire da dove arrivano certe cose nuove.

 

 

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