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Fabrizio Consoli

Vecchio testamento, nuove istanze (e giro in Europa)

Dopo lunga gestazione, è uscito in maggio il nuovo, atteso album di Fabrizio Consoli (il suo quarto di inediti in più di vent'anni, live esclusi) dedicato a un tema decisamente singolare quanto impegnativo come i Dieci Comandamenti. S'intitola, non a caso, 10, e a pubblicarlo sull'italico suolo è stata iCompany. Ora, il 23 settembre, il cd vede la luce anche in Germania, Austria e Svizzera (dove il Nostro è certo noto e seguito, fatto in verità non così raro, ben più che in Italia) per i tipi della Chaos/Edel.  Vista la particolarità (e la riuscita, ovviamente) del lavoro, abbiamo ritenuto opportuno parlarne col diretto interessato, anche in vista di un articolato tour europeo che decollerà il 7 ottobre da Gottinga e avrà poi tutta una costola, a cavallo fra ottobre e, soprattutto, novembre, in terra di Russia (tutte le date su fabrizioconsoli.it). Ecco cosa ne è venuto fuori.    

Partiamo inquadrando il disco, indubbiamente particolare. Quando e come l'hai concepito?
Più o meno cinque anni fa, uscendo di casa una mattina, ho visto la gigantografia elettorale di un politico, che si schierava, a mio avviso abbastanza inopportunamente, “per la famiglia, con la famiglia”. Ho iniziato a riflettere sulla nostra percezione di verità e menzogna, e su come dimentichiamo spesso quella specie di sesto senso che dovrebbe indicarcene il confine. Questo ha innescato una serie di considerazioni e domande, la più importante delle quali era la seguente: cosa ha impedito e cosa impedisce alla civiltà occidentale di degenerare in una specie di far west ancor più violento di quello che i media ci restituiscono quotidianamente? E' come se per la prima volta nella mia vita avessi capito davvero il senso di queste semplici regole, per molti tratti comuni a tutte le culture e religioni. Precetti giuridici, molto prima che dogmatici, i dieci comandamenti sono i pilastri su cui si regge tutto l'insieme di civiltà che è il mondo che “riconosciamo”. Il passo successivo è stato l'approccio, totalmente individuale e laico, alla loro lettura, o rilettura. L'aspetto che sottolineerei, per la comprensione del percorso testuale del disco, è che ho cercato di rispondere sempre il più sinceramente possibile, cosa che a tratti si è rivelata quasi dolorosa, alla domanda: rispetto a quel dato comandamento, nel mondo in cui vivo, e dopo tutto il tempo intercorso, cosa mi manca?

Quali corrispondenze ritieni che in quest'ottica l'ascoltatore debba - o comunque possa - trovare fra questo tuo spunto di partenza e le canzoni in quanto tali?
Direi che il lavoro ha due diversi livelli di lettura. Naturalmente il primo è senz'altro musicale, più leggero, pieno di citazioni, per certi versi divertente, per altri evocativo (come dovrebbe essere un disco, insomma), che è poi il motivo per cui non ho seguito l’ordine dei comandamenti nella scaletta del disco, né ho voluto dare riferimenti diretti agli stessi nei testi. Il secondo, più profondo, che contiene le corrispondenze a cui ti riferisci, necessita di una sorta di chiave di accesso, che viene fornita nei sottotitoli del libretto, visto che al comandamento specifico segue la riflessione che ne è scaturita. Del resto non ci sono - né vogliono esserci - sermoni, risposte più o meno definitive, manuali per l'uso. Niente pro o contro: solo racconti, spunti di riflessione e prese di posizione personali, che possono essere condivise o meno.


Veniamo al numero dei pezzi, che di fatto sono tredici, pur con un prologo (Il maestro) e un una ripresa (Credo).
In realtà i pezzi sono dieci, perché, a parte le due riprese cui ti riferisci, c'è un terzo pezzo solo strumentale, Processione, che fra l’altro riprende la banda che entra nel finale del primo Credo. Se vogliamo è un'idea presa a prestito dai Beatles, nello specifico dai cori di Because.


Al di là di tutto quanto detto, c'è ancora qualcosa che ci tieni ad aggiungere sul disco in sé e per sé?
Aggiungerei che è pieno di riferimenti e citazioni, sia musicali che letterarie. Quella che probabilmente salterà più all'occhio può rimandare al Testamento di Tito di De André, ma in realtà l'opera che ha più profondamente ispirato "10" è il Decalogo di Kieslowski. Ho amato tutto il suo cinema, ma del Decalogo in particolare mi aveva colpito profondamente il punto di vista laico, e la compassione del suo sguardo sulla fragilità, tutta umana, di fronte alla rigidità spesso disumana della regola, posizione del resto molto presente anche in De Andrè.
Un'altra cosa: c'è stato chi ha giudicato eccessiva la mia affermazione secondo cui - riporto testualmente dalle note di accompagnamento del cd - "non posso più immaginare un disco che non aggiunga alle canzoni un filo conduttore in grado di farle andare oltre la loro natura di storia a sé”, aggiungendo che "il concept mi sembra l'unica strada percorribile per dare un senso all'investimento di vita e al lungo periodo di concentrazione ed energie che realizzare un album richiede”. In realtà non c'è spocchia o presunzione, in questa dichiarazione, né tanto meno l'intenzione di far cadere le cose dall'alto: io, molto semplicemente, la penso cosi, in ciò confortato fra l’altro dal fatto che quasi tutta l'opera proprio di De Andrè è composta da concept albums.


Soffermiamoci ora su qualche dettaglio, tipo l'uso della lingua: domina ovviamente l'italiano, ma in un paio di brani ci infili delle parti in spagnolo.

Già in Musica per ballare, del 2009, avevo iniziato a usare lo spagnolo in un pezzo, Giro di carte. Il testo, scritto di getto in dieci minuti (fatto per me del tutto inusuale), era perfetto, ma un po' corto. Piuttosto che scrivere altre strofe inutili, ho preferito tradurre quelle già presenti in spagnolo. La ripresa della pratica in "10" un po' dipende proprio da quel precedente, che continuo a ritenere molto funzionale. Ma c'è anche da dire che amo il flamenco e lo spagnolo, che trovo a volte più musicale e passionale dell'italiano. Lo uso per alleggerire l'attenzione sul testo, lasciando respiro allo strumento-voce e alla musicalità di certe melodie. Oltre tutto all'estero capita spesso che, per chi non capisce una parola d'italiano, bastino poche frasi in spagnolo per dare all'intera canzone la chiave per una fruibilità completamente diversa.

Ci sono poi dei parlati che inframmezzano qua e là il cantato: quale ne è la funzione?
E' una cosa che faccio molto spesso anche dal vivo, e che mi aspetto in un disco che mi piace, così come in un concerto che mi coinvolge. Da una parte c'è l'aspetto, quasi cinematografico, da voce narrante, di spezzare il ritmo con qualcosa che è importante e urgente dire, in confidenza, al di là del canto. Dall'altra c'è la difficoltà - a volte l'inutilità - di costruire a tutti i costi melodie attorno a un testo meno musicale, ma di spessore, oppure il dannarsi l'anima per incastrarlo in una melodia senz'altro buona, ma che metricamente ci fa a cazzotti. In definitiva direi che per me è una cosa istintiva, più che un effetto voluto, per cui non mi faccio troppe domande. Spesso quel che nei provini esce di getto, se il senso torna, specie emozionalmente, rimane fino in fondo.

Parliamo di danzabilità: quanto conta nella musica che veste i tuoi testi?
Se ci pensi, la gran parte della musica degli anni Cinquanta e Sessanta, dalla canzone a certo jazz e persino al rock, oltre a intrattenere, doveva essere ballabile, e le distinzioni di genere spesso cadevano, in sala da ballo. Negli anni che hanno seguito l'uscita di "Musica per ballare", però, ho scoperto che proprio il retaggio di quella ricerca musicale, la sua ballabilità, è stata un po' la chiave d'accesso a un linguaggio diverso da quello testuale, laddove il testo non viene recepito immediatamente (e non mi riferisco per forza solo all'estero), dando alla mia proposta, soprattutto dal vivo, qualche chance internazionale. Aggiungerei, anzi, che a volte la succitata danzabilità aiuta a gettare luce su un lavoro, proprio quello testuale, a cui cerco di prestare la più grande attenzione, e nel quale investo una parte molto importante del tempo necessario a realizzare un album. Anche e soprattutto all'estero...


Ecco, l'estero: a breve partirai per un tour internazionale che ti porterà nei Paesi germanofili e, per la prima volta, in Russia. Vogliamo chiudere con due parole su questo argomento?
Certo. Dobbiamo partire dallo scorso aprile, quando ho firmato con l'etichetta degli Studi Bauer (dove è stato registrato il leggendario Köln Concert di Keith Jarrett, pensa!), che ha proposto il 23 settembre come data di uscita di "10" in Germania, Austria e Svizzera. A quel punto, con Rainer Zellner, il mio manager tedesco, si è pensato di affiancare un tour all'uscita del cd. Per mettere insieme una cosa del genere di regola ci vuole un anno o poco meno, e invece in questo caso in soli cinque mesi il mio management è riuscito a imbastire un tour che solo a ottobre toccherà quindici città fra Germania e Austria, con pochissimi dayoff, per ricominciare a febbraio/marzo. In mezzo ci saranno le date in Russia di cui dicevi, in novembre, per lo più in jazz club e piccoli auditorium per filarmoniche, oltre a un piccolo tour italiano, subito a ridosso. Ma visto che siamo ai saluti, non posso fare a meno di citare Gigi Rivetti e il suo pianismo intelligente e Silvio Centamore col suo setup che mischia batteria, percussioni ed elettronica. Entrambi supportano da anni molte delle fasi creative del mio lavoro, e sono davvero determinanti nel suono che ne risulta.

Foto di Alberto Bazzurro, Giorgio Maimone, Massimo Soldati e Radio PNR Tortona.

 

 

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