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Massimo Priviero

Semplicemente Massimo

È come bere un bicchierino di elisir incontrare e scambiare due parole con Massimo Priviero, un elisir di quelli che ti rigenerano dopo una gita in montagna. Priviero è uno dei migliori interpreti di quello che una volta potevamo chiamare rock e che oggi lo stesso Massimo suggerisce di chiamare canzone d’autore, col bollino di qualità in bella evidenza però. Lo raggiungiamo telefonicamente in uno dei rari momenti liberi, preso com’è tra serate, presentazioni e incontri promozionali di Massimo, il suo nuovo disco dal vivo, che è l’ennesima testimonianza che non serve andare oltreoceano per trovare qualcuno capace di suonare e cantare con passione, forza e grande intensità.

Ciao Massimo, dopo alcuni anni ci ritroviamo, sempre on the road, con questo live che è appena uscito. Un nuovo disco è come un figlio, cosa ci racconti di questo album che porta semplicemente il tuo nome, “Massimo”?
È un doppio live con tre inediti, si tratta di una registrazione del grande concerto fatto all’Alcatraz di Milano lo scorso anno alla fine del tour, il 26 ottobre 2014. L’album è uscito ad inizio Ottobre e lo stiamo portando in giro per varie città italiane. Per me è una cosa importante, non è uno di quei live fatti così solo per testimoniare i concerti, ma abbiamo voluto curarlo secondo molti aspetti, sia per la parte audio che per quella video, spero che il pubblico apprezzi il nostro sforzo.

Nuovo disco e un tour importante, già con parecchie date, immagino sia una grossa soddisfazione in tempi come questi non esaltanti per il live.
Siamo partiti molto bene facendo il pienone  a Milano. Ora stiamo viaggiando, abbiamo una serie di date sino a Natale. Sul discorso del tipo di progetto credo che nei tempi in cui viviamo se tu vuoi dare qualcosa alla gente che ti segue, se vuoi far sì che il disco venga acquistato devi proporre qualcosa di bello. Per cui abbiamo pensato a questo doppio cd + dvd con un packaging molto curato, in modo da giustificarne l’acquisto. Naturalmente dovremo poi attendere la reazione dopo i concerti. Spero che piaccia ad un numero sempre maggiore di persone.  

Il segreto delle tue canzoni credo dipenda anche dallo zoccolo duro costituito da musicisti che collaborano con te da anni. Compagni di viaggio e un po’ anche fratelli?
I musicisti che sono con me sono persone adorabili con le quali c’è un grande affiatamento che si sta consolidando anche in occasione di questo tour, sia nella versione elettrica che nella versione acustica. I nomi li conoscete tutti:  Alex Cambise (chitarre e mandolino), Fabrizio Carletto (basso), Oscar Palma (batteria), Riccardo Maccabruni (fisarmonica e piano), Nicola Manniello (tastiere), Efrem Bonfiglio (chitarra). Per me è sempre una gioia poter lavorare e suonare con loro. In questo disco sono poi presenti anche ospiti che considero amici, come Michele Gazich (violino), Giancarlo Galli e Keith Easdale (cornamuse) ed in un brano mio figlio Tommaso, emozionatissimo, alla chitarra acustica.

Nell’inedito “Orgoglio” trova spazio, come spesso nelle tue canzoni, uno sguardo verso il cielo: cosa rappresenta per te questo cielo?
Orgoglio
è uno dei tre inediti, perché l’album è un live ma contiene anche canzoni fatte in studio. Orgoglio apre l’album ed è una canzone che si collega a quello che dicevo prima sul modo di stare al mondo, sui valori che per me sono importanti, che si uniscono in questo brano. La canzone è stata scritta in un momento di fragilità, l’orgoglio in questo caso non è un peccato, ma contiene uno slancio che fa dire a te stesso che le cose in cui credi hanno un senso e quindi possono alimentare questa forza di cui parlavamo, che prima di tutto devi avere verso te stesso, per poterla poi trasmettere alla gente che ti ascolta, che viene ai concerti.

Un approccio buono verso l’orgoglio quindi, che ti spinge a guardare verso l’Alto.
Certo, come sai l’esigenza di spiritualità e di trascendenza sono necessarie alla mia vita ed inevitabilmente me le porto dentro, finiscono nelle cose che vado a scrivere e sono tra quelle che mi rappresentano maggiormente. Su questo versante l’orgoglio ha una valenza positiva, può rappresentare un senso di appartenenza, il fatto di non aver venduto le cose in cui credi, i tuoi valori, la tua spiritualità, ed è importante riaffermarlo, non con presunzione ma con estrema sicurezza delle cose che per te sono importanti. Questa è Orgoglio.

Un disco è una sorta di ponte tra l’artista e il suo pubblico, ma nel tuo caso lo è sempre un po’ di più, la sensazione è che quando canti vuoi parlare ad ognuno di noi, per accendere un dialogo, una sintonia.
Quando si parla di condivisione prima di tutto significa condivisione con il proprio pubblico. Quando si fa musica in un certo modo vuol dire che si vive in un certo modo. La gente che sta giù e che vede i concerti in un certo senso  crede alle cose che credi tu, vive, anche se fa un altro mestiere, come vivi tu.

Sono ormai parecchi anni che sei in giro a suonare, come pensi sia cambiata la musica, il rock, rispetto agli esordi?
E’ cambiato il mondo, dopo 27 anni di carriera con 13-14 album me ne rendo conto immediatamente. Penso che abbia sempre più senso parlare di canzone d’autore tout court senza metterci altri nomi, perché oggi parlare di rock è sempre più faticoso, è un termine non individuabile. Più andiamo avanti più ha senso parlare di musica d’autore, se vuoi puoi aggiungerci musica di qualità, musica di spessore, o musica che non rimane in superficie, non di facile fruizione nelle radio commerciali, aggiungici tu quello che credi. Secondo me è corretto parlare di musica d’autore.

Foto di Ferdinando Bassi

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