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Giorgio Gobbo, Bottega Baltazar

In viaggio con la Bottega Baltazar sulle orme dell'Elefante

È da poco uscito Sulla testa dell’elefante, il nuovo album della Bottega Baltazar (formatasi all'inizio degli anni 2000 come Piccola Bottega Baltazar), la band veneta che nei cinque anni che separano questo lavoro dal precedente disco di inediti  Ladro di rose è diventata davvero “grande” aprendosi a numerose esperienze differenti (di cui parleremo) e raggiungendo una maturità di suoni e di scrittura che la pone oggi tra le più interessanti e poliedriche realtà musicali italiane e non soltanto quindi del nordest.

La
Bottega Baltazar è: Giorgio Gobbo (voce e chitarra), Sergio Marchesini (pianoforte e fisarmonica), Antonio De Zanche (contrabbasso e basso elettrico), Graziano Colella (batteria, percussioni) e Riccardo Marogna (clarinetto, clarinetto basso, sax tenore ed elettronica). L’album si compone di 10 tracce, dense di spessore linguistico e sonoro, che affrontano temi importanti come l’immigrazione e l’accoglienza ma anche il rapporto con la natura, le proprie radici, lo sport come metafora di vita e naturalmente l’amore. Gli arrangiamenti sono vivaci e accurati, nuovi ma mai azzardati. Si spazia con ampio respiro in un delicato e perfetto equilibrio fra tradizione, folk e modernità. Raggiungo telefonicamente Giorgio Gobbo, “frontman” del gruppo, voce solista e autore di molti dei brani della band, per quella che già so sarà una bella chiacchierata. Ringraziandolo quindi della disponibilità, inizio proprio col farmi raccontare da lui come e dove nasce questo loro ultimo bellissimo album.    

Ascoltando il primo brano del disco si viene a scoprire il significato di questo titolo un po’ bizzarro, ma vogliamo svelarlo anche a chi ancora non ha avuto il piacere di farlo?
Le dieci canzoni che compongono questo disco sono nate durante un periodo di eremitaggio a 1200 mt. di altitudine, sul monte Summano nell'alto vicentino, tra l'altopiano di Asiago e il Pasubio. Qui abbiamo avuto la possibilità di trascorrere del tempo per riflettere, scrivere e realizzare degli arrangiamenti che poi abbiamo successivamente registrato. Sulla testa dell'elefante sta ad indicare proprio la cima di questo monte che dalla pianura si vede distintamente e si caratterizza per due coppette che a noi, nella nostra fantasia, ricordavano appunto la testa di un elefante. Mi piace l'idea di riflettere su come la montagna, che abbiamo avuto la fortuna di vivere sia nella bella stagione (che normalmente si conosce da turisti di montagna e da camminatori) che in autunno quando si spopola di viandanti e mostra il suo lato più duro e più selvaggio (e forse anche una bellezza ancora maggiore), al di là delle immagini da cartolina, nella sua durezza, nella sua crudeltà a volte ti ricorda che la vita può essere anche molto difficile ma non per questo meno meravigliosa, come lo è un tramonto a inizio novembre.

Nell’album ci sono due brani scritti in dialetto, ma in tutto il lavoro si percepisce un forte legame con la vostra terra, il Veneto. Quale importanza ha per voi l’uso della lingua veneta nelle canzoni?
Diciamo che rientra in una nostra visione poetica del territorio, nel senso che ci piace parlare di cose che conosciamo in prima persona e quindi nelle nostre canzoni emergono luoghi a noi cari e talvolta anche il linguaggio parlato in quei luoghi. L'uso del dialetto in questi brani è una scelta, perché siamo convinti che nel “piccolo” si possa ritrovare uno specchio del “tutto”. Noi crediamo che i microcosmi delle vite delle persone siano degli specchi universali che riguardano la presenza degli esseri umani su questo pianeta, e l'ambientazione del monte Summano ad esempio diventa quindi un paradigma di qualcosa di più ampio. Il paragone naturalmente dev'essere molto ridimensionato, ma è come quando Bob Dylan ti parla del deserto ai confini del Messico che diventa un luogo immaginario, dove tu che ascolti puoi condurre le tue emozioni.



Recentemente avete tolto l'aggettivo “Piccola” al vostro nome, rimanendo semplicemente Bottega Baltazar. Come mai questa scelta?

Sì, la scelta è dovuta al fatto che in questi ultimi anni abbiamo avuto molte collaborazioni che hanno allargato i nostri orizzonti sonori e quindi ci siamo accorti che nella “piccola bottega” si stava un po' stretti. Abbiamo deciso quindi di occupare anche il vano adiacente – sorride – Non sappiamo ancora se riusciremo a pagare l'affitto, ma questo intanto è diventato il nuovo nome.

Tornando al vostro ultimo lavoro: il legame con il territorio e l'importanza delle radici, abbiamo detto, ma anche attenzione verso l’altro, verso chi arriva. Il tema dell’immigrazione e dell’accoglienza è fortemente presente in questo disco e ci riporta con la memoria a quando a emigrare alla ricerca di lavoro erano invece i nostri vecchi, molto spesso in partenza proprio dal veneto.
Beh sì, scrivere canzoni per come la vediamo noi significa non smettere di osservare quello che appunto succede nel mondo e quindi abbiamo sentito forte la necessità di esprimere pensieri sul tema delle migrazioni andando alla ricerca di quei sentimenti che ci rendono umani e ci fanno simili al nostro prossimo, sia che provenga da lontano come nel caso dei migranti, oppure anche si tratti del  nostro vicino di casa. Credo che ci sia un significato politico anche nel fare canzoni e che nel nostro caso sia una ricerca di tutto quello che ci rende appunto umani e non delle macchine da produzione e da profitto, del tutto disumane. Questo discorso si lega un po' anche alla nostra esperienza sul monte, nel senso che abbiamo trascorso lì questo lungo periodo in cui ci siamo accorti che stare insieme, convivere, condividere gli stessi spazi a volte può costare anche fatica. Ma alla fine di questo viaggio ci siamo resi conto ancora di più che tutte le cose preziose richiedono fatica, come camminare in montagna e arrivare sulla cima del monte per godere infine di quella sensazione di serenità che solo raggiungere quella meta ti può dare, nonostante la difficoltà.

Nell'album c'è una visione molto delicata dell'amore, in particolare di quello adolescenziale. Chiedo a te che sei l'autore del brano di cui sto parlando: chi è la “Smortina innamorata”?
La Smortina innamorata è l'adolescente che è in ciascuno di noi, anche se magari abbiamo da qualche tempo superato quella fase della vita. E' una voce dentro di noi che amiamo conservare perché è capace di avere uno sguardo sul mondo più pulito e incantato del nostro. E poi nel mio caso avevo capito che il mio adolescente interiore è una femmina, e sono convinto di questa cosa, e così ogni volta le porto un fiore di speranza.

Coltiviamo arcobaleni nella nostra testa”, recita un verso della canzone che apre il disco,  A colloquio con i nembi. Trovo che “ arcobaleni” sia una splendida definizione per la vostra musica. Scrivere una canzone per voi è un fenomeno naturale che va fermato e poi condiviso?
Diciamo che riuscire a realizzare una canzone è un lavoro di buon artigianato, quindi richiede in parte ispirazione, ma certamente in gran parte necessita di lavoro, che poi nel nostro caso è anche la capacità di mettere insieme le idee e poi confrontarsi, per arrivare all'opera finita.

Tra gli ultimi due album sono trascorsi cinque anni. Sappiamo che ci sono state diverse collaborazioni nel frattempo e vi siete dedicati al cinema e al teatro. Quale importanza ha avuto per voi incrociare il vostro lavoro con quello di autori e registi come Andrea Segre e Marco Zuin, e attori come Vasco Mirandola e Andrea Pennacchi?
E' un po' nel nostro DNA quello di fare rete con altre realtà che noi stimiamo. E' quindi un grandissimo piacere quando riesci a sostenere con la tua creatività le idee e il lavoro di altri artisti molto validi come quelli che hai citato. Sicuramente è molto arricchente, perché ti dà la possibilità di specchiarti nel lavoro degli altri mettendo a fuoco quello che vuoi dire e la maniera in cui vuoi raccontare certe storie. Ci piace se anche gli artisti con cui collaboriamo traggono da noi quello che serve loro, che essenzialmente è musica.

Nella vostra storia ricordiamo gli omaggi a Fabrizio De Andrè, al quale avete dedicato il vostro primo album, e ad Alda Merini, con uno spettacolo teatrale molto intenso. Quale influenza hanno avuto queste due figure enormi nel vostro modo di scrivere?
Per quanto riguarda De Andrè, quando all'inizio ti metti a fare un mestiere in modo artigianale come lo intendiamo noi hai bisogno di un maestro, o più maestri, per cui abbiamo individuato in quella fase della nostra carriera che De Andrè era uno che con il suo modo di scrivere poteva insegnarci molte cose, e poi, come spesso capita, bisogna saper andare anche oltre per non chiudere questi maestri in una specie di museo replicandone semplicemente il lavoro, ma al contrario trarne l'insegnamento e farlo macerare dentro di te per poi creare qualcosa di nuovo. Per quanto riguarda invece Alda Merini, direi che fa parte di una categoria di poeti che noi amiamo leggere (tra l'altro spesso sono voci femminili come anche la Gualtieri, la Szyimborska) e quindi da questi grandi maestri della parola abbiamo, credo, imparato qualche trucco.

Ci salutiamo sorridendo da un capo all'altro del filo. Entrambi ricordiamo di esserci incontrati in occasione di un concerto della Piccola Bottega Baltazar vicino a Venezia alcuni anni fa, e comunque di esserci “seguiti alla lontana” attraverso Facebook, quel mezzo che Giorgio definisce scherzosamente “diabolico”. Gli prometto sinceramente che non lascerò passare ancora molto tempo prima di riascoltarli e rivederli dal vivo (a settembre saranno presenti in Veneto con una serie di concerti in luoghi piuttosto suggestivi) e ci diamo appuntamento quindi per una stretta di mano e magari un'altra piacevole chiacchierata, stavolta di persona. Nel frattempo, il miglior consiglio che posso dare ai lettori dell'Isola è quello di prendersi il giusto tempo e la giusta tranquillità per ascoltare Sulla testa dell'elefante. Staccate per un po' la spina dai rumori e dalla frenesia del mondo, respirate a fondo, chiudete anche gli occhi e immaginate, con l'aiuto della musica della Bottega Baltazar e gli echi delle voci della foresta, di intraprendere e magari proseguire il viaggio, per  immergervi infine pienamente in voi stessi.


Foto live di Raffaella Vismara
Collage e foto di copertina di Filippo Quaranta


Prossimi concerti della Bottega Baltazar:
20.08.2016 Montegrotto (PD)
27.08.2016 Freistadt (Austria)
04.09.2016 Padova
16.09.2016 Motta di Livenza (TV)
18.09.2016 Barbarano (VI)
17.12.2016 Vicenza

 

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