ultime notizie

Torrita Blues Festival, 30a edizione

Un'edizione importante per i 30 anni della rassegna. Importante per tanti motivi. Perché ha raggiunto un traguardo prestigoso, ma anche perché caratterizzata da un ritorno gradito, da un marchio ...

Susanna Parigi

Il coraggio della parola

Susanna Parigi è un’artista sempre alla ricerca, in continuo movimento all’interno dello straordinario mondo della Musica in tutte le sue forme. Dopo tanti album che l’hanno consacrata come rappresentante del cosiddetto “pop letterario”, è uscito lo scorso anno il cd Dal suono all’invisibile tratto dal concerto-teatrale sacro, con la preziosa collaborazione del suo chitarrista storico Matteo Giudici. Il disco contiene 16 brani che hanno a che fare con la spiritualità e toccano musica d’autore, musica tradizionale e musica classica. Ad anticipare questo lavoro l’anno precedente il libro Il suono e l’invisibile con Andrea Pedrinelli, pubblicato con Infinito Edizioni, un viaggio all’interno della musica intesa come arte, professione e stile di vita. Dopo aver insegnato canto moderno per otto anni al Conservatorio Bonporti di Trento, Susanna Parigi entra ufficialmente nel corpo docenti di canto jazz-orientamento pop al Conservatorio A.Boito di Parma, uno degli istituti di formazione musicale più prestigiosi in Europa.
Susanna detesta la passività, dal privato al sociale. Perché “le persone potrebbero fare moltissimo. Pochi conoscono il potere che hanno; invece i grandi cambiamenti avvengono sempre quando c’è una forte consapevolezza dal basso. Per cominciare a cambiare, la prima cosa da fare è porsi sempre delle domande. Proprio come fanno i bambini.” E quando donna e artista coincidono, ecco che gli atteggiamenti verso la vita diventano tali anche nell’arte: “E’ impensabile avere a che fare con la musica, praticarla, studiarla, viverla con passione, e non porsi delle domande. La musica modifica per forza il tuo stile di vita. Il tuo corpo si modifica per far posto al suono che desideri; sia sullo strumento, sia cantando. E per arrivare a riprodurre quello che è perfettamente chiaro nell’immaginazione, qualcuno è arrivato perfino perdersi”.
Questa è la Susanna Parigi donna, studiosa della musica, cantautrice, scrittrice, insegnante. Ed è tutto ciò che ritrovate nello scambio che ci siamo concesse qualche settimana fa.
Foto di Max Pucciariello

Ciao Susanna e ben ritrovata. Nel tuo libro Il suono e l’invisibile racconti di come negli anni hai capito attraverso la musica che si possono affinare percezioni, intuizioni e, insieme a queste, la capacità di vedere oltre le parole. E che chi crea fisicamente il Suono parte, in modo più o meno consapevole, da un’intenzione. Che è invisibile. Più tecnicamente questo ragionamento si traduce ad esempio nel fatto che, nonostante il nostro sistema musicale preveda che la distanza più piccola tra due note sia il semitono in realtà all’interno di esso ne esistono altrettante che potremmo definire invisibili. E stanno poco sopra o poco sotto la nota giusta, correttamente emessa. Vuoi chiarire meglio un concetto così affascinante?
Volentieri, cercando di essere chiara il più possibile. è un concetto affascinante ma anche banale che dovrebbe essere insegnato ai bambini delle scuole elementari perché alla base del nostro sistema musicale. Io ne parlo il primo giorno di lezione. Ci sarebbe da far riferimento all’abissale inconsapevolezza della musica nella scuola italiana, ma andremmo fuori tema. Dunque, visualizzando un pianoforte è più facile capire quello che sto dicendo. Nel pianoforte se percorro tutti i tasti vicini, neri e bianchi, uno dopo l’altro, per chi conosce la musica si tratta di una scala cromatica, io percorro tutti semitoni. Cioè la distanza più piccola tra una nota e l’altra è il semitono o mezzo tono. Ora prendiamo uno di questi semitoni, per esempio il DO e il DO diesis. Se io con la voce faccio un portamento  tra queste due note, mi accorgo che in mezzo ci sono altre note che la mia voce intercetta, ma che sulla tastiera del pianoforte non ci sono. Ecco tutte queste note esistono, ma il nostro sistema temperato ha dovuto fare una scelta e le ha eliminate. Si possono sentire molto bene quando un chitarrista accorda la chitarra, nei micro movimenti delle dita di un violinista... Sono note che usate con consapevolezza possono arricchire un’esecuzione ma cantate o suonate per errore sono quelle che si usa definire note stonate. A proposito di questo posso raccontarti un aneddoto. Un giorno mentre raccontavo questo a una bambina molto piccola, lei mi disse: “Pensa come sarebbe bello se il pianoforte non finisse mai”. Intendeva chiaramente dire: “Pensa che bello se le note fossero infinite”... bello si, ma abbastanza ingestibile, risposi io. Racconto questo episodio per dire che i bambini hanno una marcia in più, non danno niente per scontato, acquisito, e ti fanno ripensare continuamente alla materia che insegni.

Sempre nel tuo libro in due momenti differenti prima parli di coraggio: “coraggio è decidere di imbarcarsi sfidando il mare e la morte. Coraggio è scegliere di spogliarsi di tutto come fece San Francesco. Coraggio è sfidare la mafia a diciotto anni e morirne come Rita Atria”. E successivamente di come spesso ti affidi a citazioni e che non lo fai certamente per dimostrazione alcuna, ma per un semplice quanto viscerale amore per la parola. Mi piace l’idea di prendere questi due concetti per riunirli in uno altrettanto denso di significato, il coraggio della parola. Esiste a tuo parere un coraggio della parola? Come e quando si manifesta?
Sì, la frase che citi all’inizio è in risposta a qualcosa che mi viene detto spesso: che sono una donna coraggiosa, perché ho fatto scelte inconsuete e scrivo e parlo prendendo posizione. Io rispondo che il coraggio sta da un’ altra parte, altre sono le persone che meritano questo aggettivo. Per rispondere alla tua domanda credo, sì, che esista un coraggio della parola. E’ una bella domanda e  non è facile essere brevi. Posso azzardare l’ipotesi che il coraggio della parola nasca dal profondo amore per essa, ossia dal rispetto assoluto per il suo significato etimologico e non solo. Utilizzare le parole senza manipolarle, stravolgerle, senza insultarle, è già coraggio. Ma andare fino in fondo nella scelta della parola giusta, cercarla per giorni e tormentarsi finché non la si è trovata, significa anche scavare dentro se stessi rimuovendo stratificazioni di maschere. Questo significa farsi male, vedere anche quello che non si vorrebbe vedere. Parti di noi che terremmo volentieri nascoste. Credo potrebbe essere questo il coraggio della parola, al di là del semplice ma sempre importante coraggio della denuncia.



Passiamo invece dal libro al cd Dal suono all’invisibile, tratto dallo spettacolo teatrale sacro che porti avanti da qualche anno con il tuo compagno di viaggio Matteo Giudici, progetto con il quale riesci ad unire la spiritualità che la Musica è in grado di evocare e la tua dedizione alla Parola. Raccontaci qualcosa di questo disco.
Credo fosse naturale e inevitabile per me arrivare a questo lavoro. Perché? Come accennavi prima, il rapporto stretto, quotidiano, con la musica, negli anni mi ha suggerito che il risultato finale di una esecuzione musicale ha molto a che fare con quello che non è scritto sulla partitura, con qualcosa che la scienza, un tempo, non avrebbe certo preso in considerazione perché non misurabile, appunto con l’invisibile. Possiamo quasi dire che le variabili di un’esecuzione sono talmente tante che in parallelo alla musica realmente scritta si trova una partitura fantasma. Per farti un esempio banale: se moltiplichi le dita di tutti i musicisti di un’orchestra, le loro intenzioni persona per persona, per il clima che varia di sera in sera e influisce sugli strumenti, per la differenza tra i vari direttori d’orchestra che dirigono, se consideri che anche il pubblico è parte attiva e in relazione con l’orchestra e influisce sul risultato finale, ecco che hai a che fare con qualcosa che V. Jankélévitch  definirebbe ineffabile. Attenzione, all’inizio questo invisibile, per quanto mi riguarda, non aveva a che fare con la spiritualità, ma semplicemente con la consapevolezza che i nostri sensi ci ingannano e che noi non vediamo un sacco di cose. Per farti un esempio: delle onde elettromagnetiche vediamo solo una piccola parte, sulla nostra latenza della retina si basa tutta la tecnologia cinematografica e televisiva, sappiamo che esiste la materia oscura, deducendolo, ma non sappiamo che cosa sia... e così tanto altro. È chiaro che con il tempo ti fai delle domande. Se quello che percepisco in musica non è misurabile, allora questa predisposizione umana all’alzarsi in punta di piedi per spiare in alto, questa millenaria ricerca spirituale cos’è? Ecco il punto di partenza di tutto il progetto. Ecco l’importanza anche qui della parola. Le parole sono un sito archeologico, l’unico modo per avere un contatto reale con il passato. Le persone muoiono ma le parole sopravvivono e vivono.  La passione e la dedizione con cui molti uomini si sono dedicati allo studio delle sacre scritture mi affascina e, se non altro, è un raro esempio, oggi, di attenzione per le parole. Nello spettacolo, con Matteo, abbiamo voluto creare un ambiente nuovo di ascolto, momenti di condivisione totale del suono e dello spazio con il pubblico, caratterizzati da un sistema surround di altoparlanti (realizzato dallo stesso Matteo), dal suono della voce e dagli strumenti che, collocati nello spazio in maniera tridimensionale, abbattono la percezione dell’artista come “leader”. Chiaramente solo in luoghi dove è possibile farlo. Il cd contiene 16 brani della spiritualità tra musica d’autore, tradizionale e classica e un libretto di 20 pagine dove da ogni brano viene estrapolata e in qualche modo analizzata una parola chiave. Parole con cui il mondo della fede ha spesso assiduità, ma importanti da riproporre anche come percorso quotidiano di etica laica come: “Camminare”, “Silenzio”, “Passività”, “Povertà”, “Luce e ombra”, “Attesa”, “Ascesi”, “Attenzione” ecc...

Nel descrivere il criterio che ti ha guidato nella scelta dei brani racconti che oltre ad avere un legame con la fede, essi sono riproponibili anche in un ambito di etica laica. Hai rivisitato così alcuni pezzi del tuo repertorio come La decima porta, intriso di carnalità e sensualità facendolo diventare Sarò, che mette al centro il trasporto e la passione verso l’umanità, di un Dio che si è fatto carne e uomo per noi. Siamo fatti di corpo e spirito e questo mi ha fatto pensare al Magnificat. Un incontro con Maria di Alda Merini, dove la figura di Maria viene umanizzata con versi di inaudita bellezza dalla poetessa e diventa Madre di Gesù e tenera fanciulla d’amore dai fianchi di giada, occhi che paiono stelle e pelle bianca come il respiro. Basti pensare al verso che recita: “Quando il cielo baciò la terra nacque Maria…, ecco l’incontro tra lo spirito e la materia.
La figura di Maria rimane sempre al margine, misteriosa, perché come sai, poco si rivela di lei nelle scritture. A me viene in mente invece un racconto di Natale di J.P Sartre “Bariona o il figlio del tuono” che dice: “E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira...”. Oppure le sacre maternità di Giovanni Bellini. Ecco questo è interessante dal mio punto di vista, nel rapporto con la spiritualità, come nella vita, come nell’insegnamento: avere la capacità dei bambini di cui prima parlavo. Ripensare quotidianamente a ciò che credi sia acquisito, vederlo da diverse angolazioni, e riprodurlo ogni volta rinnovato, altrimenti anche l’insegnamento diventa sterile e noioso.

Qualche settimana fa abbiamo avuto il privilegio della tua presenza tra i giurati alla fase finale del nostro concorso L’artista che non c’era, che di anno in anno si riconferma una piacevole giornata di condivisione tra addetti ai lavori, artisti e staff dell’Isola. Che sensazione conservi di quella giornata? Hai ascoltato qualcosa di interessante?
Essere giurato mi imbarazza perché non vorrei giudicare nessuno, ma è davvero interessante ascoltare cantanti, autori, musicisti giovani, insomma quello che accade dal punto di vista creativo fuori dai classici mezzi di comunicazione. Sarebbe auspicabile, come voi fate del resto, sostenere la creatività musicale dei ragazzi, più che la patetica ripetizione di un repertorio che ormai appartiene al passato remoto.

La tua presenza al CPM è stata anche l’occasione per toccare un argomento che sappiamo ti sta molto a cuore, la situazione odierna a livello previdenziale di chi fa arte. Tocca da vicino moltissimi “artisti”, non solo musicisti ma anche ballerini, attori, lavoratori dello spettacolo e possiamo riassumerla così: con il Governo Monti l’Enpals (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza Lavoratori dello Spettacolo) è stata inglobata nell’Inps e questo ha creato una situazione nuova, di certo complessa da gestire. Per coloro quindi che svolgono attività artistica gestita dall’Enpals e attività per esempio di insegnamento gestita dall’Inps, i contributi vengono accumulati mentre non succede lo stesso per i giorni lavorativi. Questo significa che questi soggetti non raggiungeranno mai gli anni sufficienti per andare in pensione. Ho illustrato molto in breve ciò che sta accadendo e di cui la gran parte degli interessati è all’oscuro per cui vorrei tu provassi a sviscerare meglio dando anche i riferimenti utili per l’iniziativa di cui ti sei fatta portatrice.
L’hai spiegato bene. Purtroppo la maggior parte degli artisti non conosce la situazione e vive immaginando che quando arriverà il momento della pensione avrà a disposizione tutti i contributi che ha versato.  Invece cinque sesti dei lavoratori dello spettacolo non percepiscono e non percepiranno pensione. Perché? Per capirsi: l’Enpals si occupa della nostra attività artistica, l’Inps della nostra attività di insegnamento. Ora la maggior parte di noi fa entrambe le cose. Cosa è successo? Come tu dici giustamente l’Enpals è stata inglobata all’Inps con questo risultato: che i contributi vengono sommati, cioè quelli dell’insegnamento e quelli dell’attività artistica, ma non vengono sommati i giorni lavorativi. Cioè non vengono sommati i giorni dei concerti, dei tour, dei turni in studio ecc... con i giorni di insegnamento. La conseguenza drammatica di questo è che non arriviamo a maturare le annualità. Dati alla mano, l’Enpals eroga oggi solo un sesto delle pensioni. I cinque sesti dei nostri contributi rimangono lì a formare un tesoretto. Teniamo conto che l’Enpals prima si occupava di noi conoscendo le nostre esigenze e la nostra situazione lavorativa che non è quella di un impiegato di banca. Quando io faccio un concerto in Sicilia, non puoi considerare solo le due ore del concerto, ma i due giorni che sto fuori casa, e le prove. Senza considerare lo studio cui quotidianamente ogni artista deve  sottoporsi altrimenti le dita, le gambe non vanno, la voce si atrofizza. L’Enpals sapeva che un corista non può stare sul palco fino a 60 anni. Nessuno lo chiama a quell’età. Il ballerino, sappiamo tutti, è come un calciatore, a un certo punto deve smettere. Insomma l’Enpals conosceva la vita di chi fa spettacolo e prevedeva tutto questo nel calcolare le annualità.  Io e Uilcom chiediamo che vengano ricondotte funzioni e competenze di sicura attinenza al mondo dell’insegnamento culturale, per le loro specificità, sotto la previdenza dello Spettacolo, essendo ancora oggi impropriamente ricondotte alle regole industriali adottate dall’Inps e altro che non sto qui a spiegare. E’ tutto scritto in una petizione. Chi vuole leggerla e sottoscriverla basta che mandi una mail al mio indirizzo: susann@susannaparigi.it    Per verificare quello che dico basta recarsi all’Enpals e chiedere informazioni sulla propria posizione pensionistica. Invito tutti a farlo e a scoprire quello che sta succedendo. Purtroppo gli artisti non amano troppo condividere, unirsi, fare squadra. Per questo siamo arrivati a questo punto senza che nessuno si sia lamentato, senza addirittura che la maggior parte di noi ci abbia fatto caso.

 Foto in homepage di Barbara Carbone

 

Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento