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Francesco Di Bella

La Bibbia è il punto di riferimento di noi songwriters

Abbiamo incontrato l'artista partenopeo, ripercorrendo insieme alcune tappe della sua carriera artistica. Un percorso che dalla fine degli anni Ottanta ha toccato molti generi e dato vita a collaborazioni sempre diverse, nel segno di una creatività e una stima guadagnata sul campo. Sul palco. Una bella chiacchierata che ci ha aiutato a cogliere meglio la sua idea di scrittura musicale.

Francesco, lo scorso anno hai festeggiato i venti anni di carriera, tra i 24 Grana e l’attività di solista. Sei ritornato da qualche mese con “O’ Diavolo”, un album nuovo anche nelle sonorità e nella composizione dei brani, sicuramente diverso dal precedente come stile.
Sì, O’Diavolo è un album diverso perché è cambiata la mano di chi lo dirigeva. Nuova Gianturco (La Canzonetta/Sintesi 3000, 2016 ndr) era stato realizzato in studio, insieme a Daniele Sinigallia, autore e produttore, invece O’ Diavolo è venuto fuori con una mano diversa. La produzione artistica è stata affidata ad Andrea Pesce (qui nella foto), che era con me in formazione già dal 2013. Era da qualche anno che si faceva live insieme, c’era L’Angelo Mai come fucina di raccolta di idee e di artisti, tant’è che abbiamo beneficiato, nell’album, della collaborazione di tantissimi artisti che transitano per questo spazio culturale indipendente: da Valerio Vigliar per gli archi, a Roberto Dellera per il basso in un brano e tanti altri. Quindi un sound che è cresciuto proprio sul palco creando il disco in grande libertà. Addirittura non siamo andati in studio, lo abbiamo registrato per lo più nello studio/casa di Fish (Andrea Pesce ndr), poi lo abbiamo inviato ad un fonico con il “camice bianco” per il mix e ancora per la masterizzazione, tenendo sempre alta la qualità dell’ascolto. Quindi, la differenza con il precedente album è stata proprio il lavoro nato quasi come il disco di una band, con Cristiano De Fabritiis alla batteria, Andrea Pesce alle tastiere e smistamento suoni, Alfonso Bruno alla chitarra, Alessandro Innaro al basso. Tutti musicisti che erano già sul palco con me da qualche anno.

L’album ha avuto un ottimo riscontro di critica, arrivando in finale alle Targhe Tenco come “Migliore opera in dialetto”.
In verità non me lo aspettavo, mi ha chiamato il mio ufficio stampa per darmi la notizia e ne sono stato davvero felice.

E poi sempre a Sanremo, c’è il Festival della canzone italiana, hai mai pensato di parteciparvi?
Sì, con i 24Grana, (qui a fianco la copertina di "Loop", disco d'esordio del gruppo nel 1996) ce lo propose la nostra casa discografica di allora e fummo in qualche modo vicini, poiché, se te lo propongono, hai in qualche modo sicuramente delle possibilità. Doveva essere il 2003. Ma detto sinceramente, noi, non volevamo farlo. Chiedemmo come band di non continuare su quella strada perché non ci interessava per una serie di motivi, sicuramente all’epoca motivi politici. C’era stato da poco il G8 di Genova, il clima era diverso, non te lo saprei neanche raccontare.

Ti sei mai pentito di quella scelta? Sono ormai passati più di quindici di anni.
Più che pentirsi, poi mi sono reso conto che, tutto sommato, con tutte le esperienze fatte da musicista, ci sarebbe stato bene anche il palco di Sanremo. Quindi poi ci ho riprovato qualche volta inviando delle proposte, ma un anno non la mandi e probabilmente ci poteva essere l’autore giusto, un altro anno invece invii il brano e magari è cambiato il presentatore e a cui non fila tanto ‘sta roba.

Ci vuole anche un po’ di fortuna per trovare il momento giusto.
Sì, anche perché ho sempre pensato che devi avere il pezzo giusto da proporre, perché in qualche modo devi mantenere integro il tuo profilo, quindi devi presentare qualcosa di cui sei estremamente convinto. Non si può scrivere un pezzo apposta per Sanremo… Ci ho provato un paio di volte, l’ultima anche recentemente con il brano Tre nummariell.

Evidentemente non si sono allineati gli “astri”.
Esatto. Però ripeto, Sanremo lo guardo volentieri, perché ormai ci sono tanti amici e colleghi in  gara…

Tornando a “O’ Diavolo”, il titolo dà una suggestione che ritorna spesso nelle canzoni e, per parafrasare i Rolling Stones, c’è una certa simpatia.
Il diavolo è una figura divertente su cui costruire canzoni, ballate e fantasie. È un personaggio molto attuale, un po’ lo specchio in cui vedi quello che puoi trovare dentro di te. Il diavolo è sia lo spirito dionisiaco della musica, sia quello che mette continua zizzania con te stesso e con gli altri. Ed è contrario di quello che sono i miei valori: la compassione, la mestizia, valori che oggi sono poco fighi, mentre ora è più figo essere narcisista. Il messaggio di base è che i propri demoni si possono sconfiggere e che l’unico mezzo per farlo è l’ammore. Ripeto, il Diavolo è lo specchio in cui ti guardi e trovi effettivamente ciò che è dentro di te. E non è facile da giudicare, se le intenzioni sono giuste o sbagliate, buone o cattive, perché molto spesso esistono tante sfumature che in qualche modo ti permettono o meno di liberarti dai propri demoni, dai tuoi diavoli personali. Ce ne sarebbe veramente tanto da dire, proprio per questo il diavolo alla fine è un archetipo per i songwriters. Non nascondo che è un percorso che è nato anche leggendo la Bibbia che è un punto di riferimento per tantissimi songwriters, una cosa con cui i cantautori folk, specie quelli di scuola americana, prima o poi si confrontano e io, da appassionato di songwriting, sono andato “là” dove molti miei maestri sono andati.

E di poveri diavoli, in giro ce ne sono molti. Spesso li ritroviamo nelle tue canzoni, nelle quali sei sempre a fianco degli ultimi. E tra i tanti, c’è un tema da te ripreso più volte: carcere e carcerati. In “Songwriters” “Carcere”, in “K album” “Canzone per un detenuto politico” in “O’ diavolo” “Canzone ‘e carcerate”.
Mi piace raccontare le storie nell’ombra, mi piace raccontare quelli che sono gli ultimi e, chiaramente, una riflessione su O’ diavolo era perfetta per raccontare a volte quanto è difficile giudicare una persona in prigione e per farlo bisognerebbe condividerne dei sentimenti, delle emozioni, un po’ come era successo con Aziz, l’immigrato di Nuova Gianturco. Trovo importante mettere sempre una parte di sé nei personaggi che si descrivono e che si costruiscono perché è necessario, per raccontarli, poter entrare in empatia.

Purtroppo, ascoltando Aziz viene in mente il povero Aziz che, a Salerno pochi mesi fa, si è tolto la vita per paura di essere rimpatriato.
Una storia triste…in un altro brano, nell’ultimo disco dei 24 Grana (La stessa barca, La Canzonetta/Sintesi 3000, 2011  ndr), che si chiama Malevera, racconto la storia di Stefano Cucchi. Almeno dal punto di vista in cui mi ero messo io. Ho immaginato che qualcuno raccontasse del pestaggio. Quando è stata scritta la canzone, era il 2010, non c’era ancora tutta questa attenzione, però mi sembrava assurdo che nessuno ne parlasse e avevo immaginato un carcerato che comunque sapeva, aveva visto, aveva sentito e ad un certo punto ne parlava con il secondino. All’epoca non sapevamo dove era stato picchiato, quello che era successo, sapevamo però che era successo qualcosa. Questo perché nella scrittura è importante decidere da che parte stare per avere una stesura ferma, convinta e, soprattutto, è importante avere dei modelli a cui ispirarsi, delle cose da raccontare, ma certamente non per speculare. Continuare sul filone del cantautorato è importante, il filone della cronaca, della politica, della denuncia e del sociale.

Il raccontare storie.
Il raccontare storie, sì. Woody Guthrie questo faceva e quella è la fonte. La differenza tra una canzone folk e una canzone pop è questa, la canzone folk vuole essere un documento, cerca di raccontare in una forma più duratura, che è appunto un artefatto. La canzone, a differenza di un articolo di giornale, che pure è un documento importante per sapere ad esempio cosa è successo trent’anni fa, ha l’aspetto emotivo, la magia che viene fuori dalla musica e non solo dai versi. Quando scriviamo una canzone possiamo applicare un criterio di riduzione alle parole, ai versi, perché comunque abbiamo la melodia che ci dice molto, ci dice qual è lo stato d’animo in cui siamo quando raccontiamo quella storia, oppure lo stato d’animo del soggetto che stiamo raccontando.

E alla fine ti sei messo  a dare dei consigli, mettiamola così, ai giovani musicisti soprattutto per chi vuole imparare a scrivere canzoni.
(Sorride) Dare un orientamento è importante, anche perché in altri Paesi, come la solita America ma non solo, i workshop per songwriter ci sono da sempre e i risultati si vedono. Soprattutto perché attraverso i workshop passa tanta cultura, passano quei giganti sulle cui spalle noi nani ci appoggiamo e così abbiamo la possibilità di raccontare meglio Bob Dylan, Leonard Cohen, Luigi Tenco, Fabrizio De André, a ragazzi più giovani, che magari sono bombardati dalle musiche dei centri commerciali. Quindi il workshop serve a dire “Ok ragazzi, non parlate soltanto di voi stessi, non siate sempre autoreferenziali quando scrivete una canzone, ma cercate anche di raccontare”. Bisogna mettersi dentro la canzone, mettere anche un pezzettino di noi stessi che, in qualche modo, ogni volta che raccontiamo di quell’episodio, di quella persona, abbiamo l’opportunità di condividere un sentimento e scrivere una canzone vera.

E questi laboratori ti entusiasmano molto. Quando ne parli ti si illumina il viso!
(Sorride) Mi piace molto, perché mi piacciono le canzoni, l’atto di scrivere canzoni, mi piacciono le persone che scrivono canzoni.

Che risultati hai notato in questi anni di lavoro con i giovani? Stai seguendo qualcuno in particolare più da vicino e che hai visto evolversi positivamente nel tempo?
Siamo entrati da poco nel sesto anno di lavori e in questi anni sono stati realizzati, da parte delle persone che hanno partecipato ai workshop, diversi lavori. Molti di loro sono arrivati senza la consapevolezza di essere dei songwriters e, piano piano, l’hanno acquisita al punto di fare dei dischi.

Facciamo qualche nome?
Se ci focalizziamo solo sul nostro territorio, nel salernitano, c’è Il Conte Biagio (a destra nella foto), gli AlianteBif, ma anche altri, tutti ragazzi che oggi sono un po’ la scena salernitana. Ultimamente l’Informagiovani Salerno, in collaborazione con Arci Salerno, ha organizzato un laboratorio gratuito di songrwriting, abbiamo avuto 26 partecipanti. Si sono avvicinati ragazzi di quattordici, quindici anni, fino a persone di quaranta e anche più, che magari hanno sempre cantato canzoni tradizionali e vogliono iniziare a produrre materiale originale. Poi questi workshop sono diversi da posto a posto in cui lo fai. Ad esempio quelli fatti a Roma o Torino, hanno avuto meno continuità rispetto ai partecipanti. Gli stessi ragazzi che hanno cominciato a Salerno, invece, continuano a venire ogni anno. Molti di loro hanno partecipato alla compilation che ho curato per “La Canzonetta”, uscita a maggio scorso e presentata al Disco Days. Inoltre, stanno avendo l’opportunità di esibirsi dal vivo, soprattutto di confrontarsi tra di loro, perché la cosa più bella è quella di aver messo su un combriccolone di songwriters che altrimenti sarebbero stati i solitari songrwriters da stanzetta, invece adesso sono insieme, si supportano e vanno avanti.

Invece tu, quando eri giovane come loro, a ventidue, ventitré anni, facevi già cose innovative, a partire dalle sonorità. Sono passati un bel po’ di anni dall’inizio dei 24 Grana. Come è stata la tua evoluzione e soprattutto quanto ha pesato nella tua creatività il passaggio da band a solista e il trasferimento da Napoli a Salerno?
Diciamo che tutto è cambiato quando ho messo su famiglia e i 24 Grana erano un’altra famiglia. Come capirai, due famiglie non si possono avere e ho iniziato questo percorso da solo, perché con i 24 Grana avevamo fatto già tanto e secondo me piuttosto bene, e anche perché comunque non avevo più lo spleen del ventenne e neanche del trentenne, visto che parliamo di un passaggio avvenuto a ridosso dei quarant’anni.  La creatività, non ha subito cambiamenti, ho scritto tante canzoni da quando vivo a Salerno. Certo è cambiato il modo di produrre musica, perché quando sei in band, sei in sala con la band, le prove con la band, le idee le confronti con loro, lotti con loro e invece, da solista, il processo creativo è diverso. Non ho avuto dei passaggi traumatici perché è stato tutto molto spontaneo, i cambiamenti sono stati voluti, sereni e accettati da tutti. È molto bello essere su un palco come band ancora a quaranta. quarantacinque anni, però non si è più quella band, ne sono sicuro.

E i Rolling Stones?
Non sono più quella band da tanti anni. Sono una cosa divertentissima, fantastica, ma la scrittura… io sono uno che segue la scrittura, io devo raccontare come si cresce, come crescono le cose intorno a me, quello che cambia, la mia è proprio una fedeltà alla scrittura. Questo mi ha portato in tutta sincerità a voler uscire fuori da un cliché, un cliché della band alternativa, degli anni ’90, da quelli che facevano dub, da quelli che facevano rock elettronico…

Ed era tutto fighissimo.
Era tutto fighissimo, però era il suono e il tempo di una band, di appassionati musicisti. Poi è toccato raccontare cose diverse, non più la vita da band, ma la vita in qualche modo un po’ più normale e questo è stato il secondo amore, saper raccontare  la normalità delle cose.

Quindi hai trovato una tua identità da solista sin da subito.
Sì, probabilmente è stato forse più difficile di quanto lo racconto adesso, ma difficile era anche passare da una fase all’altra della band, cambiare pelle ogni volta che si voleva fare un nuovo disco, perché questa cosa di non ripetersi, di non ripetere un cliché che sarebbe potuto essere facile da proporre, non è mai stato un obiettivo mio e nemmeno degli altri componenti dei 24 Grana. Questa è una cosa che ci ha sempre in qualche modo contraddistinto.

Ho un ultima domanda che non ti farò!
Quando vi riformate?

Non ci penso proprio nel fartela!

 

 Foto di Riccardo Piccirillo e tratte dal profilo degli artisti citati

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