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Valeria Rossi

Percorsi in evoluzione: Tre Parole Dopo, Riflessioni intorno al successo

Forse è davvero un unicum il ‘caso’ di Valeria Rossi nella storia della canzone italiana: nel 2001 il brano Tre parole, dai lei composto, interpretato, offerto ai media tramite produzione low budget, sale inaspettatamente in vetta alla hit parade, restando in classifica per cinque mesi, diventando non solo il singolo di quella afosa estate, ma anche un catalizzatore di premi a non finire: tre dischi d’oro, il FestivalBar, l’Italian Music Award, addirittura una nomination agli MTV Awards, visto che il pezzo è cantato anche in lingua spagnola, con notevoli riscontri in America Latina. Nel 2002 la Rossi tenta di bissare il successo con un altro song, più o meno simile, ma non vi riesce: la vicenda parrebbe eguale a quella di tanti ‘artisti’ di tormentoni che - per usare il titolo (e il contenuto) di un libro di Enzo Tonti - ‘ballarono una sola estate’, ovvero vocalist e band, la cui fama e attività ruotano attorno a un unico titolo. Ma non è così per Valeria. Esiste un ‘prima e un ‘dopo’ rispetto a Tre parole, una vita spesa per la musica e per la cultura appassionatamente: ed è lo spunto per un suo libro autobiografico uscito a maggio, il cui titolo gioca ironicamente attorno al casus belli: Tre parole dopo, sottotitolo Riflessioni attorno al successo. Il testo, al contempo vivace, pacato e intelligente, esce nei Saggi Pop di Effequ, un raffinato piccolo editore di Orbetello (Grosseto) che alla musica ha già dedicato molto in questi anni Dieci, pubblicando volumetti sugli strumenti musicali, analisi del jazz italiano, due vademecum per i cantautori italiani, un romanzo su Fred Buscaglione. Ma Tre parole dopo è al contempo diario, saggio, memoria, guida o manuale per rimettersi in gioco, per dispensare buoni consigli sullo show business tricolore, per narrare se stessa attraverso prospettive, come Valeria Rossi, in prima persona, confessa in questa intervista realizzata per L’Isola che non c’era.

Anzitutto può azzardare ‘tre parole’ per (auto)definire Valeria Rossi?
Percorsi in evoluzione.

Perché oggi un libro come ‘Tre parole dopo’?
Volevo far capire il “mestiere” che viene spesso visto come assolutamente aulico là dove non lo è e, viceversa, “facile” là dove è esclusiva di pochi che hanno ricevuto in dono un talento e hanno saputo esaltarlo. Attualmente il desiderio di spettacolarizzazione dei talent dimostra la necessità di andare a colmare questo spazio tra il non essere nessuno ed essere qualcosa di spettacolarizzato, dinamica che mi ricorda il libro Catching Fire (in Italia uscito come Hunger Games ), libro per ragazzi dove la spettacolarizzazione giunge all’estremo, praticamente i ragazzi devono uccidersi per essere leader. È una carriera che si può fare anche senza porsi troppe domande ma farsi domande aiuta se non a fare i soldi quanto meno a migliorare come persona. 

Prima di parlare del libro ci svela il primo ricordo che ha della musica?
Il primo ricordo è il caldo estremizzato dalla musica transjazz di Fela Kuti nella macchina di mio padre quando nelle macchine non c’era ancora l’aria condizionata. La musica è stata la prima arma di difesa che ho adottato rispetto al mondo esterno che sentivo come ostile, purtroppo anche rispetto al mondo interno, nel senso che l’ho usata per molti anni come strato di separazione tra me ed il resto del mondo, questo, d’altro canto, mi ha permesso di distillare le varie sofferenze che la vita provoca e continuare a coltivare uno spazio dove nutrire la speranza di una vita migliore.


Quali sono i motivi che l’hanno spinta a scegliere definitivamente la pop music e non il teatro, il cinema o il jazz?
Ho sperimentato molte strade ma, tra tutte, la musica era la più intima, quella che mi permetteva di tirare fuori cose profonde senza dargli apparentemente peso; sebbene originariamente i miei interessi e i relativi studi fossero orientati sul jazz moderno, la leggerezza della nota e la vacuità dell’ambiente musicale, basato su rapporti psicologi ed emotivi scoppiati, concorrevano a fare del pop un canale perfetto, dove, almeno in un primo approccio, non era necessario un processo elaborativo particolarmente consapevole.

E in particolare si sente più vicina alla canzone d’autore o alla cosiddetta musica leggera?
Per definizione sono una cantautrice, in quanto sono l’autore della mia musica ma questo tipo di categorizzazioni hanno perso di significato: tradizionalmente si associa al cantautorato l’impegno sociale e culturale e alla musica leggera l’azione dionisiaca dell’ebbrezza e del perdersi nei sensi e nel disimpegno separato dalla razionalità. Al di là del fatto che io veda delle complementarità in questi due aspetti dicotomici, credo si possano raggiungere vette di profondità in tutti e due i casi e la medietà può rappresentare un terzo polo interessante, il “giusto mezzo” aristotelico.

Ma cos’è per lei una canzone? E tra i dischi che ha ascoltato quale porterebbe sull'isola deserta? E perché?
Mi considero fortunata a essere cresciuta in anni in cui gli artisti ci regalavano composizioni concettuali elaborate, cose di cui non ti saresti annoiato mai come i dischi di David Bowie, Queen, Renato Zero, anche la dance partiva da angolazioni emotive combinate insieme a ricerche ritmiche innovative. Porterei quei dischi che hanno talmente tanti strati di lettura, tante sfumature e ispirazione in quantità tipo “Sono solo canzonette” di Edoardo Bennato, “Nero a metà” di Pino Daniele e “Dalla”, l’album di Lucio Dalla del 1980 contenente perle come Meri Luis e La sera dei miracoli.

E quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla musica ?
Le emozioni che l’arte suscita sono mutevoli, fluttuanti, variabili…se sei innamorato hai una percezione dell’ascolto dei dischi di Ivano Fossati, se sei depresso un’altra. Se, poi, sei innamorato e depresso insieme allora ascoltare Ivano Fossati è il massimo!

Tra i brani che ha scritto e cantato, a parte ‘Tre parole’ ce ne è uno a cui si sente particolarmente affezionata?
Ce ne è un altro che mi sta dando molte soddisfazioni, è una ballad molto ispirata ma non pensavo sarebbe stata molto apprezzata, invece ne è stata addirittura scritta una versione spagnola da Tiziano Ferro che è in via di pubblicazione. Il titolo del brano è Ti dirò ed è contenuto nell’album Osservi l’aria.

Al di là dei molti nomi citati nel libro, quali sono stati i suoi veri maestri nella musica, nella cultura, nella vita?
Tutto è maestro, come dico anche nel libro, basta anche una parola perché niente sia più come prima, l’importante è fermarsi e tenerlo a mente senza resettarsi continuamente e non evolvere mai, fare come se nulla fosse riporta ad una staticità che non è reale. Ho avuto moltissimi maestri, di alcuni di loro parlo diffusamente anche nel libro.

E i cantanti che l’hanno maggiormente influenzata?
Non sono mai stata influenzata da un cantante tanto per la sua bravura quanto per il suo coraggio. Per la sua autenticità nell’esporre lati di sé che potessero essere da stimolo agli altri. Un cantante è un modello, che ne sia consapevole o meno. Non ho mai emulato nessuno, ho solo raccolto molti spunti.

Qual è stato il momento-chiave della sua carriera artistica?
Un momento importante e necessario è rappresentato dalla consapevolezza che questa strada rappresenta anche, e principalmente, un lavoro, spesso l’artista lo vive più come un’esigenza personale e trascura molti aspetti anche d’altra natura, come quello contrattuale, assicurativo, amministrativo, eccetera, e si dà senza protezioni, in maniera naïf, esponendosi ad equivoci e sfruttamenti da parte di terzi spesso anche inconsapevoli, questo è uno scoglio molto importante per un artista. Capita infatti, tra le altre cose, che ad un artista venga richiesta una sua prestazione senza considerare questo un rapporto di lavoro vero e proprio, come se l’idraulico che viene a casa tua dietro tua chiamata si possa pagare con un sorriso od una cena, cose che ovviamente sono sempre gradite ma che non sostituiscono un equo compenso da modulare insieme in base alle reciproche esigenze.

 
E per lei cosa significano le collaborazioni o gli incontri più importanti, da Maria Pia De Vito a Chiara Civello, da Alessandro Bartezzaghi ad Andrea Bocelli?
Coltivare anche il lato umano di un rapporto professionale nel quale gli obiettivi e le mete che si vogliono raggiungere sono comuni e condivisi con partecipazione sentita, rende di più anche in termini economici. Spesso, sono proprio i “tandem” elettivi la garanzia di un risultato. Le collaborazioni nel mio caso hanno funzionato dove ci si andava a completare le rispettive carenze.

Nel libro parla delle regole del successo, con molti distinguo ma quanto è frutto del caso o della pianificazione o altro ancora?
Non si può dare una ricetta che non esiste, volevo però fornire stimoli necessari a definirsi una propria autonomia di pensiero e d’azione che è la vera chiave del successo in tutti i campi, non solo in quello musicale. Mi interessava stimolare una riflessione, necessaria secondo me, sulla relazione osmotica tra la persona e l’ambiente in cui vive, come questo influenzi i suoi pensieri, le sue emozioni e ed il suo comportamento.

 

Cosa sta progettando a livello musicale o artistico per l’immediato futuro?
Da qualche tempo collaboro con il Ministero dell’Istruzione, all’Università di Siena e al centro didattico Rockland, insieme ad altre figure professionali del settore musicale per un progetto dedicato ai ragazzi di scuola superiore e che si chiama “Suoni e professioni”: sta sempre più facendosi strada il concetto che la persona debba essere completa ed è in questa prospettiva, “olistica” anche rispetto al professionista musicale, che parliamo con i ragazzi ed i curiosi per fare un ragionamento sulle loro scelte e capire come valorizzare i loro talenti. Io metto a disposizione la mia esperienza, le mie conoscenze tecniche e le pratiche che ho affinato per gestire al meglio le performance, anche quelle che “si mettono in scena” nella vita quotidiana.

Altro da aggiungere sul libro?
Tre parole dopo era nato come un libro di orientamento per chiunque nutrisse ambizioni musicali poi è diventato molto altro, era importante dare una visione che fosse particolaristica e personale, ma anche allo stesso tempo, d’insieme e utile, in questo ho avuto la collaborazione del direttore di un centro didattico, Davide Braglia della Rockland di Grosseto, centro di promulgazione della musica e di tutto ciò che gli gira intorno, compreso la produzione dei live, dei video, delle grafiche e di tutto ciò di cui un addetto deve sapersi occupare dal momento in cui l’era della case discografiche che prendevano in carico l’artista e gli costruivano tutta un’impalcatura intorno è finita. Ora si può pensare a metter su una squadra di persone ed è necessario acquisire cognizione di causa e molta consapevolezza di ciò che si è e che si ha, nessuno può più permettersi di dissipare un talento o di fare un investimento a perdere.

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