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Dargen D’Amico

Zibaldone rap

Secondo Dargen D’Amico il rap è la musica di chi si vuole spiegare e di chi ha qualcosa da dire. E lui da dire ha veramente molto, tanto da pubblicare l’ottimo doppio Di vizi di forma virtù, in cui l’hip hop è la grammatica che utilizza per raccontare il mondo secondo il suo originalissimo punto di vista. Allineate non solo su beat e campioni, ma anche su tessuti sonori digitali rubati all’elettronica, le rime di Dargen compongono un mosaico di fotografie dolci-amare che ritraggono il nostro oggi. Tra furti musicali dichiarati, collaborazioni dai riverberi electro con Crookers e Two Fingerz e testi cantautorali che omaggiano Dalla, De Andrè o Guccini, l’mc milanese ex Sacre Scuole si racconta, rivelandosi non solo rapper e producer, ma anche un po’ cantastorie e poeta.


Centoventidue minuti di musica, temi che spaziano dall’amore, al precariato, alla pubblicità e sonorità in bilico tra rap, elettronica, con una scrittura che deve molto al mondo dei cantautori. E’ un cd all’insegna della varietà il tuo. Nella traccia che dà il nome all’album canti proprio di questo, il riflesso sempre diverso che dà i colori e alla fine sia nei testi che nella musica i riflessi del tuo secondo album sono tantissimi, ce ne puoi parlare?
Sia per i testi, che per la musica tento sempre di essere il più vario possibile, non mi do limitazioni, se sento che posso scrivere una canzone su un dato argomento e ho abbastanza da dire, mi butto e la scrivo, non ci ragiono più di tanto. Credo poi che questa varietà dipenda anche dai tanti stimoli che ho ed essendo molto ricettivo e sensibile, ad ispirarmi può essere anche un citofono o un mercato rionale. Non cerco di ridurre tutto ad una sola unità tematica, non mi piace, al contrario invece l’unità stilistica cerco di mantenerla assolutamente: è anni che scrivo e ormai ho un mio modo di mettere su carta le cose, in cui mi identifico. Al discorso di forma e contenuto poi si aggiunge anche la mia volontà di far sì che il disco risulti così vario da poter essere considerato uno zibaldone di pensieri, che tra loro possono anche cozzare… ma dopotutto non è quello che capita normalmente?

Quando parlavi del trarre ispirazione da ciò che c’è intorno, il mercato rionale, il citofono, fai riferimento a piccole cose, da cui poi parti per allargare il discorso. Passi dalla partita a calcetto a piedi nudi che citi in C.S.A. Gode, al Meccano, che addirittura dà il titolo a una tua canzone. Ci parli di questa tua attenzione per il particolare e le cose semplici?
Io sono uno molto attaccato alle piccole cose di ogni giorno e il mio scopo è quello di cercare di consacrare la realtà, di teatralizzarla e quindi di dare importanza ad argomenti o istanti, che normalmente non avrebbero nobiltà narrativa. E’ una cosa che ho sempre visto fare e che mi è sempre piaciuta, non sono né il primo né l’unico, mi sento parte di quel filone molto italiano che va dal cinema, alla letteratura, alla musica stessa. Per fare un esempio potrei citarti Lucio Dalla, che è sempre riuscito a parlare di cose piccole, per arrivare a riflettere sull’universale. Per quanto mi riguarda poi una grossa fatica che faccio è cercare di dare alla mia musica e alle mie parole diversi livelli interpretativi, in modo che sia chi le ascolta ad avere abbastanza margine per ritrovarcisi e poter dare il valore definitivo alle canzoni.

Prima hai fatto riferimento a Dalla, nel disco poi omaggi anche Guccini, citando Il vecchio e il bambino
Fare citazioni mi piace molto! Rubo tanto, lo faccio con coscienza e alla luce del sole. Ma furti sono e furti restano, quindi, se un giorno mi dovessero arrestare, sappiamo tutti perché. (ride, ndr) Quello che utilizzo fa parte di un patrimonio musicale italiano molto conosciuto, che siamo abituati ad ascoltare anche distrattamente, tanto sono parte del nostro vissuto, fatto che spesso mette in ombra il fascino e la potenza di brani molto belli. Riprendere questi frammenti e inserirli in nuove canzoni vuole essere un tributo a chi le ha originariamente scritte e un modo di dargli ulteriore valore, attraverso citazioni e rivisitazioni, come faccio con la musica di De André, che omaggio nella seconda strofa di Di vizi di forma virtù.

Parlando di citazioni, anche nella traccia Il rap per me fai riferimento al cantare su una «musica non tua», come i sample, che sono alla base dei beat rap.
Eh sì, prendi un disco, campioni musica di qualcun altro e poi ci canti sopra… poi va beh, il rap è sempre stato un po’ sopra le righe come argomentazioni a partire dagli Stati Uniti, da cui poi si è diffuso in tutto il mondo con schemi simili. Ecco perché anche a Gorgonzola troverai qualcuno che ti dice che la vita di strada è dura... E’ qualcosa che è dentro la musica, molti generi di per sé hanno già un loro messaggio intrinseco ed è proprio questo che voglio intendere in Il rap per me, quando parlo del dire quelle cose che non pensi: voglio far capire che ciò che dici non è necessariamente un tuo pensiero, ma è parte di una serie di cliché e forme fisse tipiche del genere in cui ti inserisci.

Questo discorso del rap come cliché ritorna in Anche se dite no, in cui dici che il rap è il rock con le armi, ma io so che si può fare obiezione di coscienza. Infatti la struttura e la metrica dei tuoi pezzi è puro rap, ma nei contenuti e nei modi di argomentare ti allontani da questo genere…
Sì, quello sicuramente, ho smesso di seguire il rap americano, magari a volte mi ascolto qualche disco, ma non li seguo più con attenzione. Quello che per me costituisce davvero la forza del rap è la sua capacità di veicolare con incisività un messaggio qualsiasi, come era riuscito a fare anche il punk. Nel senso che il rap, proprio per la sua struttura, ti offre la possibilità di avere una grande flessibilità linguistica e ti permette quindi di poterci inserire dentro un discorso in cui esprimi completamente tutto quello che pensi e nessuno ti verrà mai a dire “Cosa hai detto?”, perché in quel momento stai facendo rap ed è un tuo diritto. Sarà un caso se anche un cantante come Raf in “Infinito”, quando cerca di fare un discorso più approfondito, praticamente comincia a rappare? E’ inutile dire di no, il rap è la musica di chi si vuole spiegare, di chi ha qualcosa da dire.

Nel disco ci sono tutta una serie di riferimenti a questioni sociali che ritornano nel tuo cd, dal precariato, a emarginazione e isolamento. Ce ne puoi parlare?
Beh è una sfida  riuscire a parlare di queste cose con cognizione di causa già normalmente, in più farlo in musica è ancora più difficile, ma è una sfida. Eppure è tutto lì, Sono solo canzonette, come ci ha insegnato Bennato, un altro che ho sempre ascoltato fin da bambino e che ho sempre stimato molto. Lui è stato in grado di portare avanti un suo discorso con coerenza e grande nobiltà oltre a fare davvero delle belle canzoni. Per quanto riguarda le tematiche che tratto nello specifico, parlo di quello che vedo e di quello che vivo: quello del precariato in questi ultimi anni è diventato un problema davvero preoccupante, ma anche in questo caso il livello interpretativo è più di uno, perché la condizione precaria non è da intendersi solo sul piano materiale, ma anche su quello psicologico, come risultato dell’instabilità del mondo in cui viviamo. Per quanto riguarda una tematica come quella dell’isolamento, ti posso dire che anche qui il discorso è da intendere soprattutto sul piano metaforico, perché essere realmente isolati oggi è davvero molto difficile, anche se purtroppo il surplus di mezzi di comunicazione non coincide con un aumento della nostra capacità di entrare realmente in relazione con l’altro.

Parlando delle relazioni interpersonali, non si può non citare l’amore: nel tuo album c’è più di una canzone che ne parla, da Tra la noia e il valzer, a I love you but it hurts fino ad Sms alla Madonna o Origami love
Da che mondo è mondo in ogni album rap c’è sempre stata la canzone d’amore, dai Sottotono, che erano molto bravi in questo, a tutti quegli artisti hip hop che, anche per obblighi discografici, hanno dovuto mettere una traccia del genere nell’album, magari un duetto con il classico cantato femminile. Per quanto mi riguarda sono una persona abbastanza sentimentale e a modo mio romantico, quindi non avrei potuto non parlare anche d’amore nel disco e poi scriverne è una cosa che mi viene da fare naturalmente, anche perché considero le canzoni d’amore come un modo di parlare di tutto il resto.

Oltre a lavorare sui contenuti e sulle liriche, in “Di vizi di forma virtù” sei anche producer. Come è stato lavorare alla produzione del tuo stesso disco?
Diciamo che in qualche modo ho fatto di necessità virtù, perché quando mi sono messo a produrre non tanto tempo fa, uscivo da un periodo in cui non scrivevo più, avevo un po’ di blackout compositivo. Tutto però ha ripreso a funzionare quando, ascoltando molta musica elettronica, mi è ritornata la voglia di prendere la penna in mano, le idee hanno cominciato a rifiorire e mi sono reso conto che mi sarebbe piaciuto crearmi dei tappeti sonori digitali ad hoc. Non è che io sia proprio un produttore, lo faccio in maniera molto artigianale, ma ho la fortuna di aver collaborato con persone che se ne intendono sul serio: da Frankie Gaudesi, amico mio dai tempi del liceo, che da sempre lavora in quest’ambito, ai Crookers, con cui è stato davvero stimolante lavorare e ancora Emiliano Pepe, Supersoul e Marco Zangirolami. Eravamo in tantissimi e il clima in studio era fantastico, immagina di fare un disco con i tuoi amici, con quella tranquillità da gruppo del liceo, ma contemporaneamente con dedizione totale, ecco è stato così. La musica per me è un punto di contatto con l’esterno di cui non potrei mai fare a meno e se non avessi questo, sicuramente vivrei peggio.

Nel tuo album l’elettronica gioca un ruolo principe, ci sono vocoder, influenze new wave e altre sonorità che nel rap non si sentono proprio tutti i giorni…
Dipende tutto ancora dalla mia fascinazione per l’elettronica di cui ti parlavo prima, alla quale si aggiunge anche una mia passione per tutti quei metodi che ci sono per modificare la voce e renderla meccanica. Sono molto schiavo delle sperimentazioni degli anni settanta e ottanta, mi hanno sempre affascinato quel tipo di voci non umane, che ho ricreato col vocoder. A questo poi si aggiunge anche l’uso di Autotune, una macchina che corregge l’intonazione e che per artisti come T-Pain o Lil Wayne è un vero marchio di fabbrica.

Guardando sul tuo MySpace le date in calendario non riempiono le dita di una mano…come mai così pochi concerti?
Il tipo di musica che faccio io, non è esattamente musica, anzi citando il mio primo disco, faccio musica senza musicisti. Forse è anche per questo che non sono molto lanciato sui live e poi non sento tutto questo bisogno di essere visibile. Direi che con i concerti faccio il minimo sindacale.

Quindi è inutile sperare in un tour?
Mai dire mai, come dice Neffa, se vogliamo chiudere con l’ennesima citazione!



(02/12/2008)

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