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Stefano Spazzi

Arcipelago Mod – Il Mod Revival in Italia 1979-1985

Si apre il libro e tombola. Una strofa di Eugenio Montale: Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Le hanno sempre chiamate sottoculture. Ma da sempre, più che “sotto” sono state e sono “sottosopra”. Capacità di incidere nel reale sommerso ed oscurato, nelle contraddizioni della società dei consumi e dei costumi. Realtà movimentiste, in balia di flussi e riflussi. Ma anche in possesso di sorprendenti inneschi, tanto che a più riprese sono passate dall’essere sotterranee ad avere le luci dei riflettori puntante addosso. Con i vertici dell’industria, ad osservare e a catalogare ad occhi spalancati.

Stefano Spazzi grazie alla consulenza di Antonio “Tony Face” Bacciocchi e agli interventi di diversi protagonisti della scena, ci guida nei primi anni del Modernismo italiano (e oltre). Fenomeno di nicchia? Se i numeri non sono da capogiro è altrettanto vero che il “loro essere” ha saputo attraversare diverse stagioni ed è riuscito ad approdare sino ai nostri giorni. Dai primi posizionamenti “import” al fornire proprie specificità. Senso comunitario e contesti diversificati (metropoli e provincia), spirito identitario ma non settario, bagliori interni a contrastare i chiaroscuri esterni e mainstream. Se al punk inglese per esplodere sono bastate, oltre che alla rabbia giovanile sottopelle, una strana boutique e un manager votato al situazionismo, al Modernismo italiano per ottenere visibilità e spazi (certo non da adunate da stadio ma ugualmente significativi) è bastato ancora meno. In quanto fenomeno carsico che torna periodicamente a galla dopo anni di esistenza (pur sempre vitale e pulsante) sotterranea. Una cultura con ancora mille lati nascosti e oscuri da esplorare e scoprire. Quindi, perfettamente idoneo tra titoli d’apertura e titoli di coda. Grazie all’incessante susseguirsi di concerti, prime-movers, raduni (Rimini ’84, tra i più eclatanti), appelli a partecipare con diversi di’s alla consolle. L’arte del passaparola: dalla fanzine (Drynamil, Faces) ai siti web. E per destreggiarsi dal grigiore quotidiano, passioni musicali ad ampio raggio: English beat, northern-soul, rhythm’n’blues, ska, reggae e pure un certo recupero del “bitt” italiano. Con una curiosità: vi ricordate Ricky Shayne che cantava con successo Uno dei Mods ma che era vestito come un rocker? Già perché il Modernismo ha voluto fare i conti con mezzi di locomozione “vestiti a festa” e quindi super accessoriati e con capi di abbigliamento per essere ribelli con stile: il parka, una specie di eskimo ma più cool che “nasce nel 1951 come impermeabile per le truppe americane impegnate nella guerra di Corea (…) concilia alla perfezione la necessità di proteggersi nelle lunghe stagioni fredde e umide durante gli spostamenti in scooter, preservando l’incolumità dei completi destinati ad essere sfoggiati nelle serate dei clubs”. Danze, estetiche, contenuti. E pure un cult-movie a fare da “apripista revivalistico”: Quadrophenia di Frank Roddam.
Spazzi è magnificamente un tutt’uno con le band e le realtà coinvolte. I torinesi
Statuto (con una “ragione sociale” così, la memoria non può non andare agli operai in rivolta nel capoluogo piemontese negli Anni 60). Oskar, leader della band: “Era una città disegnata, pensata e gestita per chi lavorava in Fiat. I pochi locali esistenti erano in funzione, anche negli orari, di chi lavorava in fabbrica e finivano per rispettarne neanche tanto inconsciamente la turnazione. I mezzi pubblici erano pochissimi dopo la mezzanotte… Insomma una città che per i giovani era tutta da inventare”. Sempre nella stessa città, i seminali Blind Alley grazie al talento compositivo di Gigi Restagno, un “angelo un po' malinconico” alla cui figura è stato dedicato pure il docu-film The Beautiful Loser di Diego Amodio. I romani Undeground Arrows con un background che rasenta il punk e con all’attivo alcune incisioni con la britannica Unicorn Records. I milanesi Mads quattro ragazzini con una passione comune per i Beatles fuse ad influenze quali The Jam e Dr. Feelgood e i Four By Art con un sound spiccatamente Sixties. Nella meticolosa narrazione non potevano mancare Coys, Impulsive Youths ed altri. Sino a giungere a The Minis nati nel 2015, band di tre elementi che hanno tra i 15 e 17 anni, influenzati sia da The Who che dai più recenti The Strypes e che incidono per la neonata Cramps Records, quella degli Area (per intenderci). La componente femminile del movimento è magnificamente descritta nell’intervento di Clelia Lucchitta che si dipana tra considerazioni sociologiche, movimenti in lotta, ascese e declini fra i ’70 e gli ’80, svolte sociali, città metropolitane, Nunteregaaepiù di Rino Gaetano, ragazzine beat a Quarto Oggiaro, l’essere cellula che mette i dischi in un luogo (cavern) chiamato Disastro Unico, il ritrovarsi a piazza Mercanti, il sentirsi gli occhi puntati addosso (lo stile Mod aveva colpito ancora!) e il porsi la fatidica domanda: essere Mod oggi ha ancora senso? Certo, ritengo che il Modernismo sia un movimento che si adatta bene a tutte le epoche in base all’angolazione dal quale lo si guarda, e da qualunque parte c’è sempre un angolo in cui qualcuno si riconosce. Inoltre: inserto fotografico a colori, esaustivo mappatura di mod bands dal ’79 ad oggi (circa un centinaio, indicati luoghi di provenienza e anno d’inizio delle loro attività), discografia consigliata all’italiana da abbinare ai vari 45 e 33 giri d’Oltremanica, veri e propri “punti cardinali”. Insomma: Glory Boys e Glory Girls in un libro affamato di vita. 

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In dettaglio

  • Artista: Stefano Spazzi
  • Editore: Crac Edizioni
  • Pagine: 214
  • Anno: 2020
  • Prezzo: 18.00 €

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