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Paolo Crespi

Io vorrei. La lezione di Giovanna Marini

Ottant'anni compiuti lo scorso 17 gennaio: ma il mondo accademico, la cultura ufficiale, i mass media, persino il microcosmo musicale nostrano non se ne sono (quasi) accorti. Giovanna Marini, che in Francia è considerata una figura di spicco nel mondo della ricerca, della composizione, del teatro, dell'oralità, del canto popolare, viene quasi ignorata nel proprio paese: e non a caso arriva solo ora il primo vero libro attorno alla sua arte, dopo i due dai lei medesima scritti e pubblicati, in chiave più o meno autobiografica (Italia quanto sei lunga e Una mattina mi sono svegliata), quasi a colmare un vuoto lasciato dalla critica italiana.

Il fatto è che Giovanna Marini è un personaggio scomodo: tanto per le idee politiche (da sempre vissute a sinistra) quanto soprattutto per l'identità creativa, nel senso che nei circa sessant'anni di carriera attraversa una parabola espressiva in cui rielabora il linguaggio delle sette note in maniera assolutamente personale, singolare, originale, scardinando gli assiomi e i dualismi fra colto e popolare, classico e moderno, tradizione e impegno, canzone e altro. Giovanna Marini, come si sa, infatti, dopo gli studi conservatoriali (chitarra classica), diventa interprete di folk revival, scrive e canta ballate per voce e chitarra, compone cantate per il suo Quartetto Vocale (talvolta con accompagnamento strumentistico), lavora al pentagramma per cinema, teatro, danza, ma anche per se stessa (sempre opere per voci e cori), ottiene nel 2002 un picco di notorietà grazie al disco di platino Il fischio del vapore assieme a Francesco De Gregori (canti sociali arrangiati in chiave pop-rock), da cui sviluppa un'inedita recente attenzione verso le canzoni per l'infanzia con La pigna minigna scattigna o l'esperienza americana dei primi Sixties in Lady of Carlisle.

Il primo decennio di attività di Giovanna Marini è senza dubbio caratterizzato da un percorso cantautoriale come dimostrano ad esempio i 33 giri Vi parlo dell’America, Chiesa Chiesa, La vivazione, I treni per Reggio Calabria. E in fondo cantautrice, cantatessa, cantastorie, potrebbe essere definita perché in tutta la sua opera emerge il desiderio e la prassi di narrare, raccontare, affabulare, sennonché l'approccio al linguaggio sonoro, soprattutto dagli anni Ottanta, quando vive a Parigi, rivela sempre più una matrice dotta in direzione polifonica. Per capire bene il valore di tale complessità, che pur mantenendo stretti rapporti con le antiche tradizioni, l'allontana dalle odierne correnti extracolte, arriva il libro di Paolo Crespi che, molto razionalmente, illustra i momenti biografici e i modelli ispirativi, aggiungendo le testimonianze dei colleghi in ambito cantautoriale e drammaturgico.

Il volume presenta anche una selezione di testi lirici, di pensieri dell'Autrice e un'ottima discografia commentata, giusto per avvalorare quanto da lei confessato nel corso degli anni: "La musica per me non si suona, si scrive. Tanto me la sento in testa. La scrivo e poi quando la eseguo voglio raggiungere quel pensiero che avevo. Se invece suono un insieme di suoni gratificanti vengono fuori solo banalità incredibili". E ancora: "All'inizio del mio percorso, infatti, avevo una grande spinta data dall'indignazione politica rispetto ciò che accadeva nel mondo (...) C'è anche adesso indignazione, ma è mediata dalla vecchiaia, da tante cose, e soprattutto dall'accumularsi di tante tragedie di ingiustizia dell'uomo sull'uomo, che uno sente l'inutilità della semplice indignazione auto  soddisfacente e nullafacente per la situazione in sé". 

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In dettaglio

  • Artista: Paolo Crespi
  • Editore: Castelvecchio
  • Pagine: 192
  • Anno: 2017
  • Prezzo: 18.50 €

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