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Andrea Podestà - Manuela D'Auria

Le parole che volevo ascoltare. De André traduce Cohen e Dylan

Il tratto nervoso di penna sul foglio bianco. La scrittura grande, rapida ed elegante (sia nel carattere a stampatello che in corsivo) si interrompe di frequente, si cancella, si corregge, traccia segni su parole, e poi riparte.
Ce le immaginiamo così, le pagine scritte da Faber a tradurre canzoni altrui. Del resto, ne abbiamo viste molte di pagine autografe riprodotte, fotografate, esposte, sia che si trattasse di testi di canzoni che di una lettera scritta al padre durante il sequestro. Probabilmente mentre Fabrizio traduceva, accanto a quei fogli c’era un bicchiere, sicuramente un posacenere e una sigaretta sempre accesa.

Sono parole cercate con attenzione quasi maniacale, quelle scritte da De André e di cui questo nuovo libro si occupa: parole messe insieme con il rispetto della rima, della metrica e quasi sempre della storia ( a volte invece prevale l’elaborazione personale attraverso il proprio immaginario, come in Nancy o Avventura a Durango, quest’ultima trasportata addirittura in un contesto mediterraneo con inserti in lingua napoletana) perché il tutto possa comunque tornare, suonare, evocare le stesse (o simili) emozioni delle originali anche nelle “sorelle” italiane.

Ed è con la stessa attenzione e passione che Andrea Podestà e Manuela D’Auria ci raccontano il travaglio di quel passaggio, dall’inglese all’italiano, affrontato da De André per regalarci 5 fra le sue perle: Suzanne, Nancy, Giovanna D’Arco, Via della Povertà, Avventura a Durango.

È un passaggio delicato per Faber, a volte una sfida molto difficile sia per la poca dimestichezza con la lingua originale (come sappiamo Faber è più pratico del francese) sia perché non è certo impresa da poco cimentarsi con l’opera dei due più grandi poeti della canzone americana. 
Le parole che volevo ascoltare non è quindi, come spiega nell’introduzione uno dei due autori, l’ennesimo (e forse inutile ad oggi, aggiungiamo noi) libro su De André. È qualcosa di nuovo, qualcosa che non esisteva, un libro incentrato sul percorso più che sull’opera finale, sul fare più che sul risultato (che del resto è ben noto a tutti e da tutti amato). 
“La traduzione è un mistero” ci dice a proposito Max Manfredi nel suo bell’intervento introduttivo “ e come tutti i misteri è anche un fatto tecnico”.
Perciò, questo libro è strumento prezioso per conoscere ancor di più alcune opere di quell’autore di canzoni immortali di cui molti sanno già tutto o meglio, credono di sapere. De Andrè è quello, fra i cantautori italiani, di cui senza dubbio si è finora scritto, cantato, parlato, citato di più, anche a sproposito. È l’autore che più di altri è stato “omaggiato” e reinterpretato, spesso a sproposito e in maniera irrispettosa.

Questo libro non si aggiunge alla lista degli “omaggi”, ma rappresenta il tentativo originale (e a nostro parere riuscito perfettamente) di decifrare in modo inedito ancora qualche carta, qualche parola cantata a memoria di cui non si conosceva ancora l’esatta tribolata essenza. Gli autori di queste pagine, entrambi genovesi, intendono qui affrontare e svelare quei meccanismi letterari, quelle intuizioni e collaborazioni di cui poco o nulla si sapeva.
“Le parole che volevo ascoltare” è il frutto di uno studio attento e accurato, per nulla frettoloso, esposto in modo discorsivo e interessante, coinvolgente e a tratti anche divertente. I testi delle canzoni originali e le relative traduzioni vengono messi a confronto e analizzati con meticolosità da Podestà e D’Auria, ma la lettura è fin dall’inizio molto piacevole e agile anche per il lettore meno esperto; vi sono nel libro curiosità e aneddoti spesso inediti che si possono scoprire pagina dopo pagina, canzone dopo canzone.

La nascita di questo libro è legata ad una tesi di laurea e a un innamoramento. Manuela D’Auria si laurea in lingue all’Università di Genova con uno studio sulle traduzioni dall’inglese di Fabrizio De André, e di lui si innamora perdutamente, assecondata e incoraggiata dal suo ex professore di Lettere, Andrea Podestà con il quale ha un fitto scambio di opinioni e qualche accesa discussione.  Podestà conosce molto bene Faber, di lui ha già scritto parecchio: ricordiamo, fra gli altri, il volume piacevolissimo su Bocca di Rosa (altra grande storia d’amore), che fa parte della collana “Le canzoni della nostra vita” e Fabrizio De Andrè. In direzione ostinata e contraria sempre per Editrice ZONA. Inevitabile che queste loro discussioni private sfocino in una proficua e interessante collaborazione, di cui questo libro è il risultato tangibile.
Il titolo richiama i versi di Giovanna D’Arco in cui il Fuoco dialoga con l’Eroina guerriera che sposerà (“Son parole le tue che volevo ascoltare/ ti ho spiato ogni giorno cavalcare…”) solleticando la curiosità del lettore che viene coinvolto fin dalla copertina nel vivo del racconto.
Il libro ha inoltre una preziosa e illuminante riflessione iniziale di Max Manfredi (qui nella foto con gli autori) ed una interessante e originale postfazione di Paolo Bonfanti.

Cohen e Dylan sono artisti immensi, che resistono al tempo. Come le loro canzoni, che sono diventate immortali e che hanno attraversato oceani e generazioni per essere cantate da De Andrè e da tutti noi anche in un’altra lingua, l’italiano. Sono diventate quelle parole che volevamo e vorremmo ascoltare  ( e avremmo voluto ascoltare dalla voce magnifica di Faber ancora oggi), per sempre.
Ci restano ora queste pagine scritte con cura, con amore e rispetto, che aiutano a capire e invitano a un nuovo e più attento ascolto. Ancora, e per sempre.

 

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In dettaglio

  • Artista: Andrea Podestà - Manuela D'Auria
  • Editore: Zona
  • Pagine: 126
  • Anno: 2015
  • Prezzo: 14.00 €

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