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Stefano Orlando Puracchio

Rock Progressivo Vol. 2 – Linee di confine

Nel 2014 Stefano Orlando Puracchio aveva realizzato un lavoro molto interessante, Rock Progressivo, una guida, in cui definiva in maniera precisa e puntuale l’ambito generale all’interno del quale si poteva parlare di musica “progressiva”, ma soprattutto aveva in un certo senso “sdoganato” il fatto che questo genere potesse  essere considerato “popolare”, non necessariamente elitario, e quindi non strettamente patrimonio di chi valuta la musica con un certo distacco ed una certa alterigia. 
Con Rock Progressivo Vol. 2 – Linee di confine l’autore si spinge un poco oltre, superando i concetti generali ed entrando maggiormente nel dettaglio; per fare ciò, ovviamente, occorre fare alcune scelte, scelte che non sempre possono vedere concordi i lettori, anzi, sono inevitabilmente destinate a creare discussioni e contrapposizioni, soprattutto fra gli appassionati.

Si riparte dall’analisi sul rock progressivo nei paesi dell’est, e nella fattispecie quello ungherese, che si conferma un terreno fertile e sicuramente interessante, dopodichè si giunge subito al primo punto controverso, ovvero un’analisi dell’album The Endless River, realizzato dai Pink Floyd (rimanenti), lavoro di fatto postumo, controverso, album prevalentemente strumentale, basato su materiale inedito, che il gruppo registrò con Richard Wright durante le sessioni di The Division Bell nel 1993. E qui le opinioni già divergono in modo sensibile: i Pink Floyd sono o non sono assimilabili al progressive? E se lo sono, in che misura e fino a che punto?

Nel capitolo successivo vengono analizzate alcune band italiane (Area, nella foto, Perigeo, Arti & Mestieri, Agorà, Secret Oyster) che hanno si addentellati con il rock progressivo ma anche caratteristiche che li differenziano dal genere in questione: di fatto si prosegue nel porre la questione su cosa possa essere prog o meno, ed in quale misura; l’analisi è sicuramente parziale perché, probabilmente, un movimento come quello italiano andava analizzato in maniera più estesa, ma in questo caso le pagine avrebbero dovute essere molte e molte di più.

Il secondo punto, altrettanto controverso, è la trattazione del fenomeno “neo-prog”, che di fatto ha traghettato il progressive dagli anni ’70 agli anni ’90… e qui l’analisi è, sicuramente, assai discutibile, soprattutto per il fatto che non vengono presi in considerazione nè i vari stili musicali nei quali il prog è sfociato, nè la vicinanza con altri generi genericamente ascrivibili all’area del metal; può essere una scelta, magari dettata dalla possibilità di un ulteriore volume che scenda più nello specifico, certo è che il fenomeno neo-progressive degli anni ’80, trattato in modo abbastanza superficiale, non ne esce bene, ma soprattutto non viene analizzato come elemento di transito, di una certa rilevanza, soprattutto nei confronti dell’evoluzione successiva.
Il volume si chiude con alcuni capitoli monografici, riguardanti gruppi italiani (Periferia del Mondo, Unreal City, nella foto, Metamorfosi) e stranieri (Kansas e Gentle Giant).

In sintesi, questo volume offre sicuramente alcuni spunti interessanti attraverso i quali analizzare aspetti anche meno noti del fenomeno progressive, ma lo fa in maniera discontinua e frammentata; in questo senso il problema è la comprensibilità da parte dei non addetti ai lavori per i quali molti argomenti, specie quelli più sottili, dati per scontati, possono risultare poco chiari o del tutto sconosciuti.
Ma l’interrogativo di fondo che questo lavoro suscita riguarda il senso, ed il significato, della parola progressive: si può considerare questo “genere” come un ambito musicale in continua evoluzione, e dunque ciò che è, oggi, progressivo, risulterà necessariamente molto differente da ciò che era quaranta e più anni fa. Oppure si può considerare progressivo solamente ciò che si rifà, tecnicamente e stilisticamente, ad un approccio musicale tipico degli anni ’70, ed allora diverse “derivazioni” andranno necessariamente escluse perché troppo estranee a quel tipo di progetto; questo secondo approccio, però, nega in senso letterale il significato della parola “progressivo”, nega tutto ciò che significa sviluppo, innovazione, interpolazione con altri e differenti generi, tutte caratteristiche che i gruppi cosiddetti “storici” avevano manifestato in maniera molto forte all’inizio della loro avventura.

Il quesito è artisticamente di un certo peso e, sicuramente, non mancherà di creare discussioni, e forse polemiche, in questo senso; la sensazione è che questo secondo volume di Puracchio lo abbia solo sfiorato, offrendo spunti isolati, ma senza voler entrare in maniera decisa nel merito della questione. 

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In dettaglio

  • Artista: Stefano Orlando Puracchio
  • Editore: Simplicissimus Book Farm Srl
  • Pagine: 79
  • Anno: 2015
  • Prezzo: 3.99 €

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