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Stefano Orlando Puracchio

Rock Progressivo Vol. 3 – A Gentile Richiesta

Giunge al terzo ed, almeno per il momento, ultimo capitolo la scorribanda di Stefano Orlando Puracchio nei territori della musica progressiva; le questioni, a questo punto, sono state messe tutte “sul tavolo” ed ogni interlocutore, dal più noto al meno conosciuto, ha avuto modo di esporre la propria opinione in materia: esiste la musica progressiva? Se esiste quali sono i suoi confini, i suoi ambiti, la sua collocazione? Ha senso parlare oggi di musica progressiva? E se lo ha, qual è questo senso e quali sono i possibili significati da associare a questo termine?

Affrontare un argomento così intricato, sia per questioni temporali che per questioni più strettamente artistiche, richiede un approccio necessariamente originale, e Rock Progressivo Vol. 3 – A Gentile Richiesta non si sottrae alla sfida: non un lavoro scandito da tempi e spazi definiti, non un libro strutturato lungo una timeline cronologica, geografica o riferita a macro/microaree artistiche, esattamente come i due volumi precedenti.

Se il prog è, e ragionevolmente lo è, un vero e proprio calderone ribollente, un magma in continua mutazione che lancia getti, e quindi proposte, spesso in seguito ad intuizioni momentanee, improvvise, o a lampi casuali, se allo studio teorico, quasi sempre presente, si affiancano genialità, coraggio di osare, anche incoscienza in certi momenti, e comunque il desiderio di sperimentare, di andare oltre per vedere dove si va a parare, chi decide di raccontare questa vicenda può decidere di dare una “organizzazione” a questo caos, oppure semplicemente di adeguarsi ad esso.

Ecco quindi che i capitoli del volume non seguono affatto un ordine cronologico, per cui si passa tranquillamente dal neo-prog degli anni ’80 ad una chiacchierata con gruppi formatisi recentemente, per poi saltare indietro nel tempo ed incontrare artisti attivi già negli anni ’70.

Anche la geografia di questo viaggio non è certo quella che, ragionevolmente, ci si può attendere: c’è l’Italia, certo, ma non solo quella dei gruppi “canonici”, bensì quella delle nuove leve, c’è un po’ di Inghilterra, soprattutto quella delle band che, per motivi spesso insondabili, hanno influito parecchio pur brillando meno, e ci sono i paesi che una volta si definivano di “oltrecortina”, all’interno dei quali questo ambito musicale ha avuto sviluppi che, più che insospettabili, fino a non molto tempo fa erano proprio sconosciuti.

Il mondo che viene fuori da queste pagine è un caleidoscopio di tendenze, approcci, ricerche, esiti, assolutamente eterogeneo, da cui si evince che, fondamentalmente e con buona probabilità, il “prog” non è un vero e proprio genere, con canoni e regole definite, ma è più un’attitudine che, come tale, può condurre a molti “altrove” senza alcuna necessità di dover giustificare scelte fatte o rifiutate. Generalmente, più per comodità che per reale conoscenza della materia, si è portati ad identificare il progressive come “quel genere che, negli anni ’70 mescolò il rock alla musica classica in senso lato”, ma l’errore di fondo, probabilmente, sta proprio qui: premesso che in quegli anni la parola prog non esisteva (è stata creata dopo, ad uso giornalistico…), il punto è che il prog non era “quella cosa lì”: casomai partiva, da “quella cosa lì”, ed in ragione del suo significato letterale, ovvero di una musica in perenne e continua evoluzione, “progressione”, e quindi mutazione, non poteva affatto fermarsi a “quella cosa lì”, se non snaturando, anzi negando la propria indole ed il motivo per cui era (inconsapevolmente) nata.

Ripetere o riproporre stilemi precedenti non è “prog”; non allontanarsi da ciò che è stato fatto, non osare, non voler andare oltre, non è “prog”, e questo con buona pace di chi si è fermato al periodo 1969-1979, ha giusto preso una boccata d’aria fra il 1982 ed il 1988 (neo-prog) e poi ha deciso che tutto ciò che c’era da fare, in quell’ambito, era già stato fatto.

Il prog nei decenni successivi agli anni ’70 ha preso strade differenti, ha amalgamato (non “si è mescolato”, perché non è un genere, ma un’attitudine…) generi differenti da quelli mescolati inizialmente, ha spostato la ricerca talvolta verso territori più hard, altre volte verso luoghi più “pop”, si è indurito e/o addolcito, ha spesso abbreviato la durata dei brani perché la sensibilità musicale odierna, e le capacità espressive e sintetiche degli artisti permettevano di esprimere qualcosa di “sostanzioso” in tempi più brevi.

Parafrasando ed adattando la citazione di un noto film con Humphrey Bogart, "That's the press, baby! The press! And there's nothing you can do about it. Nothing!"… “E’ il progresso… e tu non ci puoi fare nulla…”, nel senso che un modo di intendere la musica di questo tipo sfugge completamente al controllo, reale o presunto, di chi lo vorrebbe inserire in un contesto specifico, “canonizzare”, stabilirne i confini e le caratteristiche artistiche necessarie per essere tale.

E, nelle pagine di Puracchio, la necessità di sfuggire a questa strutturazione appare del tutto evidente, ma soprattutto essenziale perché la parola “progressive” abbia, ancora adesso ed in futuro, un senso compiuto… 

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In dettaglio

  • Artista: Stefano Orlando Puracchio
  • Editore: Simplicissimus Book Farm Srl/StreetLib Write
  • Pagine: 147
  • Anno: 2016
  • Prezzo: 4.99 €

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