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Antonio Marangolo

Wayne Shorter e il jazz incerto

Quello che Antonio Marangolo dedica al collega di strumenti (entrambi: sax tenore e soprano) Wayne Shorter, più che un libro vero e proprio, è in realtà un saggio lungo, stante la mole del volume, anche per formato (11x17), spaziatura e impaginazione, un lungo pensiero che l’italiano dedica all’americano, esprimendo di fatto, nelle considerazioni che ci regala, la sua stessa filosofia estetica, appunto attraverso le annotazioni (per lo più di stima incondizionata) attorno a quella dell’illustre collega.

Proprio per la succitata mole, il profilo biografico di Shorter è tracciato molto per sommi capi (non era del resto questa la finalità del lavoro), mentre la sua carriera viene messa a fuoco sostanzialmente attraverso due momenti-chiave: i Weather Report, emanazione diretta degli anni trascorsi da Shorter accanto a Miles Davis, svolta elettrica in testa, e il quartetto che il sassofonista guida a partire dal 2000.

Sul primo punto, ci sentiamo di dire che le valutazioni di Marangolo sono forse fin troppo benevole, verso un’entità nata su certi presupposti ma sostanzialmente trasformatasi via via sempre più eloquentemente nel gruppo di Joe Zawinul con la partecipazione straordinaria dello stesso Shorter, solista ancorché autore, del quale a parere di chi scrive ha anzi mortificato alquanto, salvo eccezioni, il grande talento. Ciò che è stato dopo lo scioglimento del gruppo lo Zawinul Syndicate, con le sue coordinate alquanto plastificate e disumanizzanti, ci pare in tal senso emblematico.

Nel contempo Shorter ha diretto gruppi propri, inizialmente elettrici, poi strettamente acustici, cronologicamente a partire di fatto dal duo con Herbie Hancock documentato dall’album 1+1 (1997) e poi da un’abbastanza generosa serie di concerti. Marangolo liquida forse un po’ troppo frettolosamente gli anni (una quindicina) che vanno dallo scioglimento dei Weather Report alla costituzione del quartetto acustico, fin dall’inizio col medesimo organico (Danilo Perez, piano, John Patitucci, contrabbasso, Brian Blade, batteria), anni che hanno portato almeno due album degni di grande attenzione: Atlantis, del 1985, in realtà con i Weather Report ancora formalmente in vita, e il citato duo con Hancock.

Detto ciò, il volumetto rappresenta una lettura assolutamente istruttiva, sia perché Marangolo, da musicista, evidenzia caratteri dell’essere artista di Shorter assolutamente peculiari, rimarcandone l’estrema originalità, di compositore e demiurgo musicale ma anche proprio di solista, il pensiero che sta alla base della sua arte, regolarmente fuori dall’ovvietà e dai luoghi comuni, ciò che del resto lo stesso Marangolo pratica nei suoi gruppi e nei suoi progetti.

Il clou della cinquantina abbondante di pagine del volume sono di fatto le ultime, dove Marangolo viviseziona – se possiamo dire così – un concerto (anzi: una parte di esso) dell’attuale quartetto shorteriano in quel di Parigi: la descrizione è talmente minuziosa e capillare quanto ricca di colpi di scena da imporsi anche proprio per il suo valore letterario, di scrittura, oltre che per le intuizioni e le chiavi di lettura che l’autore ci offre. Un volumetto sintetico quanto prezioso, quindi.   

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In dettaglio

  • Artista: Antonio Marangolo
  • Editore: Mimesis
  • Pagine: 58
  • Anno: 2018
  • Prezzo: 6.00 €

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