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Un album crudo, appassionato, diretto.

24 Grana

La Stessa Barca

E’ il 1995 quando Francesco, Renato, Armando e Giuseppe mettono su i 24 Grana; sono anni in cui c’è nell’aria un forte fermento culturale e musicale, sono gli anni delle posse, del dub e di una riappropriazione degli spazi sociali. Napoli è una città che si presta a tutto questo; si suona in Piazza del Gesù e si sta in mezzo alla gente, si occupa (è il grande momento di Officina e dei 99posse ) e le musiche, i generi, i linguaggi, si mischiano. Forse di tutto quel fervore restano oggi poche briciole, i movimenti si sono rincorsi negli anni così come i vari gruppi emergenti che hanno tentato di imbracciare chitarre elettriche e fondere la loro rabbia alle distorsioni del rock.


Fatto sta, che oggi, nel 2011 loro, i 24 Grana,  ci sono ancora, con un background da far invidia anche ai miglior gruppi italiani, con qualche cambio di formazione e con un grande percorso di crescita. Li ritroviamo ancora qui, adulti, anche nell’aspetto, (« mi preferivi quando avevo la cresta? » canta Francesco in Cenere ), a proporre il loro ultimo grande lavoro: La Stessa Barca.

 

Una produzione di grande rispetto, che li ha portati dalle piazze partenopee, passando negli anni in mezza Europa e persino a Tokyo, direttamente a Chicago, nelle mani di  Steve Albini (e se il nome così non vi dice nulla basta sapere che ha prodotto Nirvana, Pixies, Pj Harvey, e altri della stessa importanza) .

Dopo due anni di assenza dopo Gostwriters, in cui la band pendeva verso uno stile più cantautoriale,  e in cui Francesco di Bella aveva saputo raccontar con tanta poesia le storie di tutti noi e della città più chiacchierata del mondo, il nuovo disco si riavvicina all’espressione dei primordi; La Stessa Barca è un disco crudo e diretto caratterizzato dall’immediatezza del rock’n roll e del post punk ma ricco ancora di influenze dub  (genere tanto caro alla band) e perché no, di denuncia sociale.
Titolo in fondo emblematico, come a dire: siamo tutti sulla stessa barca e la situazione necessita di uno sforzo collettivo per poter progredire positivamente. 
Una contestazione molto esplicita in un pezzo tra i più “scomodi” mai scritti da Di Bella, Malavera: «nun s’adda sapè commè fernuto chillo là»; storia di abusi in carcere, un racconto di sopraffazione dietro le sbarre e, purtroppo per noi, cronaca di avvenimenti quanto  mai attuali.
Per Francesco c’è anche posto per le riflessioni e l’introspezione: Ombre è un brano sulle mancate occasioni e su quello che può riservarci il destino; così come la bellissima Germogli d’inverno narra del miracolo dell’inaspettato; un brano intenso e poetico che muove qualcosa dentro e ci fa sperare in quella occasione che darà vita ad un bocciolo sotto la neve. Una poesia in musica che esprime al meglio la ricchezza d’animo  del cantante e la sua capacità di essere un songwriter di spessore.
Non mancano nell’album storie di personaggi particolari, storie che ritroviamo spesso nei 24 Grana, vicende personali che in questo caso sono quelle di Salvatore,  il bullo spaccone,  e di Roberto, il ragazzo che si innamora di una Sofia “sbagliata” e vorrebbe andarsene via lontano.
Storie metropolitane che ritroviamo anche in Cenere o in Turnamme a casa, mentre Stop è un pezzo che invita alla concretezza: «basta co e  nuttate senza durmì» .

La Stessa Barca è un album perfetto, senza sbavature, che al primo ascolto ti arriva dritto al cuore.
Un album che mette ancora una volta insieme tradizione e cemento, poesia e rock, borghi di paese e metropoli, in una maniera che solo i 24 Grana sanno fare.

 

 

 


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