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Elogio della facilità

Sapori d'autunno. Breve narrazione intorno alla produzione discografica attuale

Cantautori (singoli o gruppi poco cambia) che sembrano farsi scudo della “confezione”, ma qualcosa dentro mettono, non evitando modelli anche ingombranti.

L’assunto è semplice, quanto per altri versi insidioso, scivoloso: esiste da un po’, nella canzone d’autore italiana (che forse non dovremmo neppure più chiamare così, perché è diventata ormai una sorta di enorme pentolone che può contenere di tutto), un’inclinazione a risolvere le più o meno presunte controversie (esistenziali, sociali, ecc.), che di tale universo dovrebbero rappresentare – storicamente, atavicamente – la linfa primaria, in maniera tendenzialmente piana, incruenta, per così dire conciliatoria (con sé stessi, con chi ascolta, ecc.). Andrà tenuto sempre ben presente che il termine canzone d’autore, come detto, sta con tutta probabilità smarrendo parecchi dei suoi significati più profondi. Ci si avvicina a un dato universo (o semplice modus operandi, se vogliamo) con estrema (eccessiva?) nonchalance ed è quindi sempre più difficile riuscire a separare il grano dalla crusca.

Un elemento preponderante, in evidente (almeno all’apparenza più spicciola) divergenza rispetto a quella che è la storia del cantautorato nostrano più pregnante, è la presenza, ormai da tempo, di tutta una serie di gruppi che si affiancano ai singoli per determinare un dato orizzonte. Ci sono – è vero – anche situazioni del tutto anomale, tipo Le Luci della Centrale Elettrica, nome collettivo per un solo individuo (Vasco Brondi, com’è noto), ma che non ci sia più troppa (o alcuna) differenza fra chi si propone in prima persona (singola) e chi in un insieme (un gruppo, appunto) è un dato di fatto ormai assodato e pressoché accettato da tutti. Due delle ultime tre targhe assegnate dal Club Tenco alla miglior opera prima, tanto per portare un esempio persino scontato, sono andate ad altrettanti gruppi, rispettivamente La Scapigliatura (2015) e Lastanzadigreta (2017).

Entrando più nel merito del nostro discorso, che si prefigge sostanzialmente di operare una sorta di taglio più o meno orizzontale entro la produzione discografica di più fresca attualità, un’altra opera prima “gruppistica” che cade – come si dice – a fagiuolo è La neve (ALTI Records), cd di una ventina di minuti (sette brani) degli aquilani Lingue Sciolte (foto in alto), il cui inizio (Beatrice) fa venire un po’ in mente Rino Gaetano (del resto fra i referenti “storici” più frequenti di questa sorta di nouvelle vague cantautoriale), per poi sposare una struttura che potremmo definire a tormentone che di fatto alberga un po’ in tutto il resto del disco. Il brano-cardine di questa tendenza è il secondo, Woody Allen, cellule testuali e (conseguentemente) musicali ripetute, reiterate sin quasi allo sfinimento (ma comunque efficaci, d’effetto), fino a sfociare qua e là (qui, in particolare, nel brano che intitola il cd) in una tipologia compositiva che definiremmo canzone-serpente, dove i versi sembrano appunto mordersi la coda, in una sorta di circolarità metrica (più che strettamente ritmica) che sfocia appunto nel tormentone.  Ogni brano del disco sembra comunque avere una sua ragion d’essere, una sua specificità, la capacità (nonché la voglia, ferrea) di farsi ascoltare, con musiche che, pur incisive, non pestano i piedi ai testi. Non scompare mai una patina (un’impressione) di epidermicità, ma insomma, la costruzione è abile e l’impatto assicurato.

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Un altro gruppo, la Piccola Orchestra Karasciò (da Bergamo), in odore di decennale (è nata nel 2007), esce proprio in questi giorni col suo terzo album, Qualcosa mi sfugge (Radiocoop), il cui brano iniziale, A canzoni non si fan rivoluzioni, ha la particolarità quasi spudorata di volersi ricollegare con totale evidenza (nonché doppiamente) alla canzone d’autore che più DOC di così non si potrebbe, visto che cita il Guccini dell’Avvelenata fin dal titolo, ma poi batte bandiera più prossima al gemello De André (entrambi 1940). La parentela è scoperta, anche se poi da cotanto padre si ha il pudore di girare tutto sommato abbastanza alla larga, se non per un ulteriore ripassino nel brano n. 6 (su 11), Resisto. Per il resto serpeggia qua e là (Luna) una pacata danzabilità, spesso un bel tiro, pur dando l’impressione complessiva quasi di non voler affondare del tutto il colpo. Neanche qui mancano i pezzi che insistono su una medesima cellula tematica (Respira, e soprattutto Passa il treno, sempre a proposito di tormentoni) e comunque il risultato finale non è affatto male.

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Solo, ma con tutto un parterre di illustri compagni di cordata (Tullio De Piscopo, Massimo Moriconi, Marco Brioschi, Tito Mangialajo, Nicola Stilo), il cinquantaquattrenne milanese Marco Massa si è reso di recente protagonista di un’operazione discografica piuttosto inusuale: ha pubblicato nel 2016 il suo nuovo album (il settimo), Sono cose delicate (Tranquilo), solo in vinile, dopo di che, di recente, l’ha messo fuori anche in cd. In mezzo (aprile 2017) è uscito poi un T-disc (di fatto a sua volta un cd, con lo stesso titolo) di otto tracce, fra brani live, provini e alternate takes. Quattro i titoli comuni con l’album vero e proprio. Detto ciò (che in fondo al nostro discorso interessa fino a un certo punto, ma un po’ d’ordine andava fatto), sottolineiamo che il disco è dedicato a Virgilio Savona (una cui raccolta di inediti fu intitolata anni fa, appunto, “Cose delicate”) e contiene dieci brani, per lo più di tono aperto e ospitale, anche ben suonato (c’è pure uno strumentale, con Massa – di regola al piano – impegnato alla tromba), ma spesso fin troppo epidermico, a pelo d’erba. Le musiche sono tutte di Massa, i testi spesso di Maurizio Marsico. Sul piano interpretativo, della lettura dei pezzi, emerge qua e là una qualche analogia con Fabio Concato, anche se per esempio A modo tuo rimanda non poco a Oggi sono io di Alex Britti (cantato anche da Mina), per escursione dinamica e anche linea ritmica. Le cose migliori sembrano arrivare dall’elegante Questa è per te, un po’ alla Sanfilippo (ma anche Concato, pure qui), e, in chiusura, Pianista senza piano, dedicata al compianto (ci ha lasciati giusto tre anni fa, novembre 2014) Renato Sellani, fra i maestri di jazz (con Franco Cerri) di Massa. Sul T-disc si fanno apprezzare anche un paio di cover, Stella di mare di Dalla e la ben poco nota Quando ti ho vista di Piero Ciampi (nell’omonimo album del ’71), mentre fra le tre bonus tracks ascoltabili solo in digital download (mediante password) c’è anche Lazzari felici di Pino Daniele. Tutto molto curato, quindi, anche se la facilità complessiva, per stare nel nostro titolo, imperversa.

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Nella sua opera seconda (sei anni dopo “Un giorno il mio ombrello sarà tuo”), il bresciano Davide Viviani, rimanendo sempre in regione (dominante: Milano per Massa, Bergamo per i Karasciò, Brescia qui), si fa produrre da Asso Stefana, da anni braccio destro (nonché chitarrista) di Vinicio Capossela, col supporto di Marco Parente. Il cd (breve pur’esso, altro elemento ricorrente: otto brani, poco più di mezz’oretta) s’intitola L’oreficeria (in copertina, in realtà, l’apostrofo non c’è) e non manca di qualità. Fin dall’iniziale E a tutto quel mondo lì s’intravvede una certa eleganza (voce e chitarra acustica), un testo non banale. Non male neppure, subito dopo, Agua, pur con una (prima) patina di epidermicità. Affiora persino qualcosa di Claudio Lolli – e comunque una malinconia diffusa – in La creatura banale, mentre sembra far capolino il primo De Gregori (Bene, Signora Aquilone) in Litania della città alta, sempre fascinosa, preziosa e sommessa. Si va sul valzer in Nella colza, parzialmente in francese, mentre un testo assai bizzarro caratterizza Lu porcu meu, peraltro in un bel clima molto curato. In inglese (e prima c’era anche il bresciano) l’epilogo, non del tutto all’altezza (manca un po’ di mordente) di quanto ascoltato prima. Che, al di là, anche qui, di un minimo eccesso di confezione, c’invita a tener d’occhio, per il futuro, il signor Viviani.

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Chiudiamo i battenti con un bel viaggetto verso  sud, Salento, per dire del disco più significativo del lotto, Viva il re! (Squi[libri]) di Massimo Donno, che, nel cinquantenario del proverbiale “Sergent Pepper's…” beatlesiano, ne cita (dopo una selva di precedenti, Frank Zappa in testa) la copertina, inserendo su una sorta di muro-nuvola posto sullo sfondo tutta una serie di figure cui evidentemente Donno sente di dovere qualcosa. Anche qui imperversano i lombardi (anzi proprio milanesi): Jannacci e Fo (di cui il titolo del cd rievoca esplicitamente Ho visto un re), Cochi e Renato, Gaber e Ruggeri, fra gli altri. Il disco – come sempre, parlando di Squi[libri], corredato da ampio booklet (qui oltre settanta pagine) – abbraccia la pratica della canzone abbinata alla banda (qui la Banda de Lu Mbroia) che fu per esempio, anni fa, di “E l’italiano ride” di Mirco Menna, non disdegnando altri illustri precedenti più prossimi al jazz, tipo quelli targati Battista Lena e Pino Minafra (tutti del resto presenti, Menna, Lena e Minafra, tra gli estensori dei testi a corredo del cd). Nove i brani (fra cui uno in romanesco dedicato a Fellini), con un ospite d’eccezione (ma ce ne sono altri, tipo Lucilla Galeazzi) in Gabriele Mirabassi, il cui clarinetto illumina ogni più riposto anfratto del disco. Il tono globale è insieme elegante ed evocativo, con prologhi generalmente più preziosi che preludono all’ingresso del corpo bandistico, per un disco a suo modo lui pure “facile”, ma bellissimo, di estremo buon gusto. Docile e ruspante insieme.

www.massimodonno.it
https://www.facebook.com/massimo.donno.7


Per le eventuali conclusioni, rimandiamo alle suggestioni che possiamo aver istillato in chi ci ha seguito fin qui nella lettura. E magari a successivi capitoli che certo non si faranno attendere.

Altri Link:

www.macrameufficiostampa.it
www.squilibri.it

 

 


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