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Impressioni di Ottobre. Il Premio Tenco, un giorno dopo l'altro

Chiusa la 42ª edizione targata Migrans

Tre giorni intensi più un'anteprima, con un cast delle grandi occasioni

[…]
E veniamo da un mondo di guerra e di fame dovunque
E cerchiamo una patria comunque
per tornare a sperare, per vivere ancora

E veniamo da un mondo di guerra e di fame dovunque
E cerchiamo una patria comunque
per tornare a sperare,
per vivere ancora e ricominciare...

(F. Guccini)

Arrivare a Sanremo non è facile. Soprattutto se vieni da lontano lontano, come chi scrive. Ci vogliono treni di notte, coincidenze, montagne e un lungo corridoio semibuio che, appena giunti alla stazione, prima di farti sbucare in mezzo ai fiori e alle canzoni, lascia perplessi e impazienti. Ma basta una manciata di minuti: fuori dal tunnel, il gioco è fatto. Arrivare a Sanremo per seguire il Premio Tenco ha inevitabilmente un qualcosa di epico, eppure agile al contempo, sì che la storia ti si para davanti e tu ci entri a passi larghi, senza indugi, ed è lei stessa che ti conduce al presente indicativo, quello che vedrai (vedrai) in tre giorni di fuoco. Le tappe sono scandite e partono proprio da lì, dalla stazione nuova per poi arrivare alla vecchia ferrovia, ex stazione, ora sede del Club Tenco, passando per l’ex chiesa di Santa Brigida della Pigna, il Palafiori, fino al teatro Ariston e il Casinò. Lungo la strada cammini, spostandoti tra gli eventi della giornata (mostre, conferenze, dibattiti, spettacoli, incontri, soundcheck) sulle mattonelle che invadono Corso Matteotti, in fila, ciascuna con su inciso il nome del cantante e la canzone vincitrice di ogni edizione del Festival, l’altro, però, quello scintillante di febbraio, tutto fiori e meno arrosto.

Il sipario, quest’anno, per il Tenco 2018 (42ª edizione), si è alzato sulla parola migrans, migrante, participio presente che più presente non si può. Inteso non solo come urgenza storica, ma anche come modus che abbraccia ogni ramo dell’arte, facendo volare (siamo a Sanremo) proprio la canzone, forma eletta di contaminazione linguistica, geografica, storica, culturale.


‘Migrans - Uomini, idee e musiche’, cardine intorno al quale si è mossa la rassegna tutta, inaugurata dalle parole di Guccini (dalla sua I migranti) e lette da Antonio Silva in apertura di serata, affiancato, per la prima volta nella storia della manifestazione, da un mozartiano Morgan, impeccabile valletta (e spalla e compagno di viaggio). Ad Elisa (in alto nella foto di apertura) il compito di marchiare a fuoco la tradizione, cantando la sigla (Lontano lontano di Tenco) affidata ogni anno ad un artista diverso e di inaugurare, dietro quel sipario appena alzato, una tre giorni brulicante di eventi. Lei, che iniziò proprio qui, nel 1998, con la Targa per il miglior disco d’esordio (Pipes&Flowers). A sigillo di tutto, sul palco dell’Ariston, come un angelo custode, ma di spalle, in perfetta controtendenza, una versione de ‘La Venere degli stracci di Pistoletto’, icona di arte povera e mobile.


Il Direttivo del Club incorona tre re con i Premi Tenco 2018, tre cavalieri della migrazione, ognuno a modo suo, per iniziare questo racconto, nomade altrettanto, a spasso, senza un ordine stringente, nelle tre serate: Zucchero, partito dalla via Emilia e poi lanciato a bomba (contro l’ingiustizia) in tutto il West e anche l’Ovest del mondo musicale, sdoganando soprattutto un genere come il blues e collaborando con moltissimi artisti. La sua esibizione, in un set acustico, ha visto pezzi storici (Dune mosse, Diamante, Hey Man, per citarne alcuni) e un bis, in compagnia di Morgan sulle note di Love is all around.

Adamo, nato a Comiso, ma emigrato in Belgio da bimbo, dove ha ricevuto uno strepitoso successo, poi diventato internazionale, lui che sognava di fare il calciatore o il professore di lingue e che invece si è trovato a fare il cantautore grazie all’aria respirata a casa: suo padre era grande amatore di canzoni italiane e napoletane. Oltre a una serie di brani del suo repertorio, tra cui immancabile La notte, in una versione a due con Morgan, Adamo ha eseguito Migrant, scritta da lui e cantata con la voce rotta da una patente commozione. Carlo Petrini, meglio detto Carlin, fondatore di ‘Slow food’ e premiato come operatore culturale, per aver diffuso, attraverso il cibo, la cultura del meticciato e della condivisione gastronomica e quindi sociale. Un uomo con idee 'migranti', che ha seminato consapevolezza e autostima soprattutto nei popoli più sfruttati.

Ogni serata, scandita da cambi palco in rime, anzi, in ottavine, a cura del maestro Riondino e dei due assistenti cantori, Enrico Rustici e Donato de Acutis, ha visto alternarsi esibizioni, ritorni, duetti inediti e premiazioni, che sotto l’egida del grande filo conduttore, hanno mosso, in canzone, un magma, in mille forme e maniere, che ora andiamo a raccontare. Tosca, artista gigantesca, da quel palco in cui fu Targa Tenco come migliore interprete nel 1997 e vincitrice di Sanremo, con Ron nel ’96, ha incantato l’Ariston per voce, presenza scenica, carisma, interpretazione, con il suo lavoro (Il suono della voce) pieno di contaminazioni linguistiche e sonore. Davide Van de Sfroos (foto in alto), che già nel nome ha connaturato il varcare un confine (van de sfroos, in comasco/laghée: vanno di frodo, di nascosto), gradito ritorno al Tenco per cantare e narrare, attraverso i suoi brani, di viaggi e partenze, Pippo Pollina, siciliano, emigrante per antonomasia, a chiusura della terza serata, in una esibizione intensa. E poi Simone Cristicchi (qui a sinistra nella foto), che ha condotto gli spettatori nei suoi noti percorsi, oltre confine, passando dalla barriera dei manicomi e della pazzia, fino all’arrivo dei profughi a Lampedusa; Alessio Lega accompagnato dalla cantante russa Elena Frolova, in un duetto pregevole o ancora Willie Peyote che ha, attraverso il rap, rotto gli schemi e portato sul religiosissimo palco del cantautori, un genere che parla ora e parla forte, servendosi di rime sagaci (bello il duetto finale con Morgan) fino a Lo stato sociale, ritornato sul grande carrozzone sanremese, ma da una porta diversa (quella più difficile), poco sul pezzo, poco sull’intonazione, poco convincente; diremmo, più precisamente: Altrove, per citare il pezzo di Morgan cantato (male) insieme.

Le sei targhe, assegnate come sempre da una folta giuria di giornalisti, sono state il fuoco di fila dell’ultima serata. Miglior disco a Motta (qui nella foto) che, imbracciata la chitarra, senza indugi e in versione molto intimistica, prima di iniziare a cantare ha speso parole importanti, invitando a comprendere il diverso, inteso in senso tout-court, come occasione di crescita personale. Targa miglior canzone a Mirkoeilcane per la sua Stiamo tutti bene, fortissimo urlo di dolore, già lanciato a febbraio scorso dallo stesso palco, centro perfetto del tema Migrans. Targa miglior album in dialetto a Francesca Incudine, cantautrice siciliana, straordinaria per intensità, scrittura e voce (qui nella foto con Manfredi Tuminello alla chitarra e Carmelo Colajanni ai fiati); il suo album, Tarakè, dal greco “turbamento, scompiglio”, e radice di tarassaco, quel fiore che soffiandoci su, esaudisce ogni desiderio, è un piccolo gioiello. Giuseppe Anastasi, siciliano anche lui, in un composto e garbatissimo turn around, da autore de La notte per Arisa a Targa Tenco per la migliore opera prima con Canzoni ravvicinate del terzo tipo; Fabio Cinti, premiato come miglior interprete, immerso a tutto tondo nei mondi lontanissimi di Franco Battiato: suo il rifacimento, meglio detto adattamento gentile (e forse fin troppo rispettoso, aggiungiamo noi) de La voce del padrone. E infine la “nuova” Targa dedicata al miglior album a progetto, vinta da Voci x la Libertà/Una canzone per Amnesty rappresentato da Michele Lionello, patron del festival collegato salito sul palco a ritirare la targa e da Carlo Valente, artista scelto tra i tanti protagonisti della compilation, che nella conferenza stampa ha regalato una versione intensissima di Tra l’altro, brano dedicato a Federico Aldrovandi.

A corollario, ma non certo in tono minore, ricordiamo, come impressioni di questo ottobre: il duetto inedito tra Bobo Rondelli e Peppe Voltarelli alla Pigna (non ci stupirebbe vederli mettere in piedi uno spettacolo live da portare in giro per l’Italia, senza troppe regole e con un alto tasso di improvvisazione, tipo le performance nate nei 'dopo-Tenco' di quest'anno. Qui nella foto Bobo e Peppe con Steven Forti, cerimoniere e presentatore delle conferenze stampa e degli eventi collaterali), la riuscita iniziativa “A scuola con Gaber” che mercoledì 17 ha anticipato la rassegna con centinaia di studenti presenti in Teatro e la nascita de 'I Libri del Tenco', collana importante che esordisce con Gaber (Gaber, sette interviste e la discografia commentata, scritta da Luciano Ceri), una foto scattata alla gigantografia di Modugno e Tony Renis che ballano un tango su un muro dell’Ariston e Nilla, spalmata in foto, a voce piena, come icona e santa protettrice di tutti noi mercanti di musica, dentro e fuori dal palco.

Se arrivare a Sanremo non è facile, andarsene è ancora più difficile.

 

Per le foto si ringraziano in maniera sincera Raffaella Vismara, Renzo Chiesa e Giuseppe Verrini, che tra le migliaia di foto scattate in quei giorni ce ne hanno donate alcune. Tutte le altre le trovate sui loro profili facebook cliccando sui loro nomi.


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