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10-11-12 settembre: Musica da Bere 2020

  L’undicesimo appuntamento con “Musica da Bere” - che anch’essa ha dovuto fare i conti con il Covid19 - sarà una tre giorni, con un’anteprima e due serate finali con ...

PFM in Classic: un progetto che unisce la musica

Da Mozart a Celebration.... si può fare!

Grande serata al Teatro Arcimboldi di Milano per la storica band e l'Orchestra della Svizzera Italiana

È una storia che parte da lontano quella della Premiata Forneria Marconi. Dal tempo del beat, da quegli anni '60 giustamente definiti mitici perché è in quel periodo che sono germogliati tutti i frutti artistici, sociali, di costume, che abbiamo potuto cogliere negli anni a venire e la cui onda lunga, per alcune situazioni e realtà, non ha ancora terminato la sua corsa. In un periodo di difficoltà come quello che stiamo vivendo, in particolare nel nostro Paese, una realtà come quella della PFM valorizza l'ingegno e l'arte italica e la rende, come spesso è avvenuto nei secoli, elemento di straordinario - e non negoziabile - valore. In questa storia si è innestato il concerto con l'Orchestra della Svizzera Italiana (fondata a Lugano nel 1935), composta da 41 musicisti stabili e diretta, unitamente ai Cameristi della Scala che vi si sono aggiunti per questa occasione, dal Maestro Bruno Santori.

Un concerto fortemente voluto dalla Provincia di Milano ed il cui ricavato è andato a favore del Centro Assistenza Minori della Provincia stessa. Un Centro attualmente impegnato a seguire 34 minori, da 0 a 6 anni, che vivono situazioni di difficoltà fisica, psicologica, di disagio e spesso di abbandono famigliare. Una grande occasione artistica, una grande occasione per contribuire ad una buona causa. A fare da cornice alla serata il Teatro degli Arcimboldi: un grande spazio artistico, purtroppo perso in una dimensione urbanistica che non rende merito alla sua dotazione acustica e di servizio agli artisti grazie ad un palco davvero funzionale e con spazi scenici praticamente illimitati. 

Ma andiamo a raccontare questa serata unica, con le luci che si spengono e il sipario che si apre sull'Orchestra già schierata mentre i componenti storici della PFM, Franz Di Cioccio (batteria e voce), Patrick Djivas (basso), Franco Mussida (chitarre e voce), accompagnati dai fidi scudieri Lucio Fabbri (violino e seconda tastiera), Gianluca Tagliavini (piano, tastiere, hammond, minimoog) e Roberto Gualdi (batteria e percussioni) entrano sul palco sotto gli applausi scroscianti del pubblico che percepisce la straordinarietà dell'evento a cui andrà ad assistere. Sono le 21.10 quando le prime note invadono il teatro e sono i componenti della PFM ad aprire le danze con la batteria di Di Cioccio a dare il ritmo del primo brano. Solo un attimo e subito gli altri strumenti fanno da battistrada all'ingresso del suono epico dell'orchestra, con i violini che subito rendono evidente la potenza del suono orchestrale che andrà ad affiancarsi agli strumentisti PFM.

Tutti gli archi sono ora schierati per farsi cullare dalla melodia immortale dell'Ouverture tratta da Il flauto magico di Mozart. L'elettrica di Mussida è morbida, mentre il basso ed il violino sembrano galleggiare sorretti dalle note dell'orchestra. Il brano è tutto un rincorrersi di note ed il finale rappresenta una sorta di corsa tra il suono rock ed il suono classico in una sorta di epos morriconiano che si conclude tra gli applausi entusiasti del pubblico L'inizio non poteva essere migliore, con basso e batteria a sostegno della chitarra blues di Mussida che macina armonie asciutte e dense di immagini notturne. I violini entrano a corredo del suono elettrico ed afferrano le atmosfere della Danza macabra, di Saint-Saens. La batteria è 'stimolata' con la dovuta energia ed il suono complessivo si manifesta come una sorta di musica da circo di antica fattura, di lontane suggestioni. L'atmosfera è scura e notturna e nella mente compaiono le immagini di un film come “Assassini nati” di Oliver Stone che le armonie, modernissime, della composizione di Saint Saens propongono su uno schermo immaginario. Il finale del brano ha delle reminiscenze di A day in the life con l'orchestra che gira a mille e la band che l'asseconda con grande cura e “plateale” piacere.(qui sotto una bella foto scattata con il grandangolo dal fotografo Piero Perfetto, autore di quasi tutte le foto dell'articolo).

Ancora incrocio di musica classica ed energia rock nella Danza slava n° 1, di Dvorak, che si apre con un grande spolvero di archi e con il tuono dei timpani. Le armonie che ne scaturiscono danno il là all'ingresso del basso e della batteria, benignamente invadenti, mentre la chitarra elettrica macina note come fossero scintille scaturite da una gigantesca mola da officina ed il suono complessivo si dimostra essere potente e moderno, prendendo il meglio della danzabilità classica che si immerge nella forza del rock. La chitarra solista è iperbolica (note claptoniane con il wha wha irrompono di tanto in tanto sulla scena), ma anche le tastiere e il suono del violino sono elementi imprescindibili al sound complessivo del brano. Sembrerebbe tutto frutto di improvvisazione ma la zampata della batteria fa capire che, invece, tutto quel torrente di suono è frutto di ore ed ore di prove, di anni di esperienza. Anche in questo caso tutto il suono prodotto dall’orchestra pare imbevuto di epica morriconiana, con la chitarra dal suono rotondo espresso da Mussida ed il violino di Fabbri che si inerpica su immagini celtiche e tzigane appoggiate sulla stessa linea melodica.

Poi un momento di silenzio, quel tanto che basta per far sentire perfettamente la chitarra acustica di Mussida in un arpeggio morbido e soffuso, facendo calare la sala (almeno coloro che ne hanno memoria) nella magia del suono dei Genesis prima maniera, dove le sei corde di Steve Hackett facevano scuola ed invidia. Si prosegue con la Sinfonia n° 5, IV° movimento adagietto, di Mahler, che apre con una dolce melodia chitarristica a cui si uniscono i violini con l'arpa ad accompagnare la delicatezza delle note generate dall'orchestra. Da questi suoni il passaggio a quelli successivi è traumatico perché Mussida, passato alla chitarra elettrica, parte come un razzo, assecondato dal suono tenace e nervoso della batteria. Il mood che ne scaturisce è una sorta di ibrido tra musica di fattura USA anni '70 e vigore melodico classico. Il basso di Dijvas è pulsante, caldo e vigoroso, mentre le tastiere si associano colorando ogni passaggio con sonorità che creano una sorta di tappeto magico su cui si appoggiano le note degli altri musicisti.

Una pausa sonora della band è l'occasione per l'orchestra di proporsi nella sua maestosità, rendendo possibile l'emergere del suono ancestrale dell'arpa, che si incunea tra le note dei violini, per portare verso l'animo e la sensibilità dei presenti uno dei passaggi più belli della musica classica. Le ance, i timpani, gli archi sono l’antipasto perfetto della Danza dei cavalieri, tratto dal Romeo e Giulietta, di Prokopief. Il basso e la chitarra acustica dialogano tra loro con gli archi a riempire ogni spazio, a cui si aggiungnono subito dopo il violino di Fabbri, la chitarra “pizziccata” e una batteria decisa, tutti volti a creare un potente mix tra il suono classico e quello rock. Le note di questo straordinario brano fanno apparire alla memoria le sonorità della colonna sonora de La Piovra che al brano proposto deve tutta la sua suggestione, con una modernità evidente ed affascinante. Cambia lentamente l'atmosfera, con Il suono della batteria che ora è secco e tonante, il basso lieve e delicato, ma è il violino ad accompagnare con decisione il suono Santaniano che scaturisce dall'elettrica di Mussida, capace come sempre di far inerpicare le note della sua chitarra verso vette altissime. Le scale sono veloci e frastornanti e gli archi dell'orchestra paiono inseguire con grande tenacia queste immaginifiche atmosfere. Il pubblico dimostra di apprezzare questa inusuale performance e partecipa con il silenzio nel corso dell'ascolto e con il fragore degli applausi alla fine di ogni brano, con un calore ed una partecipazione davvero empatica.

La grande Pasqua russa, di Rimskij-Korzakov, ha un'apertura che ricorda alcuni passaggi del climax creato dai Procol Harum nel loro album con l'orchestra di Edmonton (1974) che sorregge la potenza sonora che scaturisce della band. Le armonie delle viole lanciano le note della chitarra elettrica di Mussida mentre Di Cioccio mantiene il ritmo con devastante precisione metronomica. Intensi sono gli ingressi dei flauti mentre vigoroso è il lavoro dei timpani. Il primo violino fa cantare il suo strumento mentre i flauti traverso distribuiscono un suono melodioso e morbido che si spegne un istante prima che la bordata sonora della batteria di Di Cioccio parta come un missile, un micidiale intro per le nuove note prodotte dalla chitarra di Mussida, dal violino di Fabbri e dalla tastiera di Tagliavini.

La band suona come un mantice mentre l'orchestra si allinea, con precisione, ai desiderata musicali della band. Gli applausi sono fragorosi ed il tifo è da stadio, pronto per il finale del set classico. Un finale annunciato dal programma ed atteso con interessata curiosità dal pubblico. Si tratta di ascoltare la versione PFM/Orchestra dell'Ouverture de il Nabucco, di Giuseppe Verdi. La chitarra acustica apre il brano con reminiscenze classiche che si innestano sul suono delle tastiere e dei piatti della batteria. L'orchestra arriva a fare pesare la sua potenza con il suono dei flauti traverso e degli archi. Il basso apre al passaggio della melodia più nota e suggestiva dell'Ouverture mentre l'orchestra rin-corre questa linea sonora. Djivas “interpreta” la melodia del Va pensiero sostenuto dalla batteria e dalle tastiere che anticipano l’ingresso della chitarra elettrica, mentre la cassa e i tom di Franz sono un fuoco di potenza quasi a chiamare tutta l’Orchestra nella sua suggestiva maestosità. È il culmine della famosa aria del “Va pensiero” che, dopo l’entrata in scena del suono rotondo dei piatti, si amalgama perfettamente a quello di PFM in un crescendo potente, maestoso, epico e corale. Una grande emozione al termine di una serie di brani splendidamente arrangiati.

Il primo set, quello che vede la parte classica “dirigere” quella rock è terminata ed ora, calcisticamente parlando, dopo un breve intervallo si invertono i campi. Sono i brani rock ora a dettare la scaletta, che inizia con il suono (pre)potente degli archi splendidamente seguito da quello della band al completo, che produce vertiginose scale musicali. Ecco allora La Luna nuova, con un caleidoscopio di note che si abbattono sul pubblico, anzi dilagano, fino a chiudersi in un finale che potremmo definire rossiniano. Un brano moderno ormai diventato un piccolo classico della musica contemporanea. Roberto Gualdi prende il posto alla batteria di Di Cioccio che, annunciato dal suono del piano, introduce Promenade the puzzle. Gianluca Tagliavini imbastisce un suono delicatamente jazzato e l’orchestra si innesta sulle sue note amalgamandosi pian piano. Poi il brano decolla, anche grazie al suono energico della batteria, ma si mantiene sempre nei pressi di un suono etereo ed ispirato, con lo sguardo verso atmosfere da Gentle Giant o Genesis prima maniera. Il violino di Fabbri esprime un suono pizzicato, seguito a ruota da quello dell’orchestra mentre le due tastiere si accavallano collaborando alla creazione di un climax musicale intenso e torrido fino a giungere ad una chiusura secca, improvvisa, inattesa, che colpisce il pubblico ed allenta la magia della tensione emotiva sviluppata dal brano.

Dove...quando, altro pezzo di storia della Pfm, si apre con il suono dei flauti traverso, dolce ed evocativo. La chitarra acustica, arpeggiata con dolcezza ed il basso a seguire una linea melodica solista, accentuano l’effetto sognante dato dall’orchestra che si amplifica con l’ingresso degli archi, lirici e pieni di colori. L’atmosfera così creata diventa memorabile ed il pubblico segue ogni nota imbevendosi di tutte le immagini raccontate dalle armonie che si manifestano davanti ai presenti. È un viaggio nel passato, un viaggio all’inizio della carriera, è un viaggio che ci porta in stagioni in cui fare musica non era (anche) una professione ma senso dell’arte e voglia di ricerca.

Lo spettacolo ha raggiunto ormai un pathos palpabile e non si attenua di certo quando irrompe la melodia di Maestro della voce, a suo tempo dedicata all’indimenticato Demetrio Stratos. Il suono degli archi e delle ance, dal gusto gershwiniano, aprono la strada alla valanga delle note che il basso produce per costruire la coinvolgente linea melodica del brano. L’orchestra è puntuale e precisa nel seguire le sonorità generate da PFM che ha nella batteria il suo vate trascinatore, nella voce di Di Cioccio la malinconia di un amico perduto, nel suono degli archi ed in quello elettrico della band il segno della vitalità e della “necessità” della musica. Lo scroscio degli applausi ha giusto il tempo di affievolirsi che all’orizzonte appare uno dei cavalli di battaglia della carriera di PFM. Introdotta dalla chitarra elettrica e dalla voce di Mussida, Impressioni di settembre arriva a suggellare una splendida serata. Il suono dei clarinetti, dei flauti e dell’arpa si manifestano all’apertura del brano ed il suono dei timpani ci conferma ancora il grande lavoro del Maestro Bruno Santori nel saper creare orizzonti morriconiani che ben si sposano in questo mare di strumenti e strumentisti.

La voce e la chitarra di Mussida sono asciutti, decisi e mentre la tonalità vocale si alza la batteria apre il varco all’entrata della struggente melodia creata dal suono del minimoog, con quelle note che paiono un vento gagliardo che trascina tutto con sé. La band è letteralmente padrona del palco e la parte “rock” prende il sopravvento mentre il basso esprime un suono quasi canoro, con le tastiere/minimoog che paiono lanciare strali sonori verso il cielo. Il tempo ritmico creato dalla batteria è incendiario e l’orchestra intera sembra votata all’inseguimento del suono di PFM. Suono senza tempo e dettato da straordinari musicisti la cui ultraquarantennale esperienza musicale non ha tolto un grammo di passione e veemenza artistica. Nati in un tempo portatore di tecnologie elementari, hanno sopperito allora a quelle mancanze con talento, tenacia, fiducia nei propri mezzi, passione e certezza d’essere formidabili al di là del tempo.

Il concerto pare proprio finito e la valanga di applausi che si riversa sul palco rende visibilmente tutti felici. A cominciare dalla band, dai musicisti dell’Orchestra della Svizzera Italiana con i Cameristi della Scala, dal Maestro Bruno Santori al Presidente della Provincia di Milano, fino a Iaia De Capitani responsabile di D&D Produzioni, che ha “costruito” le fasi artistiche e logistiche del progetto, dall’ideazione fino a questa magica serata. Uno spettacolo davvero unico che, tra l’altro, verrà esportato su altri palcoscenici tra cui quelli del Giappone. Un plauso va anche a Stefano Mariani, giovane tecnico del suono che con il suo staff ha gestito una serata che da un punto di vista tecnico era una prova molto complicata (numero di musicisti coinvolti, ampiezza e struttura particolare del teatro, continui cambi di assoli e di specifiche amplificazioni), ma che alla luce del risultato finale dobbiamo dire che questa “prova” è stata ampiamente superata.

Ma a dispetto delle apparenze il concerto non è terminato perché a chiudere la serata è un mix di composizioni classiche e moderne che si mischiano e si susseguono tra loro. E così iniziano a rincorrersi le note della Sinfonia n° 4, detta Italiana, di Mendelssohn con quelle della classica Celebration di PFM, per lasciar posto alla bellezza fulgida de La Danza di Gioacchino Rossini con le ance a dettare i tempi di una sorta di tarantella gradevole e cantabile, mentre il Guglielmo Tell, sempre nelle corde della band milanese, chiude in piena apoteosi la serata rendendo possibile all’orchestra di esprimere al meglio il proprio potenziale armonico e la sua grazia musicale. Gran finale per gli oltre quaranta musicisti classici che rendono omaggio ad una band prodigiosa e moderna pur nella sua ormai lontana e longeva frequentazione di palchi e studi di incisione.

Un grande concerto che mette insieme stili e mondi diversi, situazioni e prospettive differenti, scuole e maestri opposti ma tutti pervasi dal sacro fuoco dell’arte e della passione.

E nel chiudere questo articolo lasciate che il vostro recensore si faccia prendere un attimo dall’emozione e dal ricordo personale. Ne sono passati di giorni da quando vidi incidentalmente, ragazzino appassionato di musica (per la cronaca parliamo del Teatro Lirico di MIlano nel 1971) questi straordinari musicisti che aprivano un concerto milanese degli Yes (qui in una foto d'epoca). Ne rimasi affascinato e con me migliaia di altri che li hanno visti “on stage” nel corso della loro carriera. Ora, al fianco di un’orchestra possiamo davvero dire che Franz Di Cioccio, Patrick Djivas e Franco Mussida sono diventati dei classici senza essersi, però, cristallizzati e l’esperienza di questa sera lo dimostra.

A luci accese è ora il tempo dei saluti, con la ripresa della versione de Il flauto magico seguita dal pubblico che scandisce il ritmo con gli applausi. Dopo due ore di musica, di grande musica, ci si può anche permettere il lusso di smettere di sognare e ritornare alla vita quotidiana, ai suoi impegni, alle sue gioie, alle sue amarezze. Ma è proprio quando le difficoltà diventano più difficili da affrontare è proprio l’arte che ci viene incontro, ad aprire porte di resistenza, a rigenerarci lo spirito. Musica come medicina, allora? Certo, è storia vecchia ma non addentriamoci oltre. Quel che abbiamo ricevuto questa sera per un po’ può bastare…

 


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