ultime notizie

Dal 5 all'8 Agosto tornano ...

Quattro sere d'estate. Piatti ispirati all’olio d’oliva, alimento cardine della dieta mediterranea che in tutto il mondo cercano di copiarci. Buona musica d’autore, suonata in parte ...

Erika Ragazzi, siciliana, è una giovane violinista che ha scelto di unire uno strumento classico come il violino all’elettronica. Mondi lontani che si fondono nell’universo emozionale della musica 'popolare'

Il violino che unisce la musica, le musiche

Conservatori e pubblico pop-rock: prove di condivisione

L’occasione è l’uscita dell’album 'Invasions' di Erika Ragazzi, violinista siciliana che sta facendo parlare di sé per il suo percorso musicale che unisce tradizione classica con l’elettronica applicata al violino. Torneremo più avanti a parlare di lei, ma adesso vogliamo provare ad ampliare il discorso per dire che sono ormai un po’ di anni che musicisti di estrazione classica si stanno aprendo sempre di più verso un mondo meno “colto” ma certamente più “popolare”. In Italia, ma non solo. Un’operazione che sta portando buoni frutti, crediamo in entrambi i campi. In questa breve riflessione tralasceremo i molti (e sono davvero molti e tutti bravissimi) musicisti che dopo anni di studio su di uno strumento hanno puntato dritto verso la carriera concertistica oppure ancora hanno ottenuto fama e visibilità coltivando la passione per il jazz (tra questi ricordiamo almeno Danilo Rea, Stefano Bollani, Stefano Di Battista, Enrico Pieranunzi, Enrico Rava, Roberto Gatto, Enzo Pietropaoli, Maurizio Giammarco, Daniele Di Gregorio, Paolo Fresu). Molti di questi, hanno poi collaborato (e continuano per fortuna a farlo) con artisti pop e rock, portando il loro “tocco” di classe in brani di successo così come qualcuno ha saputo utilizzare anche la radio o la televisione per diffondere cultura musicale. Su questo Stefano Bollani è certamente un gigante (qui sotto in una bella foto di Monica Momy Manetti), sia in termini sostanziali, quindi tecnico-musicali, ma anche come divulgatore; un Piero Angela della musica.

Così come non faremo cenno di quei meravigliosi strumentisti cultori della musica prog, che specie negli anni ’70 diedero un fortissimo contributo alla musica non “colta”, spostando il baricentro della qualità verso l’alto, lasciando spesso le affrescate stanze dei Conservatori per salire su palchi scalcinati a portare fiumi di energia, per un fenomeno che annoverava tra le sue fila talenti italiani invidiati in tutto il mondo (due soli nomi a rappresentanza di un movimento fulgido e mai sopito del tutto: Patrizio Fariselli degli Area e Giovanni Tommaso del Perigeo).

Qui invece vogliamo solo mettere l’accento su quella che sembra essere una tendenza marcata (si badi bene, non una novità, perché la commistione tra Classica e altri generi c’è sempre stata!) e cioè quella di giovani musicisti che in numero sempre maggiore escono da anni di studio di Conservatorio e che poi cercano, desiderano, vogliono, portare il proprio estro e talento in altri “generi” musicali, suonando - se non altro - in maniera diversa i repertori dalla Classica, oppure creando ex-novo produzioni di nuovi brani. Il tutto senza snobismo, ma solo con quella sana voglia di contaminazione che personalmente auspichiamo possa ampliarsi ancora di più.
Giusto per fare subito dei paragoni “pesanti” e attualmente in circolazione a livello internazionale, possiamo parlare di David Garrett o i Due Cellos, due soli esempi che da soli fanno venire i brividi per il successo di pubblico planetario che hanno ottenuto. Poi, certo, una buona dose di fortuna, di marketing indovinato, eccetera eccetera serve sempre, ma credo che di fatto nessuno possa dire che questi personaggi non sappiano suonare o tenere il palco.
Ma tornando all’Italia, sono molti i nomi di artisti che pur con estrazione classica di primissimo livello, hanno strizzato l’occhio fuori dai recinti canonici. Vengono in mente Giovanni Sollima (qui in una foto di Gian Maria Sumarra), Cecilia Chailly, Andrea Di Cesare, Alberto Pizzo, Cesare Picco, tutta gente che oltre a perfezionarsi sempre di più sul proprio strumento, sta cercando strade nuove per valorizzare la tecnica acquisita in anni (decenni) di studio, di tecnica, ma anche di cuore e passione. Molti di questi artisti (e dei jazzisti citati prima) hanno già avuto occasione di collaborare con nomi stra-popolari e siamo certi che dove possibile lo faranno ancora. E i nomi, così in ordine sparso e citando a memoria, sono quelli di Battiato, Paolo Conte, De Gregori, Gino Paoli (qui in una foto con Danilo Rea), Ligabue, Vasco Rossi, Ivano Fossati, Lucio Dalla, Eugenio Finardi, giusto per rendere l’idea, ma crediamo che la cosa interessante siano anche le collaborazioni con artisti “minori”, che segnano appunto una voglia di seminare e di sperimentare forme di collaborazione musicale dove ognuno porta il proprio talento sul terreno specialmente degli arrangiamenti. Piccoli ma precisi segnali di come gli studi classici possono (e devono) riuscire a contaminarsi senza snaturarsi perché hanno nel loro Dna il gene della qualità e quello… è sempre richiesto e ben accetto ovunque!
Di contro, la crisi dei Conservatori italiani non dobbiamo certamente evidenziarla noi, con leggi che non riescono a trovare la quadra, calo degli iscritti, graduatorie nebulose, tagli alle risorse e mille altri problemi che si sono trascinati negli anni e che, come nodi al pettine, arrivano ora a chiedere il conto. Decine, centinaia, di validissimi musicisti, continuano comunque a completare gli studi. E meno male. Inoltre, non dimentichiamoci che all’estero i nostri docenti e le nostre strutture, la nostra storia, hanno ancora un fascino fortissimo e dovremmo sfruttare meglio e di più questa credibilità che abbiamo costruito in duecento anni di storia e più. Ma il punto nodale del discorso è un altro. Una volta usciti dal Conservatorio gli sbocchi lavorativi si stanno assottigliando, e sono quindi poche le strade in cui mettere in mostra (e a frutto) le proprie doti. Certo, esistono i canali tradizionali, l’insegnamento, i concerti classici, ma come dicevamo prima, per questi giovani musicisti da un po’ di anni c’è un’attenzione maggiore verso strade “altre” della (nella) musica.

E torniamo così a parlare del nostro "involontario" gancio, del progetto di Erika Ragazzi, la violinista siracusana che ci ha dato l’occasione di ascoltare le sue nuove produzioni.
Da ormai un decennio Erika unisce la tradizione classica con la musica contemporanea e si è tolta parecchie soddisfazioni in termini di visibilità. Diplomatasi giovanissima al Conservatorio Vincenzo Bellini di Catania ha cercato fin da subito di creare un ponte tra musiche e culture diverse. Instancabile, ha ormai alle spalle un’intensa attività concertistica come primo violino in molte Orchestre che hanno in repertorio Opere Liriche così come quelle Classiche. Molte anche le sue performance e ospitate come violino solista, dove cerca sempre di portare la sua ricerca di contaminazione tra musica rock, new age, elettronica e altro ancora. In tutto questo Erika ha anche una dote non comune, quella di saper insegnare anche ai più piccoli e agli adolescenti. Sono molti infatti i suoi corsi e i suoi manuali che vengono utilizzati per insegnare violino e questa capacità di essere a suo agio con “piccoli studenti” o con un “orchestra” di cinquanta elementi, fanno di lei una musicista di cui sentiremo ancora parlare.
Nel suo carniere cominciano a crescere premi e riconoscimenti ed è da poco uscito un suo nuovo album dal titolo Invasions, con brani inediti che portano la sua firma. Atmosfere che in gran parte e in qualche modo riportano al titolo dell’album, con un rincorrersi di suoni e di contrappunti che mischiando classica ed elettronica ricreano le “battaglie” interiori che ognuno di noi vive tutti i giorni. Nel disco però troviamo anche altri momenti che invece ricalcano strutture più convenzionali come la romanza o la forma classica dell’adagio, della sonata. Insomma un modo di utilizzare il violino 2.0, con la consapevolezza che la “scuola musicale classica” italiana ha radici profonde e ineguagliabili, ma per farla amare alle nuove generazioni c’è bisogno (anche) di personaggi che sappiano parlare un linguaggio diverso e affascinante al tempo stesso. Erika Ragazzi è sicuramente uno di questi. Auguriamo a lei e a tutti i chitarristi, violoncellisti, contrabbassisti, oboisti, pianisti, e chi più ne ha più ne metta, di avere sempre maggiori occasioni di visibilità. La tecnica è importante ma se non torniamo a far innamorare le giovani generazioni con nuove forme espressive il rischio di vedere chiudere ogni anno qualche Conservatorio è sempre più alto.
Avvicinarsi in maniera intelligente e creativa al pop, al rock, alla canzone d’autore, all’etnico, alla musica elettronica, portando il proprio bagaglio culturale e rigore tecnico classico, è una strada per provare a far rinascere la passione per strumenti che altrimenti rimarrebbero chiusi in un alveo troppo stretto. Il fiume della musica (Classica e non) ha bisogno di nuove vallate dove scorrere.

L’Isola che non c’era, da parte sua, sta cercando di ampliare i propri orizzonti e le occasioni per valorizzare anche questo connubio musicale. Non a caso da un paio d’anni, il Premio L’Artista che non c’era (giunto alla 14ª edizione e storicamente conosciuto per la sua apertura a diversi generi musicali e senza nessun limite di età) ha aperto anche una sezione “strumentale”, sulla spinta di una bella iniziativa chiamata CO2-Musica nelle carceri voluta da Franco Mussida.
Una scelta precisa quella della nostra testata musicale, che ha voluto inserire nel suo Premio un'opportunità concreta verso tutti quegli artisti che compongono musica e che non usano la parola per comunicare ma solo l’emozione che nasce da uno strumento. I risultati sono andati oltre le nostre previsioni, segno di come l’Italia sia piena di talenti che vogliono comporre e far conoscere la propria musica fuori dai soliti canali promozionali. L’invito a tutti i musicisti che amano la musica ma che non riescono o che non vogliono utilizzare la “parola” per emozionare, ma solo la loro creatività musicale, è quello di confrontarsi con altre musiche e
L’Artista che non c’era è sicuramente una bella e costruttiva occasione.

Aggiungiamoci anche che l’aver inserito una sezione specifica dedicata alla musica “strumentale” ha permesso a questo Premio di far entrare direttamente i suoi vincitori nella prestigiosa audioteca del progetto CO2 (qui a fianco Franco Mussida mentre premia Calonego, giovane chitarrista acustico che insieme ai Khora Quartet ha vinto l'ultima edizione del Premio). Il progetto CO2 è coordinato da Franco Mussida e dal CPM di Milano, con il sostegno del Ministero di Grazia e Giustizia e da Siae per portare la musica nelle carceri. Un’idea innovativa che ha preso piede da qualche anno e che contribuisce a portare sollievo nella popolazione carceraria attraverso la musica. (clicca qui per approfondire la sezione Strumentale de L'Artista che non c'era)

---------------------------------------------------------

https://www.facebook.com/ErikaRagazzi01

http://www.stefanobollani.com/

http://www.giovannisollima.it/

https://ceciliachailly.wordpress.com/

https://www.andreadicesare.net/

https://www.cesarepicco.com/

http://www.albertopizzo.com/

www.centroprofessionemusica.it

www.co2musicaincarcere.it

www.lisolachenoncera.it

L'Artista che non c'era 


Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento