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Una sola lunghissima canzone

Esce oggi in versione cd e vinile il nuovo disco di inediti di Roberto Vecchioni

Il primo singolo è Ti insegnerò a volare, ispirata ad Alex Zanardi

“Arrivava il momento in cui il poeta si chiudeva la porta alle spalle, si liberava di tutti quei mantelli, orpelli e altri accessori poetici, e rimaneva in silenzio, in attesa di se stesso, davanti a un foglio di carta ancora non scritto. Perché, a dire il vero, solo questo conta. [...]”
(Wislawa Szymborska)

Ed eccolo qui, Roberto Vecchioni, senza orpelli e senza fronzoli, di profilo in questo scatto di Oliviero Toscani che fa da copertina al suo nuovo album di inediti in uscita oggi 9 Novembre 2018, a distanza di cinque anni da Io non appartengo più. Lo abbiamo ritrovato il 6 novembre al Teatro Gerolamo, un piccolo gioiello d’architettura nel cuore di Milano, una bomboniera sontuosa e allo stesso tempo raccolta e accogliente, il luogo ideale dove presentare L’Infinito, questo il titolo del disco, per come è stato concepito e per quello che rappresenta.

Per arrivare alla pubblicazione di questo lavoro l’artista milanese riparte da una delle sue più grandi paure, quella di cadere nella banalità che ti fa volare poi troppo in alto, a volte dimenticando di avere un pubblico a cui parlare e pagando il dazio dell’incomunicabilità. “Noi cantautori abbiamo il compito di rendere la poesia accessibile a tutti”, confessa il Professore e decide di farlo, ancora una volta in maniera sublime, raccontando la straordinarietà della vita, ponendosi con uno sguardo esterno, da un diverso punto di osservazione (forse questo il senso della foto messa di profilo), mettendo al centro le storie di tanti personaggi. L’Infinito non pone domande, è un disco anzi di risposta, un concept album sulla bellezza della vita, che racchiude “una sola lunghissima canzone divisa in dodici momenti”. Sulla scorta di questo intendimento, Vecchioni compie un’operazione di resistenza culturale attraverso la scelta di distribuzione attraverso supporti unicamente analogici (cd e vinile), in controtendenza al consumo odierno decontestualizzato e rapido dei brani. Scelta che dopo innumerevoli anni di onoratissima carriera il cantautore può permettersi senza rischiare di apparire poco coerente rispetto al passato o schierarsi contro il mercato della discografia. Una scelta di libertà, perché così il disco andrà a quelle persone che lo vogliono davvero ascoltare, in tutta la sua interezza.

In questa galleria di storie unite dal forte senso di attaccamento alla vita occupa sicuramente un posto di rilievo il primo singolo in uscita Ti insegnerò a volare (Alex), non solo perché attraverso il racconto del vissuto di Alex Zanardi rivendica il coraggio di rialzarsi e la sfida al destino, in assoluta contrapposizione all’ineluttabilità del fato di Samarcanda, ma anche perché per veicolare questo messaggio ai ragazzi si avvale della preziosissima collaborazione e della voce di Francesco Guccini, definito l’unico cantore rimasto, termine più arcaico e più alto di cantautore. Una presenza fortemente voluta da Vecchioni che racconta del loro primo incontro al Tenco nel 1974 grazie al patron Amilcare Rambaldi e di come da allora siano sempre stati un riferimento umano e artistico fondamentale l’uno per l’altro. Il tema della lotta al destino era stato affrontato con altrettanta convinzione ed animo battagliero anche nel libro La vita che si ama. Storie di felicità., pubblicato nel 2016, con parole di una bellezza disarmante: “Per battere il destino bisogna essere incoscienti e decisi, cantare La vie en rose mentre ti suona il Fidelio, non fare conti assurdi su quel che è stato ieri o che sarà domani, prendere quello squarcio di vita come fosse l’unico che hai, il solo da viverti per sempre, il tuo tempo verticale”.

Il filo rosso che lega i brani contenuti nel disco passa attraverso il racconto di altre vite, intrise di rabbia e di stelle, come quella di Giulio Regeni, rivissuta nelle parole di sua madre che lo ritrova bambino, poi adolescente e infine uomo e che non riesce a crederlo morto (struggenti i versi  Giulio è di là che dorme, con i suoi sogni da bambino, ma è ancora qui che dorme…”) o quella di Ayse, Cappuccio Rosso, che racconta in prima persona di andare a morire contro l’Isis attraverso un’immaginaria lettera al suo amore dal fronte.

Ma il momento più significativo dell’album risiede nella traccia che gli dà il titolo, L’Infinito, dove Vecchioni si affida alla persona che forse più lontanamente nell’immaginario collettivo è accostabile al concetto di passione per la vita, ovvero Leopardi. E ci dimostra come il poeta, nell’ultimo periodo vissuto a Napoli, sia profondamente diverso nel suo approccio alle relazioni con l’uomo, la natura e la sorte. Quasi a voler chiedere una tregua al dolore, egli si avvicina ad una pace interiore ed una serenità condivisa, e con esse forse la consapevolezza di essere un giovane uomo affamato di vita, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla, nonostante l'indifferenza e perfino la derisione dei suoi contemporanei. Perché in fondo era la vita stessa ad odiare lui e non viceversa. E allora “forse l'infinito non è aldilà, è al di qua della siepe, dentro noi stessi e in tutti i momenti vissuti, che siano gioia o dolore, vittoria o sconfitta: è la vita in sé, e va amata incondizionatamente. “Noi uomini dobbiamo spargere la nostra affettività come la ginestra manda il suo odore”, ci dice Vecchioni ricordandoci come nel suo ultimo scritto Il tramonto della luna per la prima volta il poeta di Recanati cita l’immagine del sole mentre il mirabile Dialogo di Tristano e un amico ci consegna un Leopardi quasi beffardo e divertito, che proiettato nella figura di Tristano, contrappone alla debolezza e alla vigliaccheria del facile ottimismo la propria morale eroica, che accetta la condizione dell’umana infelicità (il deserto della vita) con una filosofia dolorosa ma vera che è contraddistinta dalla tensione combattiva dell’ultimo periodo.

Non poteva naturalmente mancare anche in questo concept album lo spazio per le canzoni d’amore, Ogni canzone d’amore e Ma tu: nella prima il Professore si è divertito ad immaginare che tutti i poeti del mondo abbiano sempre cantato in realtà la sua donna senza saperlo mentre nella seconda, intensa e delicata, canta la diversità tra l’immagine di un’esaltazione giovanile (tempesta e furore) e un sentimento profondo (è la donna che aspetta sulla porta di casa), trasposti nelle figure della sua prima e ultima donna, sottolineando che comunque nel cuore “le cose che entrano non escono più.

L’Infinito si chiude con un’elegia sulla morte della Parola: “Oggi i nostri ragazzi conoscono in media 600 parole. Dieci anni fa erano 5000. La parola italiana sta morendo.” Ma data l’indole ottimista di tutto il lavoro nel suo complesso, il finale è quasi felliniano, messo lì per dare comunque speranza: “Parola, amore mio, chi t’ha ferito a morte?” Non a caso sono nate prima le parole di questo disco, e poi sui testi si sono costruite sapientemente le musiche grazie agli arrangiamenti di Lucio Fabbri e agli strumenti suonati dallo stesso Fabbri, Massimo Germini e Roberto Gualdi, cui si sono aggiunti altri ospiti d’eccezione (tra cui Morgan con cui duetta nel brano Com’è lunga la notte e Riccardo Fioravanti con il suo contrabbasso). Si commuove Roberto Vecchioni quando parla del bassista Marco Mangelli, scomparso qualche mese fa, e lo ricorda come un amico, una persona dolcissima e di enorme professionalità, che ha voluto strenuamente esserci con un suo cameo nel disco, nonostante la fatica e gli impedimenti della malattia.

L’incontro al Teatro Gerolamo si conclude con il nostro piccolo grande uomo, capace di far piangere e ridere una parola, al centro del palco, che ci saluta: “l’attore è solo al suo primo atto”. E noi sappiamo che possiamo credergli davvero, che tante altre meraviglie ci aspettano al di qua della siepe, e che L’Infinito non è altro che un nuovo splendido inizio.



Foto ufficiali di Oliviero Toscani

 


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