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Giù il sipario sulla settimana più lunga dell’anno

Da Madame (19 anni) a Ornella Vanoni (86)

Siamo arrivati stremati alla fine di una serata infinita, l’ultima, per poter vedere sul podio quello che già dai primi minuti di martedì si poteva immaginare. La coppia Fedez/Michielin, belli ma impossibili, legati da un nastro che, dopo aver ospitato Tozzi, è finalmente chiaro sia stato, sera dopo sera, lo smontaggio del guerriero di cartaigienica; Meta, con un pezzo furbo e abbotta baloon, ma cantato bene e il rock, anzi, come titolano alcuni giornali: l'hard rock. Accipicchia, oh. Nel Festival più difficile della storia dopo quello del 1967 in cui Tenco si sparò (e Orietta era presente in entrambi!), la vittoria giunge per mano di un gruppo di ragazzi che del rock ha forse la tuta, gli occhi bistrati e la voglia di s(cata)fasciare le casse, intorno a una canzone.

Abbiamo dimenticato tutto. Compreso a cosa questa parola corrisponda, a chi soprattutto. Ma son tempi difficili e in un momento storico in cui l'amore, la musica, i vaccini, la storia, la geografia, e pure la matematica vengono gestiti nel tritacarne feisbucchiano, in cui devi combattere sulla tua bacheca con la signora del piano di sopra (perdendo quel minimo di ius primae noctis sui pareri musicali) che irrompe con la stessa alacre possanza portando in piazza opinioni, favoriti e giudizi su ogni cosa e zitti e buoni tutti, la fatica è immane. Tutto è il contrario di tutto. Con la e accentata. E allora i Måneskin con la pallina sopra, quella che li fa assomigliare a un mobiletto dell'Ikea, diventano i rockers, la signora di sopra Adorno e zitti e buoni tutti. Soprattutto: contenti voi, contenti tutti. Meno lo è chi scrive. Vince un pezzo che dà energia, che accontenta la vista per chi si fa affascinare dall'inguine di Damiano, che asseconda la voglia di incazzarsi per tutti quelli che da un anno vorrebbero uscir fuori di testa prendendo a testate una batteria, che resterà in testa, cantabile e radiofonico. Fuori tutta una serie di coraggiose se pur accennate svolte musicali che hanno portato un vento diverso. Madame, La rappresentante di lista (qui sotto nella foto), i Coma Cose, gli Extraliscio, Willie Peyote: modi di espressione massacrati da chi non conosce il pregresso di questi artisti, ma li ha bollati nelle maniere peggiori. E questo dispiace perché i giudizi pesano. Ma, niente paura, l'inguine di Damiano mette tutto a posto. E allora via, verso la nuova era del rock. Che voli alta come un fulmine, saremo fermi a guardare, curiosi.

La musica è finita? Ai Måneskin, l'ardua sentenza.

Nulla di più difficile, quest’anno, tenere le redini di un palco vuoto e senza pubblico ma pieno di mille polemiche e con, come scenografia calante, la costante minaccia di un morbo che avrebbe potuto inficiare anche la baracca scarna e di fortuna messa in piedi pur di onorare la formula di rito the show must go on. Fiorello, da anni incomprensibilmente ostracizzato come presentatore, entra di ruolo, salvando capra, cavolo e pure il carretto. Su quel palco aveva cantato, emozionatissimo, nell’era in cui ancora lo accompagnava la coda di cavallo, un brano il cui titolo pare, alla luce di oggi, una profezia autoavverante: E poi finalmente tu. Ma nonostante il compito difficilissimo di deus ex machina, a volte è andato fuori campo, fuori fuoco, tracimando in un mood incontenibile e ridanciano anche in momenti sacri come l’esibizione di Enzo Avitabile.


Amadeus, Amedeo, per la Berti, al seguito, tre passi indietro al suo amico e sodale trascina folle, ma accanto a un valletto di razza, Zlatan Ibrahimovic, prestato ad un gioco di parti efficacemente ironico. Al loro fianco, ogni sera, una signora diversa in abito da sera. Tra tutte, la più brava, spigliata, per niente irrigidita dalle scale è stata Matilda De Angelis, anche se lo stacco di coscia di Elodie ha creato scomposte reazioni quasi quanto quello del vincitore. Giù dalla torre il monologo retrogrado e autoreferenziale della Palombelli che, giunto a tarda sera, ha creato uno squarcio nel sonno di ognuno di noi, lasciandoci chiedere se fosse sogno o realtà: le donne invitate a ribellarsi al maschio bruto e prevaricatore, loro angeli del focolare, brave come nastro adesivo a tener in piedi famiglie e tablet, mentre l’orco cattivo devasta campi e picchia duro. Tutto si sarebbe potuto dir con grazia differente, ma non datur; sempre meno comprensibile Achille Lauro impastato di citazioni, trucco e crinoline come brutte ballerine.
Nulla di nuovo, nulla di trasgressivo, nulla. Il glam rock e le confusioni sessuali (tutto, niente, sono dio, sono io, oh dio), le piume, i rivoli di sangue, la tutina erano appiccicati su voci e canzoni, qui su un pastrocchio inudibile che icona vuol essere ma non è.
Giù dalla torre le urla disumane di Aiello, la scarsa intonazione di molti, ma soprattutto di Random, le posture ingobbite, le vocette, i travestimenti già visti e soprattutto Sangiorgi e la Amoroso a cospetto di Dalla e Fossati, che fa male quasi a scrivere, abbinando i quattro nomi nello stesso periodo (nessuna resa degna di canzoni capolavoro, proprio no).

Salviamo tanto altro: la bravura e il coraggio della Berti, abbigliata in modo a dir poco estroso, gli abiti di Armani sempre meravigliosi, le piume, Loredana Bertè e Ornella Vanoni che hanno insegnato come si fa ancora e ancora, la versione di Mi sono innamorato di te di Tenco portata da Gaia e Lous and The Yakuza, i lavoratori dello spettacolo in prima linea nell’esibizione de Lo stato sociale che hanno bisogno di urlare fortissimo ciò che langue colpevolmente da un anno, le canzoni, soprattutto le canzoni, quest’anno più colorate che mai, a coronamento di una musica leggerissima che ci serve per sopravvivere.  Sul podio, in cima ad ogni cosa, lo sguardo d’amore dei Coma Cose, mai visto su un palco, per la durata di un pezzo che sembrava infinito. Fiamme in quegli occhi e nel testo della loro canzone. Fiamme come messaggio d’amore, quello che ci portiamo in tasca, zitti e buoni, va bene.
Ma innamorati dell’amore. Sempre.


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