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Niccolò Fabi, e la nostra ultima canzone

Il 26 novembre al Palalottomatica di Roma è stato un grande abbraccio

Un uomo con lo sguardo largo, grande, che tenta di abbracciare tutti, in piedi, mani strette.

Negl’occhi quel ragazzo di vent’anni fa dai capelli incasinati, che riempiva i diari di ragazzine stupidamente innamorate. Di là lui, alla fine di un concerto che non è certamente stato uno dei tanti, stanco emozionato grato felice. Di fronte noi, tutti, dal parterre all’ultimo posto dell’ultimo anello, che tentavamo di mettere nel consueto battere di mani tutti questi vent’anni, dalle pagine di quei diari, alla cassetta registrata ad un’amica, e via di corsa verso il primo concerto a cui andare finalmente da soli, le corse al negozio di dischi, le attese, i viaggi, e tutto d’un fiato metterci dentro tutte le volte che in una sua canzone abbiamo ritrovato i fili intrecciati della nostra vita e ne abbiamo sciolto i nodi. Niccolò Fabi ha voluto con sé in questo evento al Palalottomatica di Roma, a pochi passi di distanza, così vicini da poterli toccare ed abbracciare, tutti quelli che gli hanno camminato accanto da 'Il giardiniere' a 'Una somma di piccole cose'. Perché una festa non lo è davvero fino in fondo se non hai con te gli amici migliori. E allora Alberto Bianco, Damir Nefat, Matteo Giai, Filippo Cornaglia,Lorenzo Feliciati, Danilo Pao, Aidan Zammit, Massimo Cusato e Agostino Marangolo, poi Gnu Quartet e Roberto Angelini, Pier Cortese, Andrea Di Cesare, Fabio Rondanini, Daniele Rossi e Gabriele Lazzarotti, Daniele Sinigallia e Fiorella Mannoia (con Fabi in Offeso). Per finire con i compagni sornioni e un po’ scaciati dell’ultimo pezzo di strada, Daniele Silvestri e Max Gazzé.

Forse non c’è davvero incastro di parole pregiate che possa far passare tramite schermo di un pc l’atmosfera e l’aria respirata a pieni polmoni nel live del 26 novembre scorso. Di scaletta, arrangiamenti e interpretazione avrete certamente letto già altrove, parole su parole per dire quanto a volte, in alcune speciali occasioni, quel filo sottile tra un artista e il suo pubblico si manifesti, si mostri in tutta la sua forza; capace di tendersi lungo un equilibrio di vite differenti, e come un elastico avvicinarle così tanto da toccarsi e mischiarsi inevitabilmente. Le canzoni di Fabi, e la sua voce che così tanto negl’anni è cambiata andando alla ricerca, e trovando, il vero fulcro di tutto, sono senza alcun dubbio preziose, per la delicata intensità con cui entrano nelle cose della vita e poi ne riescono a portare in superficie l’ultimo e solo senso possibile; per la tenera indulgenza dell’essere uomini che trasuda dai versi; per la scrittura sempre in evoluzione, in cammino, perché in cammino è l’uomo a firma di quei pensieri. Un momento, uno solo, per fermare in un’istantanea l’intero concerto: l’esecuzione de Il primo della lista, brano scritto ai tempi di 'Ecco' e solo ora pubblicato nella raccolta 'Diventi Inventi (1997-2017'). Perché in quel verso «dimmi poi se i primi mollano, mi spieghi gli ultimi come fanno?» sembra davvero esserci tutto, stretti e raccolti vent’anni di musica e vita, ed è con quel tutto in gola che Fabi lo sputa fuori con il graffio e l’emozione di chi sa e conosce il peso specifico di ogni parola. Perché sì, il cantautore già da qualche anno è salito sull’albero maestro della nave in cui siamo tutti, ce l’hanno portato le sue canzoni, una dopo l’altra, e da lì ci racconta l’orizzonte e i suoi confini invisibili.

L’ultima canzone. Ché se dobbiamo mettere un punto conclusivo e attendere pagine nuove, che almeno quel punto sia musica, siano note e voce. L’ultima canzone a chiusura di un album, ché ha sempre un senso a stare lì; sono nove in questi vent’anni (1997-2017), passiamoci attraverso per un istante, così solo per gioco: se Non ti amo più ('Il giardiniere', 1997) e Sangue del mio sangue ('Niccolò Fabi', 1998), brani conclusivi dei rispettivi due album del cantautore romano, dimostrano quanto il suo parlare d’amore sia sempre stato quello che ben conosciamo oggi (seppur in forma embrionale), quello delicato leggero ma profondo, quotidiano comune ma puntuale; Il mio stato ('Sereno ad Ovest', 2000) e Risveglio ('La cura del tempo', 2003) spingono più in là, su un’ipotetica linea di avvicinamento alla consapevolezza del proprio io interiore, l’uomo e il cantautore; senza voler forzatamente scomodare secoli di letteratura, è infatti facile immaginare queste nove canzoni come il percorso di un romanzo di formazione, come un percorso non solo di certo segnato dal tempo che passa, che più che spostarsi in orizzontale seguendo semplicemente lo scorrere degli anni, si sia mosso verso l’interno, sia sceso nelle profondità, Dentro ('Novo mesto', 2006). Il brano del 2006 è certamente il punto in cui il percorso ha deviato, prendendo più potenza e velocità, con più forza nelle gambe e respiro per la volata finale, con Parole che fanno bene ('Solo un uomo', 2009), Ecco ('Ecco', 2012) e Il padrone della festa ('Il padrone della festa', 2014). Questi tre brani, con cinque anni a dividerli, accomunati dallo sguardo che si stacca dall’io abbracciando il noi, con quella «parola che non affonda/che magari genera un’onda che increspa il piattume» accanto alla «freccia piantata in un ramo esce piano dalla corteccia/e compie il suo tragitto al contrario» e quel «ciò che ti riguarda mi riguarda/come ciò che lo riguarda ti riguarda/ se siamo ammanettati tutti insieme alla stessa bomba», sembrano raccontarci lo stesso identico modo di stare al mondo, la stessa modalità di appoggiare lo sguardo sulle cose, e poi di viverle. E quando un artista fa questo, aggiunge negl’anni dettagli alla sua visione del mondo, senza spiazzarti con forzate novità per il solo gusto di mostrarsi diverso, ma andando a fondo nella sua ricerca portandoti con sé in questo viaggio per lo più ignoto, non si può che restargli accanto; nessun’altra scelta è davvero possibile.

E poi è arrivata Vince chi molla ('Una somma di piccole cose', 2016). Che di questo viaggio durato vent’anni è l’esatto momento in cui riapri la porta di casa, con la stessa chiave di sempre ma che a tenerla tra le dita ti sembra diversa, e senti il profumo di sempre ma nelle narici lo senti diverso, e sulla soglia lasci andare le valigie che ti tremano le braccia dal peso e il rumore che fanno sul legno del pavimento ti sembra diverso, e perfino l’aria che butti fuori col respiro non è più la stessa di sempre.

«Mi allontano dal tuo abbraccio per poterci ritornare/Perché sia sempre una scelta e non un patto da onorare»

Ci tocca pensare sia solo un arrivederci, ad altri incroci, quando avremo tutti trovato un altro modo di starci attorno, di salutarci. Verremo tutti da nuove strade, e nuovo sarà il passo con cui ci cammineremo incontro. Il suo lo sarà certamente, ce lo ha detto; il nostro, anche, forse solo in modo diverso.

 

Per le foto L'Isola ringrazia Valeria Bissacco.
 

 


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