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l'ex frontman dei La Crus in un esclusivo servizio per L'ISOLA

A tu per tu con Mauro Ermanno Giovanardi

foto di Valeria Napolitano

Odore d’incenso, d’infinite storie, di ricordi e di vita vissuta. Queste sono state le prime emozioni ed impressioni, che abbiamo provato appena messo piede nell’accogliente casa-rifugio di Mauro Ermanno Giovanardi. Abbiamo anche avuto l’immenso onore di ascoltare per voi, in assoluta anteprima, delle tracce del suo nuovo album, (di cui non è stata ancora rivelata la data di uscita) ma vi possiamo assicurare che il suo nuovo lavoro da solista, è davvero pieno di sorprese e di canzoni bellissime, che vi faranno compiere un salto nel passato negli intramontabili anni ’60. Con la sua splendida voce abbiamo anche registrato un’interessantissima intervista, che purtroppo non vi potremo far ascoltare, ma che vi riportiamo qui sotto parola per parola.

 

Mauro, dal ’95, anno di uscita del primo disco omonimo dei La Crus, ad oggi, che cosa è cambiato dentro te stesso e nel mondo della musica?

Dal ’95 ad oggi sono passati quindici anni, sono cambiato tantissimo e sarebbe stato un dramma se non fosse successo. Ho acquisito una maturità e una sicurezza da tutti i punti di vista. Per esempio mi piacerebbe, con la consapevolezza e l’esperienza di oggi , che uscisse adesso il primo disco dei La Crus, tale e quale, ma totalmente ricantato! Vi sembrerà strano, ma i primi dischi dei La Crus non mi piacciono, cioè, non mi piace come cantavo, perché si sente troppo il passaggio dall’inglese, lingua che usavo per cantare prima dei La Crus, all’italiano.

Oggi invece ho imparato a gestire lo strumento, il modo, l’espressione, mentre i primi dischi li sento un po’ sopra le righe. Pensandoci adesso, quello con i La Crus, è stato un passaggio delicatissimo, perché arrivando da un tipo di musica rock and roll, anche se in fondo non lo era, cantare in italiano e con le “macchine” per me era veramente strano, c’era tanto di campionato e mi sembrava che mancasse la vita nei La Crus. Però ho fatto tantissima palestra e subito dopo i primi dieci - quindici concerti, a Roma finalmente, al Circolo degli artisti, provai per la prima volta le stesse emozioni che provavo suonando con chitarra basso e batteria. Mi piacerebbe rivedere quei live, ma penso che mi farei davvero “schifo”!

 

 

A livello musicale invece, secondo me, nel ’95, ’96, successe qualcosa d’incredibile, ci fu una convergenza astrale irripetibile. Le band italiane, che scimmiottavano le band inglesi e americane, iniziarono a trovare uno stile proprio. Molti cominciarono a cantare in italiano e tutte le major si accorsero che c’era un movimento musicale interessante e nel giro di sei mesi ogni etichetta aveva una sotto etichetta e metteva sotto contratto i gruppi indipendenti. Ai La Crus è capitato come nei film, fummo invitati al Premio Tenco senza neanche avere un disco fuori, suonammo e mezz’ora dopo avevamo un contratto con la Mescal e poi con la Warner! Oggi è impossibile. E’ stata davvero l’età dell’oro.

Alcuni gruppi poi si sono sciolti, ma noi, i Marlene, i CSI, i 99 Posse, avevamo davvero costruito una scena musicale. Successivamente, nel ’97, anche gli Afterhours lo fecero, ma dopo il ’99 non c’è stato più nessuno che ha davvero lasciato il segno, forse solo i Verdena e un po’ i Baustelle. Nel 2001 io ho avvertito subito che qualcosa stava cambiando. I

La Crus, per esempio, erano una vera calamita per i ragazzi, venivano migliaia di giovani a vederci, ad un certo punto invece è sfiorito anche il pubblico stesso. Dal 2004 al 2005 è stato un crollo verticale. Con “Crocevia” facemmo un tour bellissimo, curato, ma dopo questo album i posti dove suonavamo non erano più pieni come un tempo. Era cambiato tutto, anche a causa dell’euro, che ha fatto raddoppiare il costo dei dischi e dei biglietti per i concerti. E poi internet, che a noi musicisti ci ha rovinato e a causa del quale ci sarà sempre meno musica.

 

 Con i La Crus abbiamo usato anche noi internet, ma poi ci siamo resi conto che era un’arma a doppio taglio, che ha ucciso il mercato discografico. Oggi poi è ancora peggio. Si può puntare sul live, ma ci vogliono i soldi per fare dei bei concerti. Anche noi con i La Crus abbiamo usato una vera orchestra ai tempi, ma oggi costa davvero troppo una cosa del genere. In più oggi le case discografiche, i promoter, non hanno più polso, non hanno il coraggio di osare.

 Magari tutto ciò potrà portare anche al ritorno della vera essenza della musica, ma con una distinzione tra la musica di nicchia e quella televisiva, perché ormai sembra che esisti solo se passi in tv. Anche se c’è un pubblico che vuole le cose più pure, che non sappiano di plastica. Le trasmissioni televisive poi come i talenti show, certo non fanno bene alla musica.


Oggi i La Crus infatti, per emergere, avrebbero partecipato, per esempio, ad un talent show?
Guarda per noi, per i La Crus, questa è stata sempre una vera croce. Noi abbiamo sempre avuto dei budget pazzeschi, però da un lato abbiamo sempre lottato contro questa cosa. Noi, per la Warner, eravamo un gruppo di un certo tipo -anche se insieme a Ligabue per esempio- ma cercavano di venderci ad un target che non era il nostro. Il grosso strappo è che la musica viene spacciata per qualcosa che nutre l’anima, ma venduta come una saponetta per il bagno. Il “tutto e subito” che non porta da nessuna parte. C’erano tanti soldi da spendere per la musica anni fa, oggi invece non è più così.
Ascolta, una mia grande amica, che potrebbe essere una tua qualunque fan, mi ha detto di pregarti di rimettere insieme i La Crus, perché eravate davvero un bel duo, anche se è la tua voce (parole sue) “ad essere sempre stata magnifica, caratteristica, di quelle che senti e che non te le scordi più, talmente riconoscibile da lasciare un segno indelebile nell’ascoltatore”. Tu cosa rispondi a lei e quindi a tutti i tuoi fans?
Che non hanno avuto la gastrite per sette anni (ride). La vicenda dei La Crus mi ha provocato vero malessere, però credo fosse inevitabile. Siamo cambiati troppo e la musica stessa è cambiata tanto. Diciamo che i La Crus si sono volutamente autodistrutti. Consapevoli di andare a sbattere a 200 all'ora contro un muro. Per me la situazione era divenuta troppo pesante e insostenibile. Dopo “Crocevia” ci si poteva già sciogliere.
Nel tour d’Infinite possibilità, non ci siamo neppure rivolti la parola. Una brutta situazione insomma. Erano troppi i compromessi. Si erano create situazioni imbarazzanti, assurde, per cui non vedevo l’ora che si arrivasse allo scioglimento. Poi per fortuna ci siam trovati d'accordo sull'ultimo disco, "Io non credevo che questa sera...", quando la Warner ci chiese di fare un paio di inediti da usare per un Best Of di chiusura contratto, e insieme abbiam detto di no pensando che se ci doveva essere una sorta di testamento della band, doveva essere sicuramente in un altro modo. Avevam raccolto negli anni una decina di concerti con l'orchestra, registrati benissimo, e con questo materiale a disposizione abbiam costruito un viaggio nella nostra storia sicuramente più a fuoco ed interessante di una raccolta di singoli...

 
Mauro oggi invece, che progetti ha per il futuro?
Beh, credo che potrei scrivere un libro sul mio ultimo disco, ma credo che uscirebbe comunque prima dell’album! Pensa che questo disco lo abbiamo iniziato la sera del concerto agli Arcimboldi. Finito il concerto, dopo la cena io, Vernetti, Leziero e Cecilia, siamo andati a Vercelli a registrare “La malinconia”, che è stato il primo pezzo che abbiamo fatto. Son successe cose pazzesche e più venivano fuori problemi più il disco era bello. Sono contentissimo, è un disco che iniziai a fare nel 2003, almeno l’idea. Quello fu un periodo molto particolare. L’immaginario è quello di Mina, di Morricone, delle chitarre western, dei gruppi bit. Ho lavorato con due produttori Vernetti e Leziero, con un arrangiatore di fiati e archi che è Gurian e con Marco Carusino dei Cosi, che ha suonato tutti gli strumenti e nel frattempo ho trovato un contratto con la Sony.. ma questa è un’altra storia.
 


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