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Roberto Vecchioni: umanesimo e passione “infinita” per la vita

"L'Infinito" di Roberto Vecchioni fa tappa a Roma

Il popolo di Vecchioni si riconosce. In Auditorium a Roma il 20 maggio, nel foyer in attesa, si incrociano gli sguardi, facce che hai già visto molte volte, visi dai lineamenti conosciuti, sorrisi già altrove scambiati che ti verrebbe da dire «Ehi quanto tempo! Com’è ti è andata la vita dall’ultimo concerto?». Però poi non lo dici mai.

La solita trafila, quale sala è? Ok, per di qua. Le scale. Galleria, fila 2 posto 28. La mia migliore amica seduta al fianco. Il cellullare che non prende. Che sia benedetto l’Auditorium, e i cellulari che non prendono. Ti invita a lasciar il mondo fuori, e ad essere lì per davvero, non solo ad occupare lo spazio di una sedia ma lì con tutte le terminazioni nervose attente, i pensieri all’erta, e il cuore che già trema un po’ in attesa della prima nota, della prima parola, perché lo sa bene cosa lo aspetta: un tumultuoso e dolcissimo viaggio negli incastri mai compresi della vita, in quegli angoli che a volte ci forziamo di non vedere; viaggio che terminerà, anche questa volta, nell’abbraccio confortevole del non sentirsi soli e diversi ma comunità di esseri simili, uguali nell’animo.

Tappa romana del tour de L’Infinito, l’ultimo album del Professor Roberto Vecchioni uscito lo scorso novembre. Disco che dentro racchiude come fosse un piccolo bignami, i temi e i sentimenti fulcro di tutta la sua discografia, elevati al massimo punto raggiungibile dall’uomo, come se in cima ad una scala si guardasse giù il mondo, quello di tutti e l’altro raccolto nelle sue canzoni (che mannaggia quanto si assomigliano): l’Amore, la Libertà, il Ricordo, la sfida al Destino, la Passione per la vita, l’inarrestabile forza consolatrice della Parola. L’amore maturo della vecchiaia, che non è più disperazione, battaglie e cuore in gola ma lei che ti aspetta sulla porta quando torni la sera; la libertà per la quale continuare a lottare sempre con lo stesso ardore dei vent’anni; il passato che torna con la solita bastarda malinconia ma che non è mai rimpianto; il fato da sfidare dimostrando che si è più forti, e ci si rialza anche se ti spezza le gambe; la vita da amare appassionatamente e costantemente, e da andare a cercare lì proprio dove ce n’è meno, lì dove senti che ti ha abbandonato; tutto questo da raccontare e difendere con l’uso della parola, l’amica cara che non ti lascia indietro mai.

Una pausa di qualche minuto divide il fiume de L’Infinito dal racconto di quarant’anni di musica e La mia ragazza, Stranamore (Pure questo è amore), La stazione di Zima, Ninni, Le mie ragazze, Viola d’Inverno, Le rose blu, El bandolero stanco, Velasquez, Sogna ragazzo sogna, Chiamami ancora amore. E i bis con Sabato stelle, Luci a San Siro e Samarcanda.

Band strepitosa accanto a Vecchioni, compagni da sempre, Massimo Germini alla insostituibile chitarra, Ruggero Pazzaglia alla batteria (in sostituzione in questa data di Roberto Gualdi) e Antonio Petruzzelli al basso; alla sinistra punto fermo Lucio “violino” Fabbri. Perfetta la scelta di spogliare totalmente alcuni brani come Le rose blu, e di arricchire invece con un arrangiamento ultra-rock Velasquez ma non c’era dubbio che la veste sonora, anche di questo tour come dei precedenti, sarebbe stata impeccabile data la maestria dei musicisti. Tra ricordi e aneddoti divertenti ad intervallare i brani, uno sembra andare oltre i confini del semplice racconto, l’amicizia con Francesco Guccini. «Francesco l’ho conosciuto in una delle prime rassegne del Club Tenco, nella hall dell’albergo, stravaccato sul divano mi fa una battuta – ma tu sei quello della canzone sui calciatori e lo stadio? – alludendo a Luci a San Siro, io rispondo a tono – e tu quello del trenino che va a sbattere? Da quel giorno lì non ci siamo lasciati più. Non importa quanto riusciamo a vederci, un’amicizia vera non finisce mai. Quando ho una giornata storta, e sento che niente va per il verso giusto io penso a lui, a come è vissuto e come vive. È il mio esempio».

Il Professore sul palco è ormai il teatrante che conosciamo, il suo è teatro-canzone nella migliore delle rappresentazioni; di quel teatro dove lo vedi e lo senti che non c’è alcun distacco tra vita e arte, tra scena e quotidiano, dove ti fidi ciecamente del racconto nel quale ti fa entrare, non c’è ritrosia, non c’è dubbio, e alla tua completa fiducia Vecchioni ricambia con i suoi gesti lenti come a cucire ogni parola, con i suoi sguardi lontani che arrivano fino all’ultima fila e senti che si appoggiano su di te e sui tuoi malanni, con i sorrisi rugosi di uno che ha visto in faccia dolore, Dio, sogno, amore, e te li rimanda indietro più forti ancora nelle storie dei suoi Alessandro, dei suoi Rimbaud, del Velasquez sul ponte che - dice - «è un po’ Ulisse, un po’ Ghandi e un po’, tanto, il Suonatore Jones di Fabrizio» e del ragazzo con la poesia sulla scrivania, ancora da finire. Perché qui le storie di ciascuno non c’entrano, per tre ore siamo tutti Alessandro, siamo tutti Rimbaud, siamo stati tutti sul ponte della nave con Velasquez. E neanche l’età c’entra, quella poesia a cui manca ancora un verso ce l’abbiamo tutti. 

Foto di Valeria Bissacco

 


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