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Il Nuovo Cantacronache - Voll I-III

Mireille Safa, Beppe Chierici, Malva

I volumi sono distribuiti da Audioglobe in numerosi negozi di dischi e librerie, nonché in diversi portali on line.

Avemmo occasione di parlare di Beppe Chierici in occasione di un suo lavoro (libro + CD) dedicato all’amato Georges Brassens, di cui il nostro barbuto attore/cantautore/menestrello è alfiere indiscusso nel buon vecchio idioma di padre Dante. Non ci dilungheremo quindi raccontandovi la storia di questo misconosciuto protagonista della musica italiana degli anni 70 (per chi volesse farlo consigliamo il gustoso libro-intervista “Un Ulisse da taschino”, Cenacolo di Ares, 2017, ricco di aneddoti sorprendenti, nonché fornito di un prezioso CD con nuove traduzioni da Brassens). Sta di fatto che dal suo buon ritiro umbro il buon Beppe, superata la veneranda età degli ottanta, continua, da indomito e testardo piemontese, a sfornare idee e progetti, e a fare orgogliosa barricata contro il reo tempo che ci avvolge. Nel suo folle volo ha coinvolto dei sodali come il sardo Igor Lampis con il suo “Cenacolo di Ares”, battagliera casa editrice ed etichetta indipendente sarda e Dario Faggella, eccellente illustratore (e non solo).

Che cosa è questo “Nuovo Canzoniere”? Il collegamento, esplicito fin dalla ragione sociale della serie, è con l’esperienza fondativa dei torinesi Cantacronache che, come è ormai noto ai frequentatori delle cose legate alla canzone d’autore, nei tardi Cinquanta cominciarono a pensare a una canzone fuori dai chichès sanremesi, una canzone civile, sociale, insomma politica nel senso più ampio e nobile. Con l’avallo della compianta Margot, da poco scomparsa, che di quell’esperienza è stata una delle voci più memorabili, ecco quindi che Beppe Chierici e i suoi sodali si sono gettati in un progetto folle, totalmente e fieramente anacronostico, riesumando un modo di scrivere, di cantare e di porre la canzone che è addirittura antecedente all’esperienza dei cantautori storici. E’ un canto critico e sarcastico, non di rado invettivo, che prende di petto gli aspetti più ripugnanti di una società nella quale un uomo cresciuto con i valori umani e politici di Beppe Chierici fatica assai a riconoscersi.

La stessa scansione del progetto è da temerari: nel giro di poco più di un anno sono usciti già tre volumi: il primo a nome della franco-libanese Mireille Safa, dama dei pensieri di Chierici, che canta su testi dello stesso Chierici la ferocia del turbocapitalismo, la schiavitù del lavoro minorile,  il richiamo primigenio della natura, la violenza sulle donne, ma anche, su musica proprio di Margot, una didascalica (nel senso amodeiano), “Ode al gatto”. Particolarmente riusciti appaiono i brani nella quale la Safa attinge alle sue origini mediorientali e canta in arabo, nonché quelli musicati dalla stessa Margot.

Il secondo, a nome dello stesso Beppe Chierici, si muove nello stesso solco: con strofe in cui la rima spadroneggia (per Chierici, come per Lauzi, la poesia o è in rima o non è poesia) si canta di immigrazione, si ricorda la figura gigantesca di Antonio Gramsci (“Mio maestro”, lo appella Beppe), si deplora il degrado civile dell’uso/abuso dei telefonini nei luoghi pubblici, si attacca, spada in mano, la Lega e la Destra. Beppe non si vergogna della sua non-voce (come già la definiva ironicamente nei credits di “La cattiva erba”, 1970), una voce carica di vita (di vite, verrebbe da dire, scorrendo la sua incredibile biografia), una voce imprecisa, sì, a volte un po’ stanca, ma chi cerca palestrati vocali, prego si rivolga altrove. Sono canzoni, queste, che vanno lette durante l’ascolto, non perché il testo risulti particolarmente ermetico (Beppe odia di cuore i sofismi di chi complica le cose e gioca a non farsi capire), quanto per evitare di perdersi in questo flusso oblomoviano d’altri tempi: canzoni lunghissime che inanellano strofe su strofe, quasi fossero pannelli di cantastorie (e l’abbinamento sembra suffragato dalle belle illustazioni di Dario Faggella, autentico alter ego figurativo di Beppe), in un linguaggio che, nei modi e nel lessico, attinge volentieri da un vocabolario desueto, tra fine Ottocento e prima metà del Novecento. La stessa musica, all’interno di uno stesso pezzo, procede piana, senza sussulti armonici o di arrangiamento, quasi a confermare il suo ruolo di semplice accompagnamento. Insomma, nella sua ammirabile incoscienza, questo lavoro può essere forse di ascolto un po’ faticoso (per i motivi poco sopra elencati), può piacere o irritare, ma difficilmente lasciare indifferenti.

Il terzo episodio della serie, di fresca uscita, è ancora affidato a una voce femminile, quella della giovane brianzola Malva, ed è probabilmente quello che più direttamente richiama alla mente il primigenio Cantacronache, sia per una voce fanciullesca, esile e sussurrata, molto french-touch, che non può che ricordare Margot (che ha seguito il disco nelle sue diverse fasi), sia per quella finale “Se (ancora) non li conoscete”, riuscito restyling di un classico dell’immenso Fausto Amodei (che ha supervisionato il nuovo testo). Ci sono altri pezzi che colpiscono, in questo terzo volume, a cominciare dal “Lamento del sanpietrino” (per solo voce e traffico, come già un vecchio strumentale di Jimmy Villotti) ed altri ancora che testimoniano una certa freschezza armonica e melodica che lo rendono piacevole anche dopo ripetuti ascolti.

Altre uscite sono previste nei prossimi mesi, purtroppo non quella preventivata della già più volte ricordata Margot. Come dicevamo, la grande vestale di quell’epoca, che ha seguito amorevolmente tutto questo progetto, è venuta purtroppo a mancare lo scorso agosto: la malattia non le ha lasciato il tempo di incidere quello che doveva essere il suo personale contributo al Nuovo Cantacronache, lasciandoci solo con il suo caro ricordo, e quell’effige sul suo sito web: “Che se poi invece dovesse finire / pria del previsto, dovendo morire / si potrà dir che ha lasciato alle spalle / molte creazioni/ e non solo farfalle”.


 

 

 


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