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In morte di João Gilberto

Esistono personaggi che travalicano lo spazio, senza mai andare fuori tempo.

Un doveroso ricordo di João Gilberto, scomparso il 6 luglio scorso.

Essere contemporanei di João Gilberto è come essere contemporanei di Napoleone. Trovarsi a leggere della sua morte su un telefono, nel bel mezzo di una sera d’estate, in un luglio caldissimo, fa impressione. Perché personaggi così imponenti non li scavalchi con un tweet, un retweet, un post, un articolo qualunque e soprattutto non puoi infilarli a cuor leggero in una definizione, quella canonica che gira e rigira, sul web, impazzita: “uno dei padri della bossanova”. No. João Gilberto è/era di più. Ma mille volte di più. Più di tutto quello che alle nuove generazioni va raccontato, spiegato.
Era un alieno, un monumento, un pezzo di storia ambulante che da alcuni anni non usciva di casa, ma che aleggiava su ognuno di noi, più o meno consapevolmente. Era un genio, uno con un orecchio laterale, spostato su frequenze inafferrabili, marziane; era un cantante che non aveva nessuna urgenza di urlare, ma, al contrario, soffiava quella
saudade, perfettamente in sintonia col Brasile, suo paese d’origine e che ci ha portato (anche in Italia) come un dono, con candore disarmante, come se non potesse esserci altro mezzo e modo per comunicare, insegnandocela. Era un ‘maniaco’, un perfezionista, uno sperimentatore ossessivo e aveva  una modalità di suonare la chitarra, la batida, unica; era un testardo, uno senza il quale la musica tutta, oggi, non sarebbe la stessa, come ha dichiarato il suo amatissimo allievo Caetano Veloso, avendo fissato canoni, disegnato immaginari, trovato soluzioni incredibili (esiste una sua versione di Águas de março che non sembra cantata e suonata da un comune mortale), riscritto classici (la versione di Estate, di Bruno Martino, da lui in poi è diventata uno standard del jazz); era un uomo discreto, riservato. Era João. E altri così non ce ne saranno mai più.

https://www.facebook.com/Joao.Gilberto/


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