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Giorni intensi quelli vissuti a Sanremo dal 16 al 19 ottobre, performance live alla Pigna, nella sede del Club Tenco e ovviamente all’Ariston

Premio Tenco 2019: cronaca di una grande rassegna popolare.

Tema centrale di quest’anno il rapporto tra musica e memoria

Chiuso il sipario sull’edizione numero 43 della Rassegna della Canzone d’autore – Premio Tenco 2019, disfatte le valigie, aggirata per un soffio l’allerta meteo sulla Liguria, è tempo di mettere in ordine i suoni, le emozioni, i colori e i sapori di questi tre giorni (più succose anteprime) che hanno visto la città di Sanremo torreggiare sul magma variopinto e prolifico della canzone d’autore, nell’attesa di celebrare poi, in febbraio, i fasti e le frenesie del Festival con l’accento sulla a. (per la foto di apertura abbiamo scelto uno dei momenti più suggestivi di tutta la manifestazione, quando Gianna Nannini chiama sul palco Mauro Paoluzzi, storico autore di America nel 1979, che qui viene riproposta per l'occasione).

Che ormai da qualche anno le due kermesse non si guardino in cagnesco, ma anzi, grazie alla volontà dell’amministrazione comunale di spingere ulteriormente sul concetto di “Sanremo, città della Musica”, cerchino e sperimentino sinergie e trasversalità musicali pur nelle rispettive specificità, è testimoniato dal tema conduttore del Tenco 2019: Dove vola colomba bianca. Un pregevole tentativo di recuperare la memoria storica della canzone italiana, da Nilla Pizzi ai nostri giorni, adoperando gli artisti - ed i generi che rappresentano - come tessere di un mosaico o i colori e i chiaroscuri di un affresco. L’obiettivo ci pare raggiunto se guardiamo la notevole risposta di pubblico (sia per quanto riguarda gli eventi gratuiti, sia per quelli a pagamento all’Ariston) e se anche non può essere mai solo un indizio a dare il quadro completo, sono stati gli artisti e le loro interpretazioni che ci raccontano un susseguirsi di eventi di qualità, dove l’arte è stata rappresentata sotto varie forme. Seppur la musica rimane l’ossatura centrale del Premio Tenco e Via Matteotti con il suo Teatro la location dove avvengono le performance più in vista, va segnalata come dicevamo prima, la voglia di coinvolgere in maniera ancora più ampia e completa la città. Infatti, oltre al già citato Teatro Ariston, già negli anni scorsi una parte importante del programma veniva sviluppato nella parte alta di Sanremo, nel suo centro storico, in quello splendido dedalo di stradine chiamato La Pigna.

Ci arrivi attraversando piazze raccolte intorno a case e abitanti che non mollano alle lusinghe della ‘pianura’, del lungomare che si apre solo cento metri più in basso. Una vita quotidiana complessa, dove sono poche le macchine che riescono ad inerpicarsi, dove piccoli negozi ostinatamente lottano per rimanere aperti e poi ancora archi, palazzi storici che emanano bellezza nonostante l’incuria del tempo, pavimenti in selciato che da secoli ospitano suole e tacchi di ogni provenienza. E mentre sali i gradoni di queste viuzze, di tanto in tanto ti giri indietro e tra le case vedi il mare, un panorama che ti porta lontano con lo sguardo per chilometri, e così non ti accorgi di essere arrivato fino a Santa Brigida. Una chiesetta sconsacrata che appena ci entri ti sembra di ritornare indietro nel tempo, affreschi alle pareti e marmi che fanno però il paio con vecchie infiltrazioni e nuove umidità che si prendono il loro spazio. Ma alla Pigna questo luogo è uno punto nodale e nei giorni del Premio Tenco diventa una delle location usate per incontri live tardo-pomeridiani, a cui segue sempre un aperitivo offerto dall’associazione “Pigna mon amour”, realtà che grazie ad una manciata di volontari (raccolti intorno all’opera instancabile di Chicca Dedali) costruisce occasioni per rilanciarlo questo borgo, creando laboratori, corsi di aggiornamento, iniziative culturali e musicali.

Ma anche la sede del Club Tenco, nella zona dell’ex-stazione in Piazza Battisti sul lungomare, vive tutto l’anno, raggiungendo ovviamente il massimo della visibilità durante questi giorni (qui una foto della sede durante una conferenza stampa). E tra i molti eventi che ciclicamente vengono ospitati nella sede del Club (ricordiamo ad esempio ‘Complice la musica’, una rassegna giunta alla 4ª edizione e che si svolge ad aprile), c’è anche ‘Sa(n)remo senza confini’. Un’iniziativa che da due anni a questa parte, a Febbraio, proprio durante la settimana del Festival, vede L’Isola che non c’era (realtà che da oltre vent’anni si occupa di canzone d’autore e non solo) tenere aperta la sede con alcune iniziative mirate, dando modo alle migliaia di persone che affluiscono nella città ligure per il Festival (persone comuni, è vero, ma anche centinaia di artisti e di addetti ai lavori che in quei giorni gravitano tra Via Matteotti e il Palafiori di Casa Sanremo…) offrendo per tre ore giornaliere incontri, showcase, presentazioni di libri. Non uno spocchioso contraltare alla kermesse (ridicolo solo a pensarlo), ma semplicemente un appuntamento quotidiano che ha come obiettivo quello di dare spazio e voce ad artisti lontani dalla giostra del mainstream, oltre che dare visibilità ad un brand, il “Club Tenco”, che merita di essere conosciuto da un numero ancora maggiore di operatori culturali così come da semplici appassionati.

E così, risulta evidente che durante i giorni del Premio Tenco la sede del Club diventi luogo centrale della rassegna, dove a mezzogiorno si svolgono tutte le conferenze stampa e che dalle 15.00 alle 18.00 confeziona incontri e presentazioni che anno dopo anno sono sempre più seguite e fanno ormai parte integrante di un’offerta culturale e musicale che non si concentra solo nei tre concerti serali all’Ariston. E su questa falsariga, quella di aprirsi alla città, quest’anno vanno segnalati alcuni appuntamenti al Forte di Santa Tecla e al Casinò, così come è doveroso sottolineare che per il secondo anno consecutivo, il mercoledì, giorno che precede l’apertura ufficiale del Premio, viene organizzata una Masterclass dove si riuniscono alcuni Istituti Scolastici. Un appuntamento ampiamente riuscito, coadiuvato da Marika Amoretti e che quest’anno ha visto come argomento Fabrizio De André (nella foto Dori Ghezzi tra Vittorio De Scalzi e Michele Serra, tra gli ospiti della giornata). Quest’anno c’è stato poi un tentativo, riuscito solo in parte, di coinvolgere i commercianti e le rispettive associazioni, esponendo nella vetrina di molti negozi alcune tavole del disegnatore Sergio Staino, così come buona ci è sembrata l’idea di far rinascere l’abitudine degli Aperitivi in Tenco, nata una decina di anni fa, forse meno, che si tenevano in Piazza Bresca, luogo centrale e di forte passaggio della città. Poi qualche errore di comunicazione, qualche fraintendimento tra i vari soggetti coinvolti (a cominciare dalla famiglia Tenco, per non parlare dei spaccacapellinquattro sempre pronti ad evidenziare come AperiTenco sia più diffamante che Aperitivi in Tenco) non hanno consentito di pubblicizzare al meglio l’operazione che aveva solo lo scopo di rendere il Premio Tenco un nome, una realtà sempre più vicina alla gente e alla città. Per l’anno prossimo auspichiamo che si superino le incomprensioni attuali, ed è più che positivo sapere che oltre all’Ariston, alla sede del Club, alla Pigna, al Forte di Santa Tecla, anche in altre piazze si potrà respirare e conoscere quanta buona musica passerà in città nei giorni del Premio Tenco... beh, crediamo che tutto questo sia una buona occasione da sfruttare al meglio.

Ma dopo questa premessa utile ad inquadrare al meglio i luoghi della Rassegna, parliamo adesso del ricco programma che qui ripercorreremo a volo d’uccello (colomba vola) nei momenti che ci sono parsi più emozionanti e salienti. Iniziamo con il dire che “squadra che vince non si cambia”, e anche quest’anno la conduzione principale è affidata alla compartecipazione fra la storia (Antonio Silva) e l’estro (Marco Castoldi, in arte Morgan), mentre le esibizioni canore pomeridiane nell’ex chiesa di Santa Brigida sono state sapientemente condotte da Steven Forti, sempre più a suo agio nel ruolo di collante tra artisti e pubblico.

Iniziamo dal rituale e doveroso omaggio a Luigi Tenco, artista da cui la rassegna prende il nome e che ogni anno fa dire a Silva, con voce stentorea, che si apra pure il sipario perché da questo momento la rassegna ha inizio. La canzone è sempre la stessa, Lontano lontano, un compito che non si è mai rivelato facile, qualsiasi sia l’artista che abbia avuto l’onore di farlo, vuoi per la forte emozione che ti prende prima di iniziare, vuoi per il rispetto e la riconoscenza che ogni persona che vuole fare questo per mestiere deve ad un gigante come Tenco. Per l’edizione 2019 la scelta è caduta su Achille Lauro, personaggio voluto non certo per le sue doti canore (anche se a onor del vero non è mai questa la logica con cui viene scelto il personaggio chiamato ad interpretare la sigla). Un nome che ha fatto discutere non appena è circolata la notizia della sua partecipazione, non tanto per il ruolo, appunto, di apripista della rassegna, ma di una sua presenza considerata fuori luogo tout court. A scanso di equivoci diciamo subito che l’esibizione di Lontano lontano è risultata pessima, con un incipit partito male (complice, crediamo, anche le poche prove con Morgan, accompagnatore di lusso al piano, ma se provi poco i rischi sono alti...), per le molte esitazioni, per un’intonazione labile quando andava su note morbide, dando prova di scarsa capacità nel correggere in corsa un brano, che seppur partito male poteva essere raddrizzato con un po’ di mestiere. Già, il fatto però è che non è quello il mestiere che Lauro sa fare, cantare cioè in maniera tradizionale, abituato com’è ad attraversare invece le praterie di questi anni dove loop e suoni mischiati ad una voce filtrata da autotune lo rendono un beniamino osannato e vincente. In questa occasione ha voluto offrire una versione lontano (ma lontano) dalle sue corde, consapevole del rischio latente, ma lo ha fatto per quel rispetto a cui facevamo riferimento prima.

Forse, e con questa ultima riflessione chiudiamo il capitolo “primi tre minuti” del Tenco 2019, Lauro De Marinis in arte Achille Lauro, avrebbe dovuto portare quel brano nei territori a lui più congeniali, stravolgendolo anche, rischiando di dividere in due pubblico e critica. Qui invece, tolte alcune eccezioni, l’ago della bilancia pesava da una parte sola. E a riprova che questa avrebbe povuto essere una scelta vincente, diciamo che quando è partito il suo set (Rolls Royce, 1969 e C’est la vie) tutto ha funzionato alla perfezione, coinvolgente, spiazzante, come voleva – e doveva - esserlo nelle sue intenzioni e nella testa di chi l’ha voluto su quel palco. Un Achille Lauro chiamato ad incarnare un ruolo, un’opera di avvicinamento tra canzone d’autore classica e una nuova visione (una delle tante possibili) di intendere il cantautorato, che si s-muova da certe mura amiche e consolidate. E una realtà come il Premio Tenco dovrebbe – per un ruolo istituzionale non scritto ma consolidato nel tempo – avvicinarli questi nuovi fermenti, conoscerli meglio. Sfidandoli e difendendosi quando serve, ma anche mettendo in campo aperture e visioni capaci di assorbire e filtrare le nuove tendenze musicali. Un compito scritto nel dna di questo Premio, l’essere capaci cioè di unire il nuovo e la tradizione. Ma nessuno ha la verità in tasca, questo va detto, e l’equilibrio è sempre uno strumento valido quando si vuole crescere senza demolire a priori.

Lasciamo Achille Lauro e parliamo di persone a loro modo davvero speciali e di splendide voci, quelle di AdoRiza, (un gruppo formato da singoli cantautori e cantautrici, che per questo progetto ha messo da parte ogni personalismo per far confluire tutta la creatività in un disco - e un live - unico e condiviso) a cui è stata consegnata la Targa Tenco per il miglior album collettivo a progetto, “Viaggio in Italia”. Un excursus che raccoglie ventiquattro brani della tradizione popolare e folk da ogni latitudine della nostra penisola, interpretati da dieci giovani artisti e prodotti da Piero Fabrizi. (in alto una foto scattata nella sede del Club durante la conferenza stampa del giovedì mattina). Come è già stato detto da più parti - oltre che da queste pagine in un recente articolo - sarebbe stato giusto ascoltare live almeno una di quelle canzoni, ma tant’è e siamo sicuri che questa lacuna (già segnalata l’anno scorso con Voci per la Libertà) verrà superata nella prossima edizione. A seguire, l’attenzione è stata tutta per Enzo Gragnaniello, Targa Tenco per il miglior album in dialetto (“Lo chiamavano vient’ ‘e terra”), che ha stregato la platea con la struggente interpretazione di “Vasame”. Una formazione minimale in trio che ha lasciato il segno. La Targa Tenco per il migliore interprete va ad Alessio Lega, con l’album prodotto da Squilibri Editore “Alla corte dell’Arbat – Le canzoni di Bulat Okudzava”, coraggiosa e riuscita traduzione ed interpretazione dei versi del cantore-poeta russo, musica intensa e non di facile presa, con sonorità orientali cesellate per l’occasione dal violino di Michele Gazich, un artista prezioso, capace di collaborare con artisti della west coast americana così come con formazioni legate alla tradizione italiana, passando con la stessa disinvoltura e carica emotiva, ai ritmi incalzanti di brani klezmer così come riesce a colorare senza orpelli inutili la canzone d’autore più bella e profonda). La musica si fa storia, racconto e cultura, arte della conoscenza e conoscenza dell’arte di paesi e di tempi lontani. Succede al Tenco, ed è anche per questo che si viene qua.  Parliamo adesso di altre due targhe, che sono state consegnate una ad un cantautore atipico e celebratissimo che di nome fa Vincicio Capossela (miglior disco con le sue “Ballate per uomini e bestie”) ed una al giovane Fulminacci, targa per l’opera prima, con l’album “La vita veramente”. Ma soffermiamoci un momento sullo straordinario set di canzoni interpretate da Capossela: ancora grande musica popolare, ballate terragne, arcaiche e contemporanee, medioevo e modernità che convivono, si scontano, sulle parole amare de Il povero cristo, sulla bizzarra intensità de Il testamento del porco e lungo la striscia di bava de La lumaca, elogio e celebrazione della lentezza, contro un mondo che corre a mille all’ora. L’estro, la poesia, gli spigoli, la marginalità: tematiche care al De André della Buona Novella, in una performance superlativa, apprezzatissima, anche per la suggestiva esecuzione dei musicisti. Chapeau.
Fulminacci invece, si presenta esattamente al contrario, un punto minuscolo in un palco enorme, quello dell’Ariston, appena liberato dalle scenografie caposselliane con la sua chitarra acustica e microfono. Non gli serve altro. Giovane, anzi giovanissimo, visto che ormai chiamiamo gli artisti “giovani” anche quando hanno quarant’anni… mentre qui gli anni passati dai primi vagiti sono solo 21. Asciutto, senza fronzoli, verrebbe da dire ‘semplice’ se non ci fosse il rischio di essere fraintesi. Di sicuro è consapevole di giocarsi una buona fetta di credibilità, perché davanti non ha il “solito” pubblico che canta ormai le sue canzoni, qui ha di fronte una platea che a malapena conosce il suo nome, forse una canzone o due. Ma da sempre il Premio Tenco sa riconoscere il valore di una giovane promessa e il lungo applauso tributato alla fine ci porta a credere che Filippo Utinacci, questa prova l’abbia davvero superata. Le sue canzoni hanno forma, sostanza e metodo, sciorinando un pop d’autore raffinato e piacevole, nessuna rivoluzione sia chiaro, ma una riuscita elaborazione della migliore scuola romana in primis. Pronti a scommettere di vederlo ancora su questo palco nel giro di poco tempo.

Chiude la prima serata l’ultima Targa che manca all’appello. E a ritirarla, per la miglior canzone, sono Daniele Silvestri, Rancore e Manuel Agnelli con ArgentoVivo. Scaricano energia e decibel sul palco ed in sala, in particolare Rancore regala un’interpretazione di Sangue di drago che provoca sobbalzi,  repentine ascese e sprofondi, tosta e frenetica, arrabbiata e  meditata com’è. Si scende dalla giostra che è tardi, e si chiude. Fuori, Sanremo non dorme ancora e neanche il pubblico che esce dall’Ariston. Anzi, non dorme mai, visto che per qualcuno basta fare duecento metri e parte il dopo-Tenco (che ormai da qualche anno si tiene al Palafiori).

Nella seconda serata si parte con gli omaggi a Pino Donaggio, Premio Tenco 2019, con i contributi artistici di Levante, Petra Magoni, la giovanissima pianista Frida Bollani Magoni, Nina Zilli, Gnu Quartet (qui nella foto) e Morgan, il quale fa un po’ di tutto, presenta, incita, suona il piano e canta. Alla fine anche Donaggio, sovrano incontrastato di mille colonne sonore, si lascia tentare da Morgan, e accenna qualche strofa, mentre tutto il pubblico si alza in piedi ad applaudire. Arriva poi il momento del Premio Tenco ai “suoni delle canzoni”, assegnato al pianista, tastierista e compositore Gaetano Curreri, il quale tuttavia precisa che il premio va a tutti gli Stadio, e non solo a lui. Un gesto che non deve sembrare scontato, ma quando parliamo di un gruppo coeso che ha saputo creare un ‘suono’ pensi agli Stadio e quindi Curreri fa la cosa per lui più naturale, sottolinea che vivere insieme su di un palco per quarant’anni con gli stessi musicisti è un privilegio per pochi e vuole condividere questo bel riconoscimento. Ma dalle parole alla musica è questione di un attimo, attaccati i jack accendono la loro magica scatola dei sogni e partono le note di Chiedi chi erano i Beatles (splendida canzone dove il testo è di Roberto Roversi), Swatch (scritta con Francesco Guccini), L’amore di cui hai bisogno, Un giorno mi dirai (brano che li ha visti vincitori al Festival del 2016). Gli Stadio (inteso come somma di singoli musicisti, tutti) sono solide certezze artistiche, c’è poco da discutere. Fai prima a dire i nomi dei cantautori che non sono entrati nei loro dischi, o che non hanno almeno un brano con la loro musica. Non scrivono quasi mai i testi, è vero, ma questa comunque è casa loro, come ricorda Curreri quando dice che sentono di aver contribuito a creare un ponte tra canzone d’autore e rock. E come dargli torto. La scena adesso cambia ancora, al centro del palco viene posizionato un pianoforte e Antonio Silva chiama in scena Sergio Cammariere. Decima partecipazione alla rassegna Tenco per questo pianista e compositore raffinato, che seguita sulle vele del sogno lasciando in scia Le porte del sogno, Tutto quello che un uomo, Libero dall’aria e Sconosciuto. Un rapporto intenso quello tra Sergio e il Premio Tenco, e ogni volta che ci torna l’affetto del pubblico non è di solo plauso per la performance del momento ma è un rafforzare quel legame nato con una standing ovation, nel 1997, quando da sconosciuto si presentò sul palco dell’Ariston e fu amore a prima vista, al primo ascolto.

Una seconda serata densa e intensissima, niente intervallo, arriva Ron e la sua Non abbiam bisogno di parole. Apre un set che aspettavamo da molti anni, visto che il cantautore pavese in tutta la sua carriera non è mai stato invitato al Premio Tenco (per la cronaca, l’anno prossimo sono esattamente cinquant’anni dal suo esordio, proprio qui a Sanremo, quando al Festival cantò Pa’ diglielo a ma’ con l’altrettanto giovanissima Nada). L’occasione arriva oggi, in un periodo particolarissimo per Ron e  se non avevi pensato al grande “Lucio” quando c’era Curreri sul palco, non puoi non farlo adesso, sulle note di Futura e poi di Almeno pensami (brano presentato due anni fa in gara a Sanremo, con testo inedito del cantautore bolognese). E anche nel brano che Ron sceglie per chiudere il suo intervento troviamo il respiro di Lucio Dalla. Parliamo infatti di Una città per cantare, pietra miliare della produzione di Rosalino Cellamare, cover di The Road portata al successo da Jackson Browne (ma scritta da Danny O’ Keefe) e che proprio Dalla tradusse alla fine degli anni Settanta. Ma Ron non vuole cantarla da solo e decide di ri-chiamare sul palco Cammariere che, preso possesso del pianoforte, aspetta l’incipit famosissimo della sei corde acustica, regalando insieme una versione inedita e commovente.

Sul filo struggente dei ricordi non si chiude lo scrigno magico. Si prosegue l’applauso perché l’ospite successivo che vien annunciato è di quelli che hanno fatto la Storia della musica. Non quella italiana, ma mondiale. A dire il vero ad entrare per primi in scena sono Le Custodie Cautelari, band rock di spessore che s’incarica di macinare la musica adatta a quel mostro sacro di Eric Burdon, altro Premio Tenco 2019, rocker di grande scuola e notevole stagionatura, una lunga carriera che si dipana dagli inizi degli anni Sessanta, dagli Animals, ai War, che chiude da par suo una grandissima serata. È passata da poco la mezzanotte e fuori, Sanremo va rannuvolandosi, ma c’è ancora voglia di condivisione e visto che la distanza con il Palafiori si percorre in cinque minuti, la notte continua, per chi vorrà, al dopo-Tenco. Noi siamo tra questi.

Arriviamo così al sabato, ultimo step di questa edizione, e la serata si apre - opportunamente - sulle note di Cappuccio Rosso, brano di Roberto Vecchioni sulla vita e sulla morte in battaglia contro gli uomini dello stato islamico, della combattente curda Ayse Deniz, mentre Silva legge un comunicato di denuncia contro l’ennesimo massacro del popolo curdo. Poi, Peppe Voltarelli e Alessandro D’Alessandro (coppia artistica di assoluto spessore, che quest’anno hanno creato un fil rouge tutte e tre le sere) intonano Che faccio qui, tributo al cantautore Gianni Siviero, omaggiato più volte durante i tre giorni e a cui la rivista “Il cantautore” (periodico annuale che viene preparato ad hoc per la rassegna e si trova solo in questi giorni all’Ariston o nella sede del Club) dedica anche un disco doppio con la partecipazione di grandi artisti. La serata prevede la consegna del Premio Tenco per l’operatore culturale, che quest’anno è andato a Franco Fabbri (do you remember Stormy Six?, e poi canzone popolare, canzone politica, musica dodecafonica ma anche una carriera da docente oltre che autore di libri; come dire, più operatore culturale di così…) che interpreta il brano Pontelandolfo, portando l’atmosfera a quegli anni Settanta che tanto hanno inciso e deciso la storia non solo musicale dell’Italia e del mondo intero. A questo punto la scaletta prevede un cambio di passo verso sonorità e parole più “leggere” (termine che usiamo con ironia, visto che stiamo presentando uno dei più importanti cantautori italiani), che prontamente arrivano sulle note del piano di Mimmo Locasciulli. Compassato sul palco, più istintivo e a briglie sciolte al dopo-Tenco, l’artista abruzzese mette sul piatto mestiere e misura, un signore d’altri tempi, capace di regalare al pubblico – ancora una volta - una performance perfetta, a cui va aggiunta una nota di merito per i musicisti che lo hanno accompagnato in questo live. Ma neanche il tempo di far riposare le mani, ecco che riparte l’applauso all’unisono a cui si aggiunge una risata ampia e sincera che s’impossessa della platea quando arriva l’incursione di Roberto Brivio, ex-Gufo, il “cantamacabro” col suo disarmante cabaret musicale in puro dialetto milanese, oggi diremmo demenziale, ma negli anni Sessanta era arte rivoluzionaria, irriverente e sfacciata. Tanto di cappello a Brivio per la sua capacità, ad ottant’anni suonati, di tenere il palco con tanta energia e sapendo rendere contemporanee certe battute nate per altri soggetti. Ma si sa, certe situazioni non cambiano mai, forse cambiano i nomi, ma i ruoli e le mancanze sono sempre le stesse.

E anche il racconto della terza e ultima serata sta finire, ma rimane da segnalare ancora qualcosa. E non di poco conto. Tra le apparizioni canore di Morgan, le canzoni-parodia di un Davide Riondino sempre acutissimo, sferzante e divertente, si resta sorpresi dall’esibizione di Simona Colonna, violoncellista classica che suona il suo strumento come fosse una chitarra hard-rock, e a piedi nudi, per sentire, dice lei, l’energia della terra. La senta o no, l’energia della sua musica popolare, cantata in dialetto piemontese, pervade il teatro mentre lei evoca e scaccia streghe e malefici tra gorgheggi e stridii.  Ma è del gran finale che vogliamo e dobbiamo ancora parlare. Di quando Gianna Nannini si prende il palco e lo solleva insieme al pubblico. America, Donne in amore, Profumo, e il resto non lo ricordiamo, perchè ballando e cantando era difficile prendere appunti.

Il momento clou arriva quando Gianna scorge tra le prime file Mauro Paoluzzi, co-autore delle sue America, Primadonna, Wagon-Lits, Latin lover e lo chiama sul palco ad imbracciare la chitarra. E insieme fanno proprio America, brano simbolo di una carriera iniziata in quel magico 1979. Un giusto riconoscimento allo storico compositore, arrangiatore, produttore e strumentista di tanta buona musica d’autore, fra gli anni Settanta e gli inizi del nuovo secolo, ma fortemente attivo anche oggi. Infatti, l’aver chiamato Paoluzzi sul palco non è “solo” una carrambata, è anche l’occasione per Gianna di ricordare che il singolo in rotazione in questi giorni, La differenza, è scritto proprio con Paoluzzi (e Pacifico per quel che riguarda il testo), un ritorno di fiamma artistico-sonoro che troveremo anche in altri brani del suo nuovo album, omonimo, in uscita a metà novembre. Un sound che riporta alle atmosfere care all’artista senese, dove la sua voce dà il meglio di sé su ballate rock degne del miglior cantautorato nostrano (non è un caso se poi Paoluzzi ha lavorato con Roberto Vecchioni in almeno diciotto album…). A chiudere un bis, del bis già concesso da Gianna, una Fotoromanza cantata a voce piena che riempie di commozione un teatro stipato all’inverosimile e che giustamente tributa quell’artista che su quel palco ci salì, poco più che adolescente, nel 1976. Un ricordo nitido che la Nannini rievoca con non poca commozione come un passaggio basilare per il suo futuro che da lì a pochi anni esplose in Italia e in Europa con il brano America e l’album “California”. Giusto il tempo di far scemare cinque minuti di applausi ed ecco che Morgan salta di nuovo fuori, si arrampica al piano e consegna al pubblico una versione ortodossa (roca ma intonata) di Lontano lontano.

Da Sanremo, dove stasera ha iniziato a piovere davvero è tutto. O quasi, perché visto che non l’abbiamo fatto prima, vale la pena ricordare che il dopo-Tenco dell’ultima sera, così come le altre due, ha sancito ancora una volta che le jam session nate in queste situazioni a volte valgono quanto una performance all’Ariston. E prima di mettere davvero il punto finale a questa lunga cronaca costellata di esibizioni live, è doveroso ricordare anche quelle pomeridiane nella città vecchia, alla Pigna, sempre seguite da un pubblico attento e competente: Alessio Lega (le canzoni di Franco Fortini), Giangilberto Monti (la canzone francese), Ernesto Bassignano (Il Folkstudio, qui nella foto tra Alessandro D'Alessandro e Peppe Voltarelli) e Claudia Crabuzza (le canzoni di Violeta Parra). Insomma, la canzone d’autore, anche quella di nicchia, è più che presente al Tenco e, malgrado (o per fortuna, dipende da quale prospettiva si guarda la resa) qualche concessione al mainstream, il bicchiere è quasi pieno, l’atmosfera è quella di sempre, si sta bene, ci si diverte e ci si commuove. Non ci pare poco, visto che Italia non esiste nessun altro evento che può racchiudere in così pochi giorni tanta diversità artistica e culturale.

Premio Tenco 2019, emozioni antiche e nuove prospettive musicali che si uniscono, si rafforzano, che si – e ci - preparano ad affrontare questi anni A muso duro, come diceva qualcuno che, speriamo, prima o poi venga omaggiato come merita in questa prestigiosa rassegna.

di Leonardo Pascucci e Francesco Paracchini


In fondo alla pagina una foto che rappresenta il gruppo di collaboratori de L'Isola che non c'era che quest'anno ha partecipato alla rassegna. Vogliamo chiudere con questo quadro d'insieme perchè per chi, come noi, ha messo al centro del proprio lavoro la valorizzazione della musica, della canzone, degli artisti italiani, il Premio Tenco rappresenta ogni anno un momento di condivisione importante.
Nell'ordine, da sinistra, Alberto Bazzurro, Francesca Bignami, Daniele Sidonio, Ivan Rufo, Alberto Marchetti, Alberto Buzzerio, Leo Pascucci, Alessia Pistolini, Francesco Paracchini, Laura Rizzo e Giulia Zichella (autrice del selfie...)

 

Per le foto di ringrazia (di cuore) Raffaella Vismara, Angela Perri, Giuseppe Verrini, Alberto Marchetti e Renzo Chiesa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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