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Già autore di successo, Meta, vincitore del Premio della critica a Sanremo, è venuto alla ribalta con il secondo album da solista e il suo pop d’autore, scrigno di intimismo profondo, emozioni a nudo ed eleganza.

Vietato morire di Ermal Meta

La nostra recensione dell'album lanciato a Sanremo 2017, dove il cantautore si è piazzato al terzo posto; il disco è attualmente primo nella classifica FIMI

Ermal Meta, cantautore piazzatosi al terzo posto a Sanremo 2017 (qui nella foto nel momento della proclamazione), vincitore del Premio della critica “Mia Martini” e primo nella classifica FIMI dei dischi più venduti dal 17 al 23 febbraio in Italia, ha pubblicato in concomitanza con il Festival il suo secondo album come solista,'Vietato Morire', prodotto dalla gloriosa etichetta Mescal, il sesto della sua carriera musicale (dopo un disco come chitarrista degli Ameba4 e tre come voce, piano e chitarra de La Fame di Camilla). Già autore molto richiesto e di successo per nomi come Patty Pravo, Francesco Renga, Francesco Sarcina, Emma, Marco Mengoni, Annalisa e molti altri, finalmente sta conquistando le luci della ribalta cantando il suo pop d’autore, scrigno di intimismo profondo, emozioni a nudo ed eleganza. Ecco la nostra recensione dell’album, che al prezzo di un solo cd include anche il disco di debutto da solista del 2016 Umano, lanciato a Sanremo Giovani dal singolo Odio le favole.

Ermal Meta nel suo secondo album da solista ha calato gli assi: ascoltando il lavoro infatti la sensazione è che contenga alcuni dei brani migliori della sua carriera.
Nelle canzoni dell’artista, nato a Fier, in Albania, quasi 36 anni fa, vibra infatti una sensibilità e profondità che travalica anche le parole, scorre al di sotto dei pezzi, per affiorare in frasi rivelatrici, piccole epifanie di significato, o per informare di sé interi brani. Tali qualità donano spessore emozionale alle aperture melodiche, che in questo nuovo album sono uno spalancare le braccia contro il cielo, un abbraccio e una carezza per vulnerabilità senza voce (v. la splendida Piccola anima, in duetto con Elisa), balsamo per ferite antiche e nuove a cui reagire, o esaltazione diretta, semplice, quasi un po’ disarmante di sintonie e complicità.

C’è una fitta rete di corrispondenze di versi, argomenti e suoni tra i nuovi brani di Vietato morire (Mescal/Artist First) e il precedente album Umano, ristampato e incluso gratis nel cofanetto del nuovo lavoro: si tratta di due facce della stessa medaglia, di canzoni complementari, che mostrano varie sfaccettature della musica di Meta, ma non ne esauriscono probabilmente nemmeno le possibilità espressive, come può immaginare chi ha apprezzato la rilettura di Amara terra mia che si è aggiudicata la palma della vittoria nella serata sanremese delle cover, o ha potuto ascoltare in qualche esibizione live cover di Leonard Cohen, Michael Jackson o dei Radiohead.
Il nuovo disco raccoglie pertanto come in una forma “aperta” tanti dei colori musicali di Meta, come quelli che che campeggiano nel ritratto di copertina, ad opera dell’amico fraterno Dino Rubini, già bassista della Fame di Camilla.

Ragazza paradiso presenta un attacco che rammenta il piano rock dei Keane, declinato ovviamente in forme molto personali; New York sfoggia una veste sonora acustica, che appare pacata, sobria, elegante, tra folk e cantautorato, con gli archi suonati da Feyzi e Karem Brera, scritti da Ermal con lo stesso Feyzi: si tratta di una strada sonora che l’ex frontman della Fame di Camilla potrebbe continuare ad esplorare, dato che sa confezionare brani che mostrano spesso una cura e un’attenzione appunto cantautorale e suoni di questo tipo sembrano una delle espressioni ideali di una vena artistica che sa essere intimista e delicata.

Appassionata e morbida, Voodoo Love presenta un ritmo suadente e fascinoso, scandito dal cajon, con voce sdoppiata nei cori di fondo, mentre il ritmo di Rien ne va plus appare invece pulsante e deciso, con la linea di chitarra portante nelle strofe dal retrogusto dolceamaro e piccoli synth translucidi che poi si accendono nel ritornello quasi alt-dance. Sintetizzatori discreti punteggiano a baluginii Bob Marley, mentre sono accesi, coinvolgenti e ballabili con il riconoscibile tocco di Luca “Vicio” Vicini dei Subsonica ne La vita migliore. La già citata Piccola anima ha invece una partenza essenziale voce e piano e poi cresce in una ballata nitida e asciutta, ma al contempo anche avvolgente ed emozionante, complici pure in questo caso i magnifici ricami di archi di Feyzi Brera (qui inuna foto d'archivio). La notevole Voce del verbo, brano di chiusura del disco, sembra cantata in presa diretta con la voce che quasi si rompe per l’emozione: la canzone parte anch’essa minimale, voce, piano e theremin, sfoderando una bellezza accorata e lancinante, per poi prolungarsi in una coda cinematica di netta potenza evocativa, in un arrangiamento per così dire “ascensionale”.

Per quanto riguarda i testi, la canzone portata all’Ariston, Vietato morire è un inno fermo e brillante, ostinato e corale alla disobbedienza non violenta nei confronti delle ingiustizie e della violenza di qualunque tipo ed incita a non lasciarsi andare, a non permettere che vinca chi vuole strapparci i sogni, a non soccombere e lottare. La canzone invita a prendere in mano la propria vita e portarla dove lo si desidera, nonostante i venti contrari e le invisibili ferite interiori sotto i lividi di un tempo, mettendo a frutto una lezione d’amore insegnata e imparata pure a fatica a partire da un libro d’odio, perché “Figlio mio, ricorda l’uomo che tu diventerai non sarà mai più grande dell’amore che dai”: gli anaffettivi, gli aggressivi o passivo-aggressivi, gli egoisti, i violenti e quanti altri popolano i gironi infernali-terrestri di chi non sa che fare male agli altri, sono uomini e donne minuscoli, a prescindere dalle apparenze rispettabili e dalla posizione sociale che occupano, sembra insegnarci questo pezzo (“di mostri come te n’è pieno il mondo e non è facile scoprirli e sai perché, hanno mani bianche e voce docile”, cantava d’altronde Meta in Lettera a mio padre).

Ancora nei versi di questi nove pezzi ci sono incontri fugaci con anime “innamorate e sole” che il dolore ha zittito, l’amore-incantesimo ipnotico che “non usa gli occhi”, distanze che ti lasciano a sognare quale sarà quella giusta tra le milioni di finestre di una metropoli “dalle luci sempre accese”, dichiarazioni d’amore non convenzionali e spazi sicuri tra le braccia che accolgono come un rifugio e un inevitabile completamento. Si racconta ancora la forza necessaria per abbassare gli scudi con cui ci si difende e protegge quotidianamente, o si rincuorano i fratelli musicisti, perché chi sogna (sui palchi, in questo caso, ma anche sotto, potremmo aggiungere) “non si perde mai”.

Nei brani composti da Meta c’è inoltre tanto che l’artista non ha bisogno di esplicitare a parole, perché è già dentro le corde di una voce che gioca su più tonalità e stili e aggiunge colore e sfumature ai pezzi, racchiudendo a seconda dei casi calore, sensualità, ironia, intensità che straccia e brucia ogni barriera. La sua voce si fa così ora ruvida e graffiante, ora piena e carnale, ora quasi parlata (stratificata a più livelli come nella title-track sanremese); soprattutto in questo nuovo album, appare dispiegata in acuti viscerali dalla potenza emozionale che si squaderna facilmente anche puntando su un solo verso, ma sa anche comunicare emozioni delicate con discrezione o riemerge da pieghe dolorose del cuore con forza, senza pathos o retorica.

Questo album segna un traguardo importante nella carriera di Ermal Meta, che sta raccogliendo finalmente i meritati elogi e riscontri di pubblico e critica, ma sarà ovviamente anche e soprattutto un’altra linea di partenza per nuove mete: racchiuso nel “vento di montagna” del suo nome albanese, che soffia gonfio di malinconia, desiderio e speranza, c’è il destino di arrivare in alto.

(le foto di Ermal Meta sono prese dalla sua pagina Facebook,
mentre quelle del Festival di Sanremo sono a cura di Luciana Farese)

 


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