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Eugenio Finardi Live @ Blue Note

“Senza trucchi, senza inganni”

Il report de L'Isola

Non è mai semplice riportare su carta (o web) le impressioni di un concerto, di un'esibizione artistica. Chi è sul palco esprime se stesso, la propria arte, la propria urgenza interpretativa. Chi è in platea, ad ascoltare, esprime un suo feedback emotivo che si incunea nell'animo e “lavora” in presa diretta sulle emozioni ed il sentimento. Chi deve scrivere, invece, si trova sempre in una sorta di terra di mezzo, indifeso rispetto alle emozioni che ha percepito ma impossibilitato ad esprimerle compiutamente al fine di restituire all'artista ed al pubblico, gli echi di ciò a cui ha assistito.

 

Con Eugenio Finardi, l'operazione è di quelle difficili da portare a compimento nella maniera più adeguata perché i concerti dell'artista milanese sono, da sempre, una grande miniera di emozioni e sentimenti nei quale l'artista si mette a nudo, racconta se stesso (e dell'altrui immaginario e vissuto) nella maniera più diretta e poetica possibile. L'occasione di raccontare di un suo concerto ci è stata data dal Blue Note di Milano che ha ospitato il 22 ed il 23 ottobre, nell'ambito del suo fitto programma musicale del mese di ottobre, due suoi concerti.

L'entrata di Finardi e dei musicisti che lo accompagnano è annunciata dal suono liquido del piano elettrico di Paolo Gambino e dai piatti della batteria di Federico Ariano. Voglio, uno dei marchi di fabbrica del suono di Finardi, apre le porte della serata. La voce è morbida, occhi chiusi verso l'alto per raccogliere la dovuta concentrazione. Il contrabbasso (suonato da Stefano Profeta) e la batteria sono posizionati su sonorità jazz, la chitarra elettrica di Max Carletti duetta a distanza con il piano. Il climax complessivo è subito di buona fattura ed il saluto del pubblico è caloroso e sentito. Le parole della canzone si dissolvono nel finale morbido ed è già tempo di ascoltare la splendida melodia de Le ragazze di Osaka, anticipata dalla chitarra acustica imbracciata da Finardi che si accompagna all'arpeggio della Gibson elettrica di Carletti, asciutto e diretto, le cui note si intrecciano, morbide e suadenti, con il suono dell'hammond. La voce è ispirata e delicata mentre le parole illustrano una sorta di percorso cinematografico di grande suggestione. Una canzone, questa, che non ha perso smalto nonostante le abbondanti primavere alle spalle.

Dolce Italia è introdotta dal racconto della sua ideazione in quel di Boston, il 25 aprile del 1985. L'apertura è di classica fattura rock, con la sezione ritmica che tiene alto il ritmo e l'hammond che cuce melodie insieme alle note che la chitarra elettrica irradia con decisione, quasi una sorta di mood che ricorda il grande Jeff Beck dei tempi del blues. Il suono complessivo è pulito, preciso, schietto e rende bene l'immagine di una capacità di scrittura non datata.

Patrizia ha un'apertura quasi tex-mex, morbida, languida, piena di delicatezza, ricca di un tocco chitarristico lezioso che ipnotizza. Il suono del piano è tenue e duetta a distanza con la chitarra elettrica che vorrebbe lanciare rasoiate di note ma che riesce a “tenersi a bada” per non uscire dalla complessiva morbidezza della canzone. Parole che arrivano diritte al cuore perché proprio questa è una delle caratteristiche del corpus lirico di Finardi. Una modalità di scrittura innata nella cultura musicale anglo-sassone a cui l'artista milanese, per origine famigliare (la mamma era di origini statunitensi), è fortemente legato e radicato.

Arriva il momento di un ricordo dell'età giovanile, quei lontani ventun anni in cui arrivò il primo contratto discografico con la Numero Uno di Mogol e Battisti ed il successivo trasferimento alla CRAMPS di Gianni Sassi, grazie ai determinante e saggi suggerimenti del suo “fratello maggiore” Demetrio Stratos, conosciuto proprio grazie all'esperienza presso la Numero Uno. Da quel ricordo, poi, discende la memoria del primo tour di Fabrizio De André nei Palasport (1975) per il quale l'artista genovese chiamò Finardi ad aprire i suoi spettacoli. Scavando nella memoria di quel periodo arriva anche “la rivelazione” che Cristiano De André, complice il maestrale sardo ed abbondanti bevute di vino, gli fece ascoltare una sua versione di Verranno a chiederti del nostro amore, scritta da suo padre e, subito, il pianoforte e la chitarra aprono le note di questa canzone di Faber, con le parole che sgocciolano emozioni dissolvendo nell'aria atmosfere piene di malinconia per un viaggio nell'amore perduto e nel rimpianto dove parole come “sono riusciti a cambiarci” bucano l'anima e fanno soffrire... La canzone si dipana come una splendida cavalcata sulle note e la band, all'unisono, sostiene un'interpretazione piena di pathos teatrale che riceve il meritato tributo di applausi.

Il suono del pianoforte apre la strada a Katia, una canzone di straordinaria semplicità ma, al contempo, diretta a tutta la metà del cielo che non potrà non riconoscersi nella storia raccontata perché, non nascondiamocelo, tutti abbiamo incontrato “un tipo che si chiamava Sansone di cognome che era più bello e più bravo di noi... La voce è un ricamo, la sezione ritmica intreccia note e le immagini dell'adolescenza scorrono veloci sullo schermo della memoria. La musica appare come un madrigale ed il pianoforte ha modalità Weather Report che arricchiscono l'atmosfera di una canzone che arriva all'inconscio come un pugno d'emozioni ed il paragone ideale con Questo piccolo grande amore dovrebbe essere attentamente considerato come elemento di dualità coincidente e poi “chissà Katia, adesso cosa fà...?).

Il blues è stato uno degli amori musicali degli esordi dell'artista milanese (che nel 2005 ha voluto fissare sull'album “Anima Blues”) e complice il suono Fender di una chitarra elettrica e di amplificatore abbinato, parte una bella versione di Holyland sostenuta da una voce calda e rotonda, aspra quanto basta ad arrotondare gli spigoli dei suoni, unito alla musicalità di un hammond suonato per sprizzare suoni/immagini come fosse un caleidoscopio. La sezione ritmica è solida, precisa e morbida al contempo e la chitarra elettrica di Carletti si inserisce a dettare trame sonore che duettano con l'elettrica suonata da Finardi. Ed a ruota arriva la “colorata” Estrellita, anch'essa proveniente dalle sessions di “Anima blues”. La Fender di Finardi e la Gibson, calda e pastosa, di Carletti sono uno il complemento dell'altra e le sonorità tex-mex ci accompagnano in un immaginario luogo dal quale potremmo vedere scaturire la figura del compianto Willy De Ville. Mentre la Fender finardiana si misura su suoni reiterati ed “ipnotici” la Gibson di Carletti “lancia” le sue note verso la platea ed il pubblico. L'atmosfera è notturna e piena di sensualità accentuata dal suono dell'hammond, scuro e notturno, metafisico e surreale.

L'introduzione a Diesel è in puro stile “controcultura” in quanto ci riporta al mito di Jack Kerouack che scrisse On the road sul rotolo di carta di un telex mentre Finardi la sua On the road, cioè Diesel la scrisse sul rotolo di uno scontrino di cassa recuperato, di notte, in una piazzola di sosta e ristoro dell'autostrada tra Reggio Emilia e Parma. Per noi che non abbiamo “urgenze compositive” l'aneddoto potrà fare sorridere ma ci piace immaginare questo gruppo di musicisti di ritorno da un concerto e l'esigenza del band leader di mettere per iscritto un'idea arrivata all'improvviso, senza avere carta disponibile per scriverla. E siamo lieti di sapere che una gentile cassiera provvide al bisogno perché Dieselsuona ancora bene e la versione jazzata proposta è davvero incisiva. La chitarra elettrica è soft, la voce si fissa nella memoria e crea immagini, la sezione ritmica procede come uno stantuffo, il piano e deciso e preciso nelle sue sonorità.

 

La momentanea uscita dal palco di Finardi lascia ai musicisti la possibilità di esprimersi in piena libertà rendendo manifeste le rispettive capacità strumentali. Le sonorità che si affacciano sul palco portano il pubblico presente in sala ad un tempo lontano di oltre trent'anni eppure così potentemente vicino grazie alla freschezza di suoni tutt'ora pieni di fascino ed attuali.

Il ritorno dell'artista milanese sul palco fa rientrare i musicisti nell'alveo assegnato dalla canzone e non più seduto ma in piedi, occhi chiusi e con un canto quasi ieratico, Finardi conduce la canzone a destinazione liberando un grande applauso da parte del pubblico. Extraterrestre, altro brano simbolo di questo artista, arriva a bussare allo “spirito del tempo” che ha animato molti dei presenti al concerto.

La chitarra elettrica di Carletti è graffiante, il basso ha un taglio jazz, le tastiere guidano la melodia con grande perizia e la batteria, secca ed incisiva, cuce ritmiche sobrie sulle parole della canzone che appaiono come un viaggio a ritroso in un tempo di straordinaria intensità che, ancora oggi, è per molti un indimenticabile attimo che ha dato un senso alla propria vita. Il finale ci presenta un assolo di chitarra elettrica sobrio e senza fronzoli, che ben si associa alle modalità di interpretazione vocale di Finardi. Parliamo di Non è nel cuore, che parte con piano e voce traducendo in emozioni ogni parola, creando una versione davvero commovente e partecipata. La chitarra elettrica ed il suono dell'hammond sono complementari e mai invadenti rispetto al canto ed il pubblico sostiene sottovoce alcuni passaggi della canzone a riprova dell'usuale capacità di Finardi di saper cogliere temi generazionali che non si stingono con il tempo perché rappresentano archetipi di una condizione umana condivisa da/con tutti. E subito dopo avere ricordato che quella appena proposta era “la prima canzone d'amore che ho scritto, sul mio terzo album”, arriva il momento della vertigine vocale, ovvero Un uomo, con tutte le sue ascensioni tonali che lasciano sempre a bocca aperta chi ascolta questo brano, in particolare dal vivo. Una grande canzone la cui esecuzione non è davvero da tutti e solo chi ha una sorta di orecchio assoluto e vocalità innata (cementata da quarant'anni di esperienza) può permettersi il lusso di rischiare esibendosi con questa canzone. E questo rischio è, ancora una volta, vinto.

 

Il sudore è copioso sulla fronte di Finardi ma lui non si scompone e continua nel “racconto” della serata ricordando la sua ultima esperienza discografica “Il cantante al microfono”, un lavoro di grande qualità artistica fortemente voluto dal progetto Sentieri selvaggi al quale Finardi ha prestato con grande piacere ed oculata abilità tecnica, la propria voce ed esperienza vincendo, tra l'altro, la Targa Tenco 2008. Un lavoro, questo, che “narra” alcune canzoni di Vladimir Vytovsky, autore dissidente russo che morì nel 1980, in quasi totale oblio e che rappresentò, per tanti anni, una spina, culturale, artistica, e politica, nel fianco dell'establishment gerontocratico dell'URSS. La ginnastica, di Vytovsky, viene introdotta dal suono mosso e lezioso del pianoforte mentre Finardi si pone in una dimensione quasi cabarettistica, narrando la canzone oltre che con la voce anche con la gestualità ed il senso del brano è raccolto nella frase, “il sousplace ci rende tutti identici” che, tradotto nel tempo dell'URSS, significava che la stagnazione, oltre che economica era anche morale ed esistenziale. Il grido di Vytovsky era profetico ma, purtroppo, ben pochi ebbero la ventura, o il coraggio, di ascoltarlo e diffonderlo. 

Il pianoforte e la Gibson elettrica aprono Uno di noi, la canzone di Joan Osborne che colpì Finardi al punto di donargli un altro testo che rende bene il concetto espresso circa l'umanità/umanizzazione di Dio. La sezione ritmica è “tosta” ed efficace, l'hammond è scuro ed il suo assolo è funzionale alle parole del testo, la chitarra elettrica si dimostra precisa, calda e di sostegno al climax complessivo del brano che ha nella voce, lanciata come fosse un grido, un interrogativo, la sua forza di maggiore potenza. Vil coyote è il momento di “distensione”, una canzone presuntamente semplice e leggera ma, invece, “bisognosa” di un ascolto approfondito in quanto nel suo testo italiano sono nascoste storie e dubbi di molti. L'intro è chitarristico, con tinteggiature blues, il piano ha saltelli jazz e la sezione ritmica è impeccabilmente al servizio della melodia swingante che il canto distribuisce nell'aria. Una melodia, delicata, morbida, scanzonata, leggera al servizio della descrizione di un personaggio che necessita di maggiore fortuna (Vil coyote/noi stessi...).

Si avvicina il finale ed ecco il momento di una canzone “scritta per scherzo” insieme a Lucio Fabbri, La radio, che da sempre ha un appeal invidiabile. Finardi apre le danze con il suono della sua chitarra acustica mentre tutti gli altri strumenti lo seguono con una sequenza ritmica country folk che si innesta nella dinamica da barrell house del piano che lancia gli assolo/presentazione dei musicisti della band che si è dimostrata, come in precedenti occasioni, realmente impeccabile (e con un musicista come Finardi non è proprio possibile sgarrare...).

 

Musica ribelle è l'epilogo atteso; questo inno generazionale che ha raccontato (e racconta) in modo mirabile uno squarcio nella vita di un qualunque adolescente nel percorso della sua crescita. L'elettrica di Carletti ha un approccio blues al brano, mentre la sezione ritmica pulsa come un metronomo, Finardi canta/racconta della vita, quella vera e normale di ciascuno di noi e dopo tutti questi anni in cui è successo di tutto e di più questa canzone riesce ancora a dire qualcosa a chi l'ascolta e, credo, anche a chi la canta. La canzone scivola veloce, come un treno in corsa, ed il pubblico manifesta il proprio assenso allo spettacolo tributando una sentita e sincera standing ovation a Finardi ed alla sua impeccabile band.

Il concerto sembra terminato ma la band non fa in tempo a lasciare il palco che è immediatamente richiamato dal clamore del pubblico che intende ascoltare almeno un altro brano prima del commiato definitivo. E sarà Amore diverso a chiudere la serata. Una canzone straordinaria, piena di dolcezza e poesia, con il suono delle tastiere e del piano ad esprimere note che si legano in maniera perfetta al climax provocato dalle parole della canzone. Il canto di Finardi pare giungere da un altro luogo, da una dimensione nota solo agli artisti ed a tutti coloro che non hanno abbandonato il desiderio d'essere veri sognatori. Più che cantare Finardi pare galleggiare sulle note e quando inizia a vocalizzare le note di The Lion sleep tonight comprendiamo che il concerto è davvero terminato perché il transfert dell'artista verso altre dimensioni si nuovamente realizzato ed ora le luci possono anche spegnersi ed il sipario calare su una serata di grande musica e, perché no, cultura...

 

[reportage fotografico a cura di Valeria Bissacco]


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