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Abbiamo incontrato il Prof. Claudio Sottocornola per farci raccontare di un suggestivo binomio.

Sport e canzone, nell’anno dei mondiali.

citazioni, metafore e approfondimenti

Il connubio fra musica leggera e sport in Italia vanta una lunga tradizione, che ha coinvolto la canzone pop, rock e d’autore – Ce lo racconta il filosofo del pop Claudio Sottocornola, in un viaggio da La partita di pallone a Siamo una squadra fortissimi

Echeggiano ancora nell’aria le note di We are one (ola ola), intonate dal tris d’assi Jennifer Lopez, Pitbull e Claudia Leitte per la cerimonia di inaugurazione dei Mondiali di calcio 2014 all’Arena Corinthias di San Paolo, mentre la Rai sceglie La palla è rotonda, dal nuovo album di Mina (scritta da Claudio Sanfilippo e Maurizio Catalani), Selfie, come leitmotiv per la grande festa del calcio, e la sempreverde Un amore così grande, rivisitata dai Negramaro, diventa inno ufficiale della Nazionale azzurra. E per chi ancora non si accontenta Maracanà di Emis Killa si pone come alternativa musicale targata Sky a commento dei Mondiali. Basterebbero questi pochi dati a sottolineare l’inevitabile connubio che esiste fra due elementi della cultura popolare come il calcio – e più in generale lo sport – da un lato, e la canzone pop, rock e d’autore dall’altro.

Tralasciando in questo contesto commenti sui deludenti risultati della nostra Nazionale, abbiamo invece voluto interpellare Claudio Sottocornola, ordinario di Filosofia e Storia al Liceo Mascheroni e docente di Storia della canzone e dello spettacolo presso la Terza Università di Bergamo, giornalista ma soprattutto appassionato e studioso della cultura popular nelle sue varie forme, che ha scandagliato anche attraverso l’originale metodo della lezione-concerto sul territorio e numerose pubblicazioni multimediali, fra cui il recente cofanetto ‘Working Class’, con cinque dvd live. A lui abbiamo chiesto di fare il punto sul curioso incontro fra musica leggera e sport.

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Dunque professore, da dove iniziare questo excursus sul rapporto fra sport e canzone?
Da una considerazione di fondo. Ambedue – mondo dello sport e mondo della canzone popolare – sono spesso oggetto di giudizi sommari, dovuti ad una visione della cultura, di tradizione umanistica, che vede in essa solo contenuti già istituzionalizzati, museali, e magari relativi ad una ristretta élite che sappia discernere e produrre il “meglio”. La tradizione anglosassone invece tende ad una interpretazione più sociologica del fatto culturale, che includerebbe tutte le diverse modalità dell’operare umano, dal lavoro al tempo libero, dalla tavola all’abbigliamento, dalla preghiera al riposo… E quindi sport e canzone popolare hanno qui più facilmente diritto di cittadinanza. Senza contare poi che la grande cultura, in realtà, è sempre stata popular, come testimoniano  due grandi italiani del Novecento, Pier Paolo Pasolini con tutta la sua poetica del sottoproletariato urbano e della cultura popolare (amava tantissimo Claudio Villa, quando tutti lo contestavano) e Umberto Saba, che – guarda caso – scrisse “Cinque poesie per il gioco del calcio”, ai quali mi sentirei di aggiungere Fabrizio De André per ovvie ragioni.

E quindi quali atmosfere musicali predilige per parlare di sport?
Le “canzoni dell’estate” degli anni ’60. Il maestro indiscusso del genere è Edoardo Vianello, che inanellò una serie di successi clamorosi all’insegna delle prime vacanze di massa al mare, reinterpretate in un’ottica ginnica e sportiva, ma anche un po’ demenziale. Qualche titolo? “Pinne, fucile ed occhiali”, “Abbronzatissima”, “Prendiamo in affitto una barca”, “Guarda come dondolo” (ma non dimentichiamo l’eccezione sciistica di “Sul cucuzzolo”, affidata alla Pavone), brani che disegnavano in modo stilizzato e lirico l’Italia del boom e le sue speranze, ma anche i mutamenti antropologici in atto, come una certa emancipazione femminile, che si rifletteva anche nel look, o giovanile, che si esprimeva invece nei balli alla moda. Ma c’erano anche Nico Fidenco (“Con te sulla spiaggia”), Los Marcellos Ferial (“Sei diventata nera”), Fred Bongusto (“Una rotonda sul mare”). La magia di un pezzo come “Sapore di sale” di Gino Paoli, (“ti tuffi nell’acqua/ e mi lasci a guardarti/ e rimango da solo/ nella sabbia e nel sole…”) testimonia poi una maturità letteraria che compendia donna e paesaggio nel medesimo click. Quell’incanto non si ripeterà: le canzoni dell’estate anni ’80, come “Tropicana” del Gruppo Italiano o “Un’estate al mare”, scritta da Franco Battiato e Giusto Pio per Giuni Russo, avranno altre inquietudini,  accidie, ironie, rispetto alle perle musicali del decennio che faceva sognare gli italiani (e non solo).

Ha parlato di balli alla moda…
La Carlucci tiene moltissimo a sottolineare che il ballo è una disciplina sportiva. Gli anni ’60, forse per il loro dinamismo intrinseco – economico e sociale – generarono una voglia di movimento che  sganciò la coppia, prima allacciata, ma liberò il corpo che riacquistò tutto il suo potenziale espressivo: surf, hully-gully, twist, shake… inondarono spiagge e juke-box, veicolando anche la rivoluzione giovanile. Si andava da “Saint Tropez twist” a “Datemi un martello”, dal “Geghegè” a “L’esercito del surf”, da “I ragazzi dello shake” al tardivo “Ballo di Simone”… La disco dance post Travolta, che caratterizzerà gli anni ’80 anche in Italia, al confronto è molto più convenzionale e integrata.

E per quanto riguarda il calcio?
Qui abbiamo solo l’imbarazzo della scelta, fra citazioni, metafore e approfondimenti.
Nessuno può ignorare “La partita di pallone” con cui Rita Pavone si affacciò alla ribalta nazionale nel ’62, vestendo i panni della fidanzatina mortificata dalla preferenza accordata alla partita dal suo “lui”, testimoniando un monopolio maschile nel tifo per il calcio, oggi abbondantemente tramontato.  Ma forse non tutti ricordano “Che Centrattacco”, che il Quartetto Cetra portò al successo nel ’59, elegiaca considerazione sul rapporto fra sogno e realtà, rappresentata da un ragazzino che si sogna campione, certo in tempi in cui il calcio era ancora altra cosa. Ancor più struggente, per fare un salto generazionale, è “La leva calcistica della classe ‘68”, di Francesco De Gregori, inserita nell’album “Titanic” dell’82, che rappresenta fra elegia ed epica, la trepidazione di un ragazzino che si appresta ad una selezione per essere immesso in una squadra, che si concluderà positivamente: “Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore,/ non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,/ un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”. Tutt’altra atmosfera è quella di “Siamo una squadra fortissimi” di Checco Zalone, dove il calcio, con le sue storture e parodie, è ormai quello di oggi, o nel sequel  pensato per i mondiali, “Tapinho”, che sbeffeggia razzismo e omofobia. Una dura critica alla strumentalizzazione delle masse, che il gioco del calcio nella sua veste spettacolare e mediatica tenderebbe a provocare, è invece il contenuto di  “Santa Maria del Pallone” dei Modena City Ramblers, diversamente evocato dalla francese “Santa Maradona” dei Mano Negra. Ma, fra le tante,  ricordiamo anche “Gaetano e Giacinto” degli Stadio (2011), dedicata a Scirea e Facchetti, “L’allenatore”, di Zampaglione-Morandi (2004), lirica rilettura del mondo dei mister, e “La dura legge del goal” degli 883 (1997), meditazione sul rapporto fra attacco e difesa non solo nel calcio.

C’è un autore che ritiene più significativo nel trattare il tema del calcio?
Più radicalmente motivato direi, ed è Antonello Venditti. Tutti sanno del suo smodato tifo per la Roma e dell’inno da lui composto in occasione del secondo scudetto giallorosso nel 1983, “Grazie Roma”, vera poesia popolare che si differenzia da tutti gli altri inni per la sua ispirazione esistenziale e lirica: “Grazie Roma,/ che ci fai piangere e abbracciarci ancora… Grazie Roma, che ci fai vivere e sentire ancora/ una persona nuova…”. Ma le citazioni calcistiche di Venditti non si contano, ed hanno il pregio di essere tutte radicate in una memoria storica e personale viva e vera: in “Ci vorrebbe un amico” è metafora esistenziale (“Vivere con te è stata una partita/ il gioco è stato duro comunque sia finita”), in “Giulio Cesare” struggente ricordo giovanile (“era l’anno dei mondiali, quelli del ’66,/ la regina d’Inghilterra era Pelé”) che si confronta con la nuova generazione che avanza (“era l’anno dei mondiali, quelli dell’86,/ Paoli Rossi era un ragazzo come noi”), e infine in “La coscienza di Zeman” del 1999  diventa  atto d’amore del tifoso per il popolare allenatore della Roma, Zdenek Zeman.

Quali altri sport ricorrono più frequentemente nella canzone italiana?
Beh, bici, auto e moto la fanno da padrone. Comincerei col raffinato Paolo Conte di “Bartali”(“Oh, quanta strada nei miei sandali,/ quanta ne avrà fatta Bartali,/ quel naso triste come una salita,/ quegli occhi allegri da italiano in gita…”) cui risponde con “Coppi” un Gino Paoli in stato di grazia. E questo ci rimanda alla splendida “Bellezze in bicicletta” di Marchesi-D’Anzi, lanciata da Silvana Pampanini nell’omonimo film del 1951, che regala una fresca sensazione di libertà all’insegna della pedalata sportiva in plein air e ricorda l’atmosfera di “Sulla carrozzella”, portata al successo nel ’39 da Odoardo Spadaro. Di diverso segno “Sotto questo sole” di Francesco Baccini e i Ladri di Biciclette del 1990, che racconta di un pedalare bello ma estenuante, condizione però della riuscita (nella fattispecie di un cantante in tour per la promozione del suo disco), che a sua volta rimanda a “Ci vuole un fisico bestiale” di Luca Carboni (è il 1992), ballata sulla fatica di stare al passo con le esigenze quasi atletiche che il vivere moderno comporta.

Quanto ad auto e moto?
Lucio Dalla realizza nel 1975, a seguito di una prolungata collaborazione col poeta Roberto Roversi,  il concept album “Automobili”, in cui è centrale l’omaggio alla mitica figura di Tazio Nuvolari, grande pioniere dell’automobilismo, e alle macchine in genere, con brani epici e struggenti come “Mille miglia”, “Il motore del 2000” e “L’ingorgo”. Ma non dimentichiamo la “Torpedo blu” dal sapore retrò che Leo Chiosso scrisse con Giorgio Gaber nel 1968, seguendo la moda del quadretto americano anni ’30, o ancora “La Topolino Amaranto” di un sublime Paolo Conte, che fa il punto su un Dopoguerra in cui “sei case su dieci sono andate giù; meglio che tu apri la capotte e con i tuoi occhioni guardi su…”. E che dire di “Andavo a cento all’ora” o di “Go-kart twist” di un Morandi ancora adolescente e proprio perciò immagine credibile di un’Italia che vedeva il suo Pil aumentare in modo esponenziale regalando speranza  a piene mani?  Ma cambiamo scenario: siamo nell’Italia degli yuppy rampanti di fine anni ’80, e un Jovanotti ancora quasi inedito lancia “La mia moto”, inno all’effimero, alla superficie e alla velocità (forse Derrida si sarebbe compiaciuto di tanto minimalismo…), e al diritto di essere giovani, vitali, consumatori e spensierati (valori che presto rinnegherà, eleggendo peraltro la bici come mezzo preferito dei propri viaggi in Medio Oriente). Come lui, ma con un che di nostalgico verso la ingenua spensieratezza anni ’60 che la melodia intende recuperare, si muovono i Lunapop di Cesare Cremonini nel 1999 con “50 Special”, elogio dell’ “andare in giro per i colli bolognesi/ se hai una Vespa special che ti toglie i problemi…”, nel loro primo ed unico album, “Squérez?”.

Verso quali canzoni “sportive” vanno le sue preferenze?
Verso le due opposte categorie delle canzoni nazionalpopolari o kitsch da un lato, e verso quelle in cui lo sport è metafora o allusione per parlare anche d’altro. Fra queste ritengo particolarmente bella “Una vita da mediano” di Luciano Ligabue, un vero inno al quotidiano, alla capacità di prendersi cura e di “servire” senza cercare affermazioni effimere (atteggiamento che oggi può insegnare qualcosa a tutti noi), “Strada facendo” di Claudio Baglioni, apologo di un maratoneta della vita che coincide con l’autore e il suo cercare, “Nel blu dipinto di blu” che individua nel volo una condizione di libertà che, alla fine, sembra essere tutta interiore. Ma non posso dimenticare “Un’estate italiana” di Edoardo Bennato e Gianna Nannini che, composta da Giorgio Moroder in occasione dei mondiali di calcio del 1990, venne riscritta in italiano e portata al successo nazionale dai due rocker nostrani, esempio di come nazionalpopolare  e bello possano anche stare insieme. E infine aggiungerei, per rimescolare un po’ le carte, la tanto vituperata ma ormai classica “Fin che la barca va” di Arrigoni-Pilat-Panzeri, in cui una ispirata Orietta Berti propone una filosofia di vita all’insegna del “sapersi accontentare” che rovescia i consueti canoni agonistici, ma in tempi di crisi, di evocata decrescita e, perché no, di doping sportivo, forse ha davvero qualcosa da insegnarci. (Anche se la mia preferita resta in assoluto “Vado al massimo”, di Vasco Rossi…)


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