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Sanremo 2017, tra spessore, vette emozionali e banalità

Sul podio Fiorella Mannoia e Ermal Meta, dietro a Francesco Gabbani che vince la 67esima edizione

Ermal Meta si aggiudica anche il Premio della Critica e il Primo posto nella serata delle cover.

Un Festival svallettato, ma noiosetto, tenuto in piedi solo dal gran numero di artisti in gara, ben ventidue in partenza, con ospiti per lo più a buon mercato. Un festival con Carlo Conti in sordina al fianco di una Maria De Filippi informale e imprevedibile (da ultimo è andata a prendere un mazzo di fiori per Ermal Meta che era l’unico sul palco durante l’assegnazione dei premi speciali a non avere ancora il suo trofeo, tradizionalmente consegnato in sala stampa); la Maria nazionale ha condotto Sanremo nel suo stile, piaccia o meno, ma è stata la prima a risparmiarci la scalinata e la sua presenza, tra autoironia e abiti sobri in bianco o nero, potrebbe costituire un precedente per un’edizione futura diversa, che archivi definitivamente per lo show di punta dell’Ariston la carnevalesca pomposità di gala e di rito. C’è chi afferma però che Nostra/Vostra signora di Amici abbia distrutto la musica italiana con il suo talent-show, anche se la mancanza di altri e differenti spazi per la musica di qualità non può essere certo addebitata a quel programma, che almeno comunque ricorda che si dovrebbe anche studiare per diventare cantanti (che poi i risultati dello studio a volte non siano visibili e apprezzabili è un altro discorso. Sigh).

Musicalmente di quest’edizione resterà probabilmente poco: imperante è risultato il disimpegno, tra l’avvilente banalità di troppi brani d’amore e rime molto scontate, prese in saldo all’80% come gli ospiti. Tuttavia, con una buona pace dei talebani dell’underground che predicano l’obbligo della non-conoscenza (come se tra l’altro si dovesse cambiare idea su un artista solo perché, udite udite, calca quel palco, o come se esalazioni mefitiche e potenti onde ipnotiche azzerassero lo spirito critico di ogni telespettatore, trasformandolo d’emblée in un fan di Alessio Bernabei), qualcosa di buono o di ottimo da ascoltare c’è sempre e per questo anche quest’anno ci siamo sottoposti al mortifero supplizio, occasione anche per avere termini di paragone in negativo che bastano abbondantemente per tutta l’annata discografica e per farsi due risate nei salotti dei social network.

Partiamo dai giovani, da diversi anni globalmente più interessanti della maggior parte dei campioni o presunti tali. Il migliore del gruppo è sembrato Maldestro, che canta su tonalità quasi brunoriane, basse e viscerali, Canzone per Federica, un bellissimo pezzo dolente e di spessore, ma anche coinvolgente dal primo ascolto, dedicato a una donna che è stata “mangiata dalla vita”, come ha dichiarato. Si porta a casa il Premio della critica “Mia Martini” per la sezione dei giovani; peccato per le interpretazioni non impeccabili, che gli hanno strappato la vittoria vera e propria della categoria, che è toccata invece a un altro campano, l’ex di The Voice e Amici Lele, autore di una performance convincente che ovviamente (dato che in tv il cantante ci è nato) buca lo schermo. La sua Ora mai è un pezzo radiofonico, ma anche leggero leggero; però i diciannove anni di Raffaele Esposito ci portano ad una parziale forma di indulgenza. Sospendiamo il giudizio anche su Leonardo Lamacchia, che pensiamo possa fare di meglio, mentre ci rammarichiamo per l’esclusione dalla finale di Braschi, che sta facendo un percorso molto interessante e ha portato all’Ariston un ottimo brano sui migranti, privo di qualunque alone retorico, sospeso tra folk e synth, cantautorato e new-wave; la sua Nel mare ci sono i coccodrilli ha anche attirato, manco a dirlo, gli strali di Salvini. Ma lasciamo stare la politica e ricordiamo un altro nome da segnarsi una volta in più, un’altra semifinalista non approdata in finale, Marianne Mirage, che ha una voce quasi black-jazz che potrebbe sfruttare molto meglio, ma comunque aveva portato un pimpante pezzo retro-pop firmato da Kaballà e da Bianconi, un divertente annuncio di non volersi innamorare, anche perché “le canzoni fanno male, troppe rime cuore-amore”. Ecco, forse su molti dei brani di cui sotto basterebbe dire questo. Ma continuiamo, facciamoci morettianamente del male.

Anzi, no, prima facciamoci del bene. Pare non sia obbligatorio portare al Festival quelle rime “che non sono neanche divertenti”. Scrivere canzoni su un tema d’attualità è però sempre camminare su un terreno scivoloso: il rischio di limitarsi al compitino è dietro l’angolo. Ma non è il caso di Ermal Meta: il cantautore è partito da una storia autobiografica narrata nella sua nuda verità senza infingimenti, inutili abbellimenti retorici o futili fughe immaginifiche (sicuramente i lividi non vanno coperti con il fondotinta, secondo lo spirito della canzone), e ci ha strappato la pelle con l’amara realtà delle sue strofe quasi parlate, in linea con lo stile di brani come la canzone sanremese dell’anno scorso, Odio le favole. Il suo scopo tuttavia non era quello di suscitare momentaneo pathos: con la sua Vietato morire ha lanciato piuttosto un messaggio importante, un invito a ribellarsi non solo alla violenza, ma a qualunque sopruso e abuso in una società purtroppo troppo spesso violenta. Sostenuta dalla fermezza e dalla forza di un arrangiamento e una melodia vivace, soprattutto nel ritornello, anziché da una qualche più prevedibile ballata, questa è ancora un’esortazione a non arrendersi a un qualche destino già scritto, a spezzare le catene che legano a carnefici invisibili o in carne ed ossa e a ribellarsi alle violenze fisiche e psicologiche, per riscrivere la propria storia. Dopo una lunga gavetta e cinque album (uno come chitarrista degli Ameba4, già a Sanremo Giovani nel 2006, tre come frontman della Fame di Camilla, già a Sanremo Giovani nel 2010, e un disco come solista, pure lanciato a Sanremo Giovani l’anno scorso), per un artista indipendente che si è fatto e scrive da solo, non con squadre di calcio di autori dietro, senza santi in paradiso, spinte o scorciatoie, è un trionfo portare a casa il terzo posto e il prestigioso Premio della critica “Mia Martini” per la sezione Campioni.

Meta si è aggiudicato inoltre più che meritatamente la palma della vittoria nella serata dedicata alla cover, trovando finalmente l’occasione giusta per dimostrare di non essere solo un autore di razza (suoi molti successi degli ultimi anni, di Renga, Mengoni, Patty Pravo, Lorenzo Fragola, Emma e tanti altri), ma anche e soprattutto un interprete con una voce impareggiabile: nella sua versione di Amara terra mia di Bonaccorti-Modugno (con base di un canto popolare abruzzese), mettendo in scena un duetto immaginario con una voce femminile, è passato da un’interpretazione già drammatica in modo ben calibrato ad acuti struggenti che stringono in un turbinio di emozioni su note imprendibili, in bilico tra opera rock à la Muse e cantautorato di valore; l’arrangiamento distende colori emozionali di rara bellezza, per restituire tutto il dolore e l’amore per e di una terra amara, bellissima e sofferente, che è madre e donna; anche la moglie di Modugno, Franca Gandolfi, ha apprezzato e ha ringraziato per l’omaggio. Meta è un fuoriclasse per voce poliedrica, che scolpisce, incide o si inerpica verso vette estatiche, per gusto musicale e sensibilità plasmata dalle ferite del passato. Questo è solo il “la” per far finalmente decollare la sua carriera.

Paola Turci ha portato invece sul palco sanremese Fatti bella per te, un inno all’indipendenza femminile, una canzone scritta in primis per se stessa, che incita ad accettare il dolore e il tempo che passa. La sua interpretazione è ricca di carica, ma anche sorridente; la Turci è arrivata seconda la serata con una cover impetuosa, personale e rock di un brano pure non facile da rileggere, Un’emozione da poco, uno dei cavalli di battaglia di un’artista dotata di grande personalità come la Oxa. Paola ha distolto l’attenzione dal ricordo dell’originale, facendo suo il pezzo con la stessa grinta e con lo stesso fascino che si leggono nel suo look, tra tailleur senza camicia e tute elegantissime. Classe e stile. Avrebbe meritato il podio, ma ci salgono invece Gabbani e Mannoia, rispettivamente al primo e al secondo posto.

Francesco Gabbani ha una canzone molto orecchiabile e divertente, è simpatico, spigliato, sa gestire bene la sua immagine, ma negli acuti ha una voce un po’ sgraziata, quasi gracchiante. La sua Occidentali’s Karma sarà un sicuro tormentone radiofonico per molti mesi, perché ti entra in testa come un martello pneumatico e ha delle sonorità synth-pop contemporanee e di moda (anche se è stata notata una certa somiglianza con Get Lucky dei Daft Punk e prima ancora con Run To Me cantata dalla one-hit wonder Tracy Spencer nel 1986), ma balletto e testo ironico su mode e tic attuali sembra un deja vu rispetto al brano della vittoria del 2016 nella categoria dei giovani, Amen: resta il dubbio che Gabbani abbia sprecato un’occasione importante per la sua carriera, in cui avrebbe potuto dare visibilità su un palco importante a un altro lato di sé, magari più pensoso o romantico. Non si può solo disquisire ironicamente (e pure un filino intellettualisticamente) del mondo, o si rischia il distacco emotivo del pubblico: un artista credibile è qualcosa di più di un abile intrattenitore che agita le braccia come l’animatore turistico del villaggio-vacanze. Ma magari Gabbani ci sta solo trollando e questa vittoria somiglia a quando Caparezza cantava Fuori dal tunnel e chi non ne aveva compreso il messaggio, la ballava in discoteca. “L’evoluzione inciampa. La scimmia nuda balla”: appunto. Intanto Gabbani si rimetterà a lavorare al suo secondo album, che per ora ancora non c’è.

Fiorella Mannoia entra da vincitrice in pectore e ti aspetteresti da lei un altro brano della vita: invece Che sia benedetta è catto-retorico, con una sfilza di rime baciate da rimario. L’interpretazione della Nostra è ovviamente da par suo, ma la canzone sembra scritta a tavolino per agguantare una vittoria promessa in cambio della partecipazione e dell’esposizione (formale) ai rischi di una gara con eliminazioni, che ha penalizzato un nome comunque storico come Al Bano (ancorato allo stile musicale della sua epoca, ma che potrebbe fare a 73 anni?) e un cantautore di qualità come Ron, che aveva presentato un brano classico, ma comunque caratterizzato da una sua dolcezza ed eleganza. Forse per non scoraggiare e demotivare cantautori e interpreti bandiera della musica italiana, che possono sentirsi sviliti dal confronto con giovanissimi presunti Big, bisognerebbe limitarsi a selezionare maggiormente gli artisti in gara a Sanremo, togliendo almeno una serata e annunciando solo i cantanti del podio, senza cruente e umilianti eliminazioni di sorta. Comunque se la canzone interpretata dalla Mannoia fosse stata proposta da altri (pare che Amara l’avesse scritta per Vallesi), non sarebbe stata probabilmente scelta per questo Festival; qui si è cercato invece di bissare il consenso unanime ottenuto nel 2011 da Vecchioni, che aveva però un pezzo di tutt’altra fattura, dall’intensità genuina e ispirata. Questo suona posticcio e ruffiano, ma il pubblico applaude. In ogni caso, come quasi accade ogni anno, si entra papa e si esce cardinale. Valeva la pena in definitiva per una grande signora della musica italiana cantare un pezzo mediocre, al fine di piazzarsi a un secondo posto che nulla cambierà nella sua fulgida carriera, anzi, potrebbe pure gettarvi sopra ombre negative? Il brano si è accaparrato comunque il Premio della sala stampa radio-tv-web e quello per il miglior testo (sic).

Quello di Michele Zarrillo è stato invece un ritorno che ha fatto piacere: è un autore fuori dalle mode e dai soliti canoni, con una voce inconfondibile, melodica, ma con graffio di fondo, doloroso e gravido di emozioni. Il pezzo, Mani nelle mani, appassionato e nostalgico, ha una melodia vocale notevole nel ritornello, che si amplia nel finale; tuttavia è un pezzo complesso, su cui ogni tanto scappa qualche imprecisione, anche “d’impeto”: sarebbe stato straordinario probabilmente cantato da Mango, di cui ci si è colpevolmente “dimenticati” nel video della prima puntata sulle canzoni che non hanno conquistato la palma della vittoria, ma hanno avuto grande successo (e Mango conta sette partecipazioni al Festival, tra cui quella del 1986 con il singolo, poi disco d’oro, Lei verrà, scritta con Alberto Salerno). 

Veniamo a Marco Masini. La metrica delle strofe di Spostato di un secondo è un poco faticosa e fa apparire la sua voce costretta, ma è da apprezzare la collaborazione con Zibba e l’interpretazione del ritornello (oltre che del finale): Masini è un altro dei cantanti in gara con una vocalità dotata di forte personalità, che ha nella grana un realismo sofferto. Lodevole la scelta di cantare nella puntata delle cover Signor Tenente di Faletti, che si piazzò al secondo posto nel 1994, ma Faletti era anche un attore e interpretava perfettamente il giovane carabiniere dall’italiano incerto, scosso dalle notizie delle stragi di stampo mafioso, che si sfoga con il comandante rischiando che gli faccia rapporto. Masini non riesce a riprodurre quel cantato-parlato e l’arrangiamento stravolge la semplicità originale, con il ritmo scandito dalle percussioni. Comunque Masini si porta a casa il terzo posto della serata delle cover.

Samuel porta all’Ariston la sua esperienza e sicuramente il suo brano Vedrai funziona e gira bene ritmicamente; tuttavia quando si intraprende una carriera da solista, si dovrebbe avere quel quid in più o di diverso rispetto al percorso della band e questo potrebbe essere invece tranquillamente anche un pezzo dei Subsonica. In più il testo è generico, insipido e banalotto.

Non male Michele Bravi, che ha una voce originale e porta un brano ben scritto, Il diario degli errori, firmato da Cheope (che Totti, presentatore-valletto ogni tanto per una sera, è riuscito anche a pronunciare “Sciopè”, avendo evidentemente qualche nozione base di musica classica, ma non di storia antica), Giuseppe Anastasi (noto soprattutto per i brani scritti per Arisa) e Federica Abbate. Può crescere ancora e tempo ce n’è, dato che ha 22 anni.

Fabrizio Moro è apparso un po’ sottotono, soprattutto vocalmente: la prima serata ha anche tossito sul palco e si può ipotizzare non fosse molto in forma. Ha ottime doti interpretative ed è una buona penna, che quest’anno ha ottenuto anche la Menzione Premio Lunezia per Sanremo (tra i giovani è toccata a Maldestro): la sua Portami via è un brano onesto che ha anche curve emozionali interessanti, anche in quanto lettera-ringraziamento alla figlia Anita, ma Moro non gli ha reso vocalmente giustizia. Peccato...

Il brano di Chiara, Nessun posto è casa mia, è intimo e delicato, ma nel complesso scivola via innocuo e scialbo; Clementino ha provato a parlare del disagio giovanile in Ragazzi fuori, è sicuramente un brav’uomo e un artista migliore della canzone che porta e si attesta su un N.C. Il pezzo di Elodie, invece, Tutta colpa mia, forse parla di un amore extraconiugale, ma quel che è certo è che assomma una serie di parole tra le più inflazionate al mondo, neanche fosse una collezione di hashtag per avere likes su Instagram. Le doti vocali non mancano, anche se spinge un po’ troppo, con il rischio che l’interpretazione risulti rabbiosa (gliel’aveva detto anche la Oxa ad Amici, ma poi le fu impedito di giudicare oltre la cantante, nonostante i suoi fossero buoni consigli). Se l’ex concorrente di Amici dai capelli rosa canta “amore amore amore andiamo via”, Sergio Sylvestre che ha vinto la stessa edizione del programma della De Filippi le risponde con “così vai via, ma eri mia, mia, mia”, nella sua fiacca Con te composta con Giorgia, adatta alla voce di Giorgia, non cantata con la stessa immotivata arroganza della glaciale Giorgia, ma con qualche imperfezione umana che ci fa preferire Sergione quando canta hit internazionali.

Lodovica Comello è tanto carina, lo era soprattutto nell’outfit scelto per la serata delle cover in cui ha cantato un brano brioso, colorato e adatto alla sua voce, Le mille bolle blu portata al successo da Mina, ma la canzone in gara Il cielo non mi basta è deboluccia e la sua interpretazione zoppicante.

Bianca Atzei le prova tutte, spezza la voce nel pianto, si fa accompagnare dal fidanzato Max Biaggi opportunamente inquadrato dalle telecamere, ma la canzone, di Kekko Silvestre dei Modà (…), è una di una banalità disarmante. Povera Bianca.

Alessio Bernabei non è mai stato eccezionale, ma almeno nella sua ex-band, i Dear Jack, qualche pezzo un minimo decente e orecchiabile l’aveva azzeccato. Quest’anno torna con un brano firmato da autori pure di mestiere, ma che evidentemente si sono adattati a una pochezza che è sempre più evidente anche al livello vocale: decrescita sventurata.

Sui semifinalisti non citati e non arrivati in finale, compreso Gigi D’Alessio che ha salutato la gara con un simpaticissimo ed elegantissimo video con la risposta alla domanda “Sai chi ci è rimasto male?” (ma vale sempre al cambio almeno 100 Bernaboh, come l’ha ribattezzato qualcuno in rete), stendiamo un velo pietoso.

Tra gli ospiti sempre delizioso Mika e straordinario Zucchero, vero superospite di una finale loffia e di Sanremo 2017, che, accompagnato da una band di fuoriclasse (Tomoyasu Hotel alla chitarra, Chris Stainton alle tastiere e Queen Cora Dunham alla batteria), ha mostrato cosa significhi essere un artista con la A maiuscola.



Cosa resterà di questo Sanremo 2017? Tra le righe (o fuori dai denti?) ve l’abbiamo detto; ora non vi resta che ascoltare i dischi degli artisti in gara. Magari senza limitarvi al solito streaming free.

Foto da https://www.facebook.com/festivaldisanremo/


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