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Dylan incontra la Musica Italiana

Un breve commento a Filosofia della Canzone Moderna

Al Maxxi di Roma (fino ad Aprile) anche una sua mostra di quadri

di Guido Giazzi

Solitamente in questa sede commentiamo autori o artisti italiani, questa volta facciamo un’eccezione nel recensire l’ultimo libro di Bob Dylan dal roboante titolo ‘Filosofia della Canzone Moderna’ (Feltrinelli, Novembre 2022, 39 euro)

Il volume raccoglie il pensiero del Premio Nobel per la Letteratura (2016) e il vecchio Bob, con stile e originalità disegna un suo personalissimo percorso artistico attraverso sessantasei interpreti da lui particolarmente amati. Non c’è una logica che leghi tra loro i vari artisti citati nel volume, non c’è una linea cronologica, sarebbe troppo facile, sembra proprio che non esista nessuna relazione tra i vari personaggi che incontriamo nelle pagine, ma leggendo tra le righe si scopre l’enorme amore del vecchio Zimmerman per la musica che lui ha ascoltato e amato, soprattutto durante l’adolescenza. Non a caso il 40% dei brani presi in esame nel libro sono datati Anni Cinquanta, ma anche qui nessuna concessione al successo o alla notorietà degli interpreti. Se Dylan si ricorda degli amici - Johnny Cash, Willie Nelson, Elvis Presley, Little Richard (immortalato anche in copertina) - ne dimentica molti altri – i Beatles, l’amico George Harrison, gli Stones, Bruce ecc. – lungo la strada. Il libro è affascinante, ma alcuni importanti distinguo sono necessari.

 

Il volume affascina perché Dylan va a braccio e per ogni canzone racconta storie e aneddoti (Tutti Frutti, per esempio) e fa emergere dalla memoria profili e personaggi che starebbero benissimo in un film di Scorsese. Tra i sessantasei interpreti qui raccolti, uno svetta per la particolarità: è un personaggio molto noto ai lettori dell’Isola e agli appassionati della musica italiana, e in questo volume filosofico, è l’unico interprete di una canzone eseguita in lingua originale.

Attenzione all’incipit: “Magari questa è stata una delle prime canzoni allucinogene, di almeno dieci anni prima di White Rabbit dei Jefferson Airplane. Non è possibile ascoltare né fare esperienza di una melodia più orecchiabile. Anche se non la sentite, la sentite. Si scava la sua via nell’aria. Una canzone da suonare ai matrimoni, ai bar mitzvah* e forse ai funerali. È l’esempio perfetto di quando non si riesce a pensare a nessuna parola che si accompagni ad una melodia e si canta solo oh, oh, oh oh... Il mondo intero può scomparire ma io sono perso nei miei pensieri”.

Così Dylan racconta di Volare ovvero Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno, vincitore del Festival di Sanremo nel 1958. E per omaggiare il nostro Mimmo nazionale, Dylan e i curatori del volume scelgono la foto più iconica di Modugno al Festival, quando con giacca bianca e baffo da tombeur de femme, allarga le braccia per volare verso un successo davvero internazionale.

 

Questo modo così personale di interpretare il brano, in antitesi con i cantanti confidenziali dell’epoca, avvicina Modugno al Presley americano, anche lui in grado di giocare con il corpo e di ammaliare il pubblico con le movenze sul palco.

Personalmente sono molto contento che Dylan, tra le numerosissime assenze, non si sia dimenticato però di Volare (Phil Spector – continua Bob – in Be My Babe ha preso il whoa, whoa, whoa da Volare) e della nostra cultura. Il libro è molto interessante, corredato da belle e rare immagini, peccato - ecco il punto dolente - che non vi siano didascalie sotto le foto, che non vi sia un indice razionale e da un punto di vista grafico, d’impaginazione, il libro risulta un po’ raffazzonato. Detto ciò un ottimo volume, certo costoso ma stimolante, originale e senza dubbio meritevole della vostra attenzione.

E mentre elogiamo la scrittura libera e selvaggia, il menestrello di Duluth stupisce i più: al Maxxi di Roma, da metà Dicembre fino al 30 Aprile, sarà possibile visionare la produzione pittorica di Bob Dylan. La mostra si chiama ‘Retrospectrum’ ed è costituita da più di cento opere. L’esposizione, curata da Shai Baitel è divisa in otto sezioni. Balza immediatamente all’occhio, come dalla copertina di “Self Portrait” (1970), il colpo di pennello del Nostro sia notevolmente migliorato, grazie anche agli intensi studi fatti da Dylan presso l’atelier di Norman Raeben. La mostra, dopo Shanghai e Miami, è arrivata ora a Roma suscitando curiosità e interesse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I soggetti dei quadri, oltre ai panorami americani e alle lunghe strade che attraversano il nulla, riprendono gli angoli di New York, Los Angeles e in particolare New Orleans, una città che non mi stanco mai di scoprire. Tra i quadri esposti vi è anche una visione metafisica di Trinità Dei Monti, per un attimo senza turisti e abitanti. Titolo del quadro ‘When I paint my masterpiece’, come il titolo di una sua famosa canzone. Oltre ai numerosi quadri sono esposte anche alcune sculture create da Dylan con materiali di scarto provenienti dalle discariche (un particolare che ci riporta all’opera di un altro grande artista, Herbert Pagani, capace di realizzare opere straordinarie con materiali di recupero), omaggio alla sua terra d’origine, il Minnesota minerario. Ancora una volta il vecchio Dylan ha estratto dal suo magico cilindro un’altra meraviglia e ancora una volta è pronto a stupirci.

* Festa ebraica che celebra il momento in cui un bambino raggiunge l'età della maturità (13 anni e un giorno per i maschi, 12 anni e un giorno per le femmine) 

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Bob Dylan
Filosofia della Canzone Moderna
Feltrinelli
(330 pagine , 39.00 euro)

https://www.facebook.com/bobdylan
https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/filosofia-della-canzone-moderna/
https://www.maxxi.art/events/bob-dylan-retrospectrum/


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