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Olden

A60

Se nel nome è nascosto il destino, come un presagio divino, in base a quella credenza esatta per i latini che recitava nomen omen, allora, la chiave giusta per aprire questo disco è a portata di mano. Ed ha come protagonista un cantautore e nove tracce. Nove passi indietro, in un passato prossimo, non troppo lontano, compiuti da Olden, Davide Sellari all’anagrafe, a cavallo di voce, chitarra, nuove idee e vecchi refrain. Olden, come Salinger vorrebbe, ma senza una acca, giusto per calcare la mano su un appiglio che richiami atmosfere d’antan; Olden, come un vecchio ragazzo o un giovane adulto - basta spostare la prospettiva - classe ’78, cresciuto a pane e canzoni, con un mangiacassette sotto il letto, da cui venivano fuori le voci di Tenco, Endrigo, Lauzi (solo per citarne alcune), una forte passione per i Beatles e per la Francia, un trasferimento da Perugia a Barcellona e alcuni lavori discografici all’attivo che gli hanno già messo la targhetta di cantautore sul citofono.

Con questo bagaglio sulle spalle, il nome giusto nel taschino e un anno di uscita, da piazzare nei crediti del disco, che sul calendario inizia con il 2000, Olden si lancia in un progetto di rifacimenti di canzoni scritte o interpretate da autori storici, di pezzi immortali, targati quasi tutti ‘60s, a cui vuole dare nuova veste: scheletro di una volta, con un sound che sia caro alle orecchie di oggi. Presentato ufficialmente in seno al Club Tenco, ad ottobre del 2018, A 60, prodotto e arrangiato da Flavio Ferri, ha una tracklist di tutto rispetto e una notevole dose di coraggio. Per niente facile, tanto per citare Fossati, uno dei dinosauri, ricantare ciò che è arcinoto ai più, facendo breccia, rompendo il pregiudizio, dando un vestito a volte più leggero, altre volte un po’ timido, ma comunque nuovo; per niente facile prendere una materia già costituita e rimodellarla come un pupazzetto del Didò.

Olden lo fa e già per questo dimostra personalità, ma non sempre arriva al centro. A volte l’intenzione è in nuce, si intravede, si intrasente, ma resta sussurrata. Ed è un peccato. Le canzoni, perdendo i riferimenti primigeni, vanno in una direzione propria, che in alcuni casi canta bene, in altri risulta raminga: non gli perdoniamo Adesso sì di Endrigo, svuotata del romanticismo necessario e struggente del poeta triste e Il vento dell’est, in cui manca quel brio, pur se malinconico, di Ricky Gianco, che scompigliava per davvero i capelli di tutte noi donne. Nota di merito, invece, per Resta, cover di Stay, fatta dall’Equipe ’84 e riproposta qui in versione più rock e meno ancheggiante; per Fiume amaro, che ha asciugato il preponderante sirtaki, in cui era incastrata, prendendo aria nuova e Il treno va, in abito sorprendentemente elettro-pop. Bellissima la copertina, tutta eyliner e bianco e nero, interrotta solo da un accenno di giallo olio.

Resta un po’ in ombra Olden in questo disco, ma fa un grandissimo lavoro. O, diciamo meglio, non brilla come nei suoi precedenti lavori, quando, mettendo da parte il nome e il destino, tira fuori una voce stentorea e una cazzimma da vendere nelle sue canzoni. Sue e di nessun altro. Col cuore urgente, come il Giovanni telegrafista che ripiglia per capelli in questo disco. Ed è lì che ci piace ritorni presto. Urgente! Piripirippiripiripiiii…

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Flavio Ferri
  • Anno: 2018
  • Durata: 31:02
  • Etichetta: Autoprodotto

Elenco delle tracce

01. Resta
02. Fiume amaro
03. E il treno va
04. Lei
05. Adesso sì
06. Il vento dell’Est
07. La tieta
08. Giovanni telegrafista
09. Tutta mia la città

Brani migliori

  1. Resta
  2. Fiume amaro
  3. Il treno va

Musicisti

Olden: voce e chitarra - Ulrich Sandner: chitarra acustica, chitarra elettrica, mandolino elettrico - Flavio Ferri: tastiere, synth, basso - Francesco Miceli: batteria