ultime notizie

Federica Basile alla corte degli Swingles

Dopo 55 anni arriva la prima artista italiana nel gruppo inglese The Swingles (già Swingle Singers, formazione il cui marchio è attivo dal 1963). Si tratta di Federica Basile, voce da ...

Max Gazzè

Alchemaya

Max, moderno alchimista che mescola suoni preziosi e visioni interiori in un disco sorprendente.

Chi ha assistito ai concerti del tour Alchemaya di Max Gazzè nel maggio dell’anno scorso (http://www.lisolachenoncera.it/rivista/concerti/-2127/) è sicuramente preparato all’ascolto di questo suo nuovo lavoro discografico e, anzi, l’attendeva con fremente impazienza. Chi invece non ha avuto tale fortuna, non sapeva bene e forse ancora non sa di preciso cosa aspettarsi e a quale sconvolgimento emotivo potrà andare incontro fin dal primo approccio con quest’opera enorme, che si compone in totale di 27 brani ed alcuni testi presenti nel libretto ma non musicati.

Raccontare Alchemaya a parole non è affatto semplice, ma noi ci proviamo perché dopo giorni e giorni di ripetuti ascolti (il doppio cd è uscito nel periodo della bagarre sanremese), la musica possente e i testi a volte quasi criptici ma sempre evocativi dei fratelli Gazzè si sono fatti largo con determinazione fra ammirazione e sgomento, fra curiosità e conoscenza, o meglio, volontà di conoscenza, e hanno scavato inevitabilmente un solco. C’è solo da scegliere se stare al di qua, nell’ambito di un ascolto superficiale e “facile”, o addentrarsi con coraggio in un territorio per molti aspetti nuovo e piuttosto inesplorato, cercando in se stessi la chiave per aprire quella porta.

“Tu, uomo del presente,/ stella triste, confinata sempre nelle sciocche norme del tuo corpo,/ fuggi il torto uguale d’ignorare ciò che non esiste,/ perché esiste in altre forme.”
(da La Tavola di Smeraldo, uno dei brani più intensi ed evocativi del primo cd). 

Alchemaya non è soltanto un disco, quindi. È un’opera teatrale affascinante e anomala che solo in seguito è diventata un prezioso doppio cd e un altrettanto splendido triplo vinile. Prezioso fin dalla copertina e dal libretto, illustrati da bellissime ed accurate tavole realizzate rigorosamente a mano, a pennarello su carta (e la grana della carta da disegno si nota soprattutto nell’animazione del video del brano sanremese) da Francesca Pasquinucci per Imaginarium Creative Studio, così come oggi non si usa più fare, e così come questo disco invece meritava fosse fatto. Alchemaya non è il classico album che un artista decide di incidere facendo una selezione fra i propri successi storici che tutti conoscono e tutti amano, riarrangiati e riorchestrati. No, questo lo fanno alcuni all’apice della carriera (forse quando sono anche un pochino a corto di idee, aggiungiamo), ma non è il nostro caso. La genialità dei fratelli Massimiliano e Francesco Gazzè va ben più avanti, spingendosi a concepire un lavoro originale e inedito, un’opera definita dallo stesso Max “sintonica” usando un neologismo coniato per evidenziare i due cardini dell’esecuzione musicale in questione: la fusione del suono sintetico (moderno) con quello (classico) di una grande orchestra sinfonica, la Bohemian Symphony Orchestra di Praga composta da 60 elementi e diretta dal Maestro Clemente Ferrari. Tutto appare coerente, secondo una scelta logica ineccepibile, in cui i suoni, i testi, i disegni e persino l’abbigliamento di Gazzè in concerto determinano una meravigliosa alchimia, un tutto unico. Tanto che anche un brano volutamente “easy” come La vita com’è, in questo contesto diventa un pregevole e raffinato manufatto artistico. Quindi, quando ascoltiamo Alchemaya, dobbiamo innanzitutto scordarci di Gazzè, o meglio, di “quel Gazzè” che passano le radio, che non puoi far a meno di canticchiare per ore dopo essere incappato in uno dei suoi “tormentoni”.

“Tu resti allibita in seno al mutamento/come se non avessi un corpo/… maledetto etereo sostegno!” (da Etereo, testo che sottintende un riferimento all’anima, all’interiorità dell’uomo, alla sua evanescenza rispetto alla materia.)

La vera originalità di questo lavoro è nel profondo, cioè nei concetti espressi nella prima parte dell’opera. Alchemaya si compone infatti di due parti distinte, come due erano (e saranno) i tempi del concerto nei teatri. Nel primo disco si affrontano - comunque in modo “leggero” nel senso migliore del termine, cioè “non pesante” - tematiche culturalmente ricercate e allo stesso tempo si tenta di dare voce, e insieme un tentativo di risposta, all’eterno quesito dell’uomo: chi sono, da dove vengo? Qui si indaga nientemeno che intorno alle origini del mondo e dell’uomo sulla terra, basandosi su antichi manoscritti, attingendo ai testi sacri babilonesi e al Vecchio Testamento, scomodando Omero, i Titani, i Giganti e le antiche divinità, coniugando il simbolismo esoterico con la ricerca interiore, l’alchimia con la filosofia. Naturalmente queste tematiche sono appena accennate, altrimenti ci sarebbe voluto ben altro che un paio di cd per sviluppare esaurientemente tutti gli argomenti toccati!

“A me piace definire questi racconti come la quarta di copertina di un libro” ha spiegato Gazzè in un recente incontro di presentazione in store del disco presso Feltrinelli: “In Alchemaya io non dico tutto il libro, ma è come curiosare tra le quarte di copertina di libri di vari argomenti. Poi sta a chi ascolta decidere se e cosa approfondire leggendo interamente quei libri. Oppure mi piace dire che è come saltellare tra le punte degli iceberg, per intenderci”.
I testi sono quindi puliti, scarni ed evocativi, spesso frammentati, sottintesi, comunque stuzzicanti. Qui il talento creativo di Francesco Gazzè raggiunge picchi altissimi nella costruzione di un racconto già musicale in sé prima ancora d’essere orchestrato, con un gusto sottile e raffinato nella ricerca delle parole che “suonino” bene. Non importa che a volte le frasi non siano apparentemente di senso compiuto; non vi è infatti la pretesa di spiegare nulla a nessuno, né di fare poesia nel senso classico del termine. L’intento è quello di suscitare nell’ascoltatore la stessa curiosità che ha condotto il cantautore romano attraverso ricerche da lui approfondite per oltre trent’anni. Particolarmente interessanti sono episodi come Il Diluvio di tutti, con la sua visione distaccata dal racconto biblico, Vuota dentro ed Alchimia che vedono l’uomo interrogarsi sulla formazione e la composizione della madre terra, sulla materia che l’ha generata e si trasforma in un moto continuo.

Il risultato è un concept album che raccoglie 11 brani a comporre un progetto sviluppatosi nel tempo, di cui già vi erano stati indizi nella produzione discografica di molto precedente, fin dall’album La favola di Adamo ed Eva, ad esempio.

Il secondo disco mette invece insieme una serie di brani già noti del cantautore completamente riorchestrati e tre inediti, fra i quali La leggenda di Cristalda e Pizzomunno (video: https://www.youtube.com/watch?v=hdOw1na3m4c), una delicata ballata introdotta dal pianoforte e accompagnata dall’arpa, (anche sul palco del Teatro Ariston) della brava Cecilia Lasagno. Archi leggeri, ritmica affidata al contrabbasso e una melodia in crescendo abbastanza orecchiabile ma non d’impatto immediato, lo rendono un brano poco “sanremese” ma valgono a Gazzè il prestigioso Premio Giancarlo Bigazzi assegnato all’autore dai maestri dell’Orchestra di Sanremo per la miglior composizione musicale. Il riconoscimento migliore per un musicista!

Nei 16 brani che compongono la seconda parte di Alchemaya il percorso creativo appare inverso rispetto a quello della prima parte: l’intento ora è quello di riportare la canzone al suo livello più alto, quasi aulico. Far diventare sinfonia la canzone d’autore, creando nuove atmosfere elevate e solenni che obbligano l’ascoltatore ad una fruizione meno superficiale e immediata di brani che comunque già fanno parte di un bagaglio acquisito. A trarne maggior beneficio a nostro avviso sono proprio i brani più pop di Gazzè, quelli paradossalmente più “radiofonici”, su tutti: Sotto casa, La vita com’è, Una musica può fare e Cara Valentina. Vi sono poi alcuni gioielli come Mentre dormi, Nulla e L’ultimo cielo che, nati come brani delicati e intimi, si arricchiscono di solennità e nuovi colori.

Cara Valentina
, tanto per citare uno degli episodi più felici dell’album, parte come un enfatico valzer viennese, anche un po’ ridondante, che poi diventa una vera e propria favola, con una struttura musicale che evolve inaspettatamente verso la “citazione” di colonne sonore di classici Disney come Biancaneve o La Bella Addormentata. All’improvviso, con una serie di colpi di scena, sono evocate immagini di fate malefiche e nani che marciano tornando dal lavoro su un tappeto di ottoni e basso tuba, cantando in coro un po’ ossessivamente “per esempio non è vero che poi mi dilungo spesso…”, fino al gran finale con tanto di bacio del Principe Azzurro (ci si immagina pure gli uccellini che svolazzano felici e cinguettanti) e ballo di gala al castello incantato. Nulla, invece, mantiene il cantato di Max quasi sussurrato, mentre archi ed ottoni intervengono possenti ricreando atmosfere di natura nebbiosa, immagini di rive del fiume all’alba, di pioggia scrosciante, dove all’improvviso si apre il sereno alla vista dell’amata. L’inedito che più ci piace, Se soltanto, è invece una riflessione intima accompagnata dal pianoforte che valorizza un testo intenso che gioca con parole musicali e s’impunta piacevolmente sulla pronuncia sdrucciola caratteristica di Gazzè.

Infine, Una musica può fare non è solo il titolo di uno dei brani di maggior successo di Max, ma qui, a nostro avviso, assume il valore riassuntivo di tutto il lavoro in questione. L’opera sintonica Alchemaya è la vetta più alta della produzione del cantautore romano fino a questo momento, ma non soltanto a livello di composizione e di arrangiamenti. È la dimostrazione che la musica leggera può avere vestiti differenti, cambiare faccia, struttura, tempi e modi, ma è pur sempre qualcosa di salvifico, certezza a cui aggrapparsi, isola a cui approdare. Quell’Atlantide di cui noi tutti conserviamo un ricordo ancestrale nel nostro profondo, e che attraverso la musica possiamo ritrovare e riscoprire. Ecco, e non solo naturalmente, “quello che la musica” (o meglio, certa musica, caro il nostro Gazzè) “può fare”.

Foto di Valeria Bissacco

 

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento


In dettaglio

  • Produzione artistica: Max Gazzè e Clemente Ferrari
  • Anno: 2018
  • Durata: 106:00
  • Etichetta: Universal / Linea2edizioni

Elenco delle tracce

Disco 1
01. L’origine del mondo
02. Enuma elish
03. Il diluvio di tutti
04. Vuota dentro
05. L’anello mancante
06. Etereo
07. La tavola di smeraldo
08. Visioni ad Harran
09. Bassa frequenza
10. Alchimia
11. Il progetto dell’anima 

Disco 2
01. La leggenda di Cristalda e Pizzomunno
02. Il timido ubriaco
03. Il solito sesso
04. Nulla
05. Cara Valentina
06. Edera
07. Ti sembra normale
08. Atto di forza
9. Se soltanto
10.La vita com’è
11. Mentre dormi
12. Un brivido a notte
13. Sotto casa
14. L’ultimo cielo
15. Una musica può fare
16. Verso un altro immenso cielO

 

Brani migliori

  1. La leggenda di Cristalda e Pizzomunno
  2. Se soltanto
  3. La Tavola di Smeraldo

Musicisti

Bohemian Symphony Orchestra Prague  -  M° Clemente Ferrari: direttore d’orchestra -  Salvatore Mufale: pianoforte  -  Roberto Procaccini: tastiere e synth  -  Arnaldo Vacca: percussioni  -  Nello Salza, Antonio Bifulco: trombe  -  Max Dedo, Giovanni Celestino: tromboni  -  Simone Graziani, Lorenzo Del Sorbo: corni  -  Pippo Parrino: basso tuba  -  Cecilia Lasagno: arpa classica ne La leggenda di Cristalda e Pizzomunno