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Aguirre

Belle époque

Ci sono dei dischi che al primo ascolto ti piacciono, poi li ascolti una seconda volta e ti dicono qualcosina in meno, la terza volta infine decidi che quel disco non lo ascolterai più. Ci sono album invece che devono essere lasciati decantare come il buon vino rosso, per riuscire a trasmettere il proprio sapore. Belle époque degli Aguirre è uno di questi dischi, costruiti con solide radici proprio per crescere ascolto dopo ascolto. Belle époque ha dentro idee, tecnica, concetti, musiche, parole, sogni. Magari non tutti i “solchi” sono ugualmente piacevoli, ma tutto si può dire tranne che Belle époque non sia un disco in grado di lasciare un segno.

L’aspetto che colpisce principalmente è la parte musicale, che io non chiamerei pop ma rock, perché è, ancora oggi, solo il rock che può colpire, piacere, urtare e disturbare, affascinare e incuriosire, come fanno le canzoni di questo album. Canzoni realizzate dopo un poderoso lavoro di ascolto, analisi, studio di una miriade di elementi musicali eterogenei. Un disco che possiede la capacità di stupire, come quando, a metà di On n’échappe pas à la machine, il suono si ferma e da sotto le coperte sgorga una fisarmonica struggente che sembra fermare per un momento il mondo in cui viviamo, cambiare canale e proiettarci in una dimensione onirica che resetta la sporcizia di oggi, i pezzi di vetro che trovi sul marciapiede, la musicaccia dei centri commerciali e rimette al centro della storia, con un colpo di spugna provvidenziale, tutti i valori dimenticati o calpestati dalla società di oggi.

Ne Il richiamo troviamo un suono pop, non annacquato ma pieno, divagante, con la batteria pulita e il sinth che accompagna. Belle époque (il brano) vive di un accompagnamento con il piano per poi passare senza alcun trauma ad uno stile marcetta. Bambola chimica parte con un riff di chitarra che vale il pezzo. In Senza Titolo compare il contrabbasso, in L’anacoreta ci si barcamena tra coretti in falsetto e vocioni sguaiate. Ogni canzone è una sorpresa, un suono nuovo, si accelera, si rallenta, si va in oriente, si annusa il pure pop inglese, per poi deviare verso il folk anglosassone e metterci magari dentro anche un po’ di psichedelia e di grunge. Un album musicalmente molto interessante, il cui titolo richiama ironicamente ad una “bella epoca” che oggi fatichiamo anche solo ad immaginare.

I testi sono ironici, un po’ più di poesia avrebbe agevolato, invece si è scelta la via della rappresentazione diretta e tendenzialmente provocatoria. La voce è singolare ma un po’ acidula e non sempre riesce a far decollare le canzoni che musicalmente, nel loro variare sonoro, sono tutte di buona pasta. Queste debolezze non intaccano però la qualità di un album che è un crogiuolo di suoni ben amalgamati che confermano la stoffa di questa band emergente. Da segnalare infine l’originale e potente dipinto di Andrea Barazzuti, che si allinea ai contenuti colorati, roboanti e in parte spiazzanti del disco. Nel cd, nella busta interna, trovate ripiegato il libretto che presenta, una volta aperto, il dipinto nella sua interezza.

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Gabriele Conti
  • Anno: 2023
  • Durata: 71:10
  • Etichetta: Snowdonia Dischi

Elenco delle tracce

01.  Belle époque
02.  Bambola chimica
03.  Senza titolo
04.  L’anacoreta
05.  Il richiamo
06.  Una situazione
07. Mr. Feerich
08. Viva la gioventù
09. Wild anacoreta (strumentale)
10. Il navigatore
11. On n’echappe pas à la machine
12. Vicino al bosco
13. L’alieno
14. Il sogno del malato
15. Alla mostra di Guttuso

Brani migliori

  1. Una situazione
  2. Mr. Feerich
  3. L'anacoreta

Musicisti

Giordano De Luca (voce, piano, chitarra) - Martino Cappelli (chitarre, cori) - Alice Salvagni (basso, cori) - Giulio Maschio (batteria)
Ospiti:
Luca Venitucci: fisarmonica in On n’echappe pas à la machine - Alessandro Santini: pianoforte e arrangiamenti in Alla mostra di Guttuso - Martino Tiberti: contrabbasso in Senza titolo