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Folco Orselli

Blues in Mi - Volume 1

Ci sono linguaggi e tecniche diverse per rappresentare la realtà. Mettiamo che si decida di farlo con un dipinto e ci si cimenti con la scena di un tavolo e di giocatori di carte in un locale scalcinato (Cezanne ci perdoni), dovesse mai esserci una mosca posata sul bordo del bicchiere di vino rosso lì di lato, vicino al mazzo ancora da distribuire, qualcuno dovrebbe avercela disegnata, assegnandole quel posto lì, nella composizione complessiva della scena. Tutti gli elementi inseriti in quella tela sarebbero intenzionali, avrebbero un senso nel percorso di ricerca autoriale, fossero anche state inserite a chissà quale titolo da qualcun altro. Prendiamo invece una fotografia, lungi da noi immaginare che questo linguaggio sia invece portatore sano di verità e testimone oggettivo che qualsiasi racconto ha una sua natura narrativa costruita e studiata, va messo in conto che in quell’immagine potrebbero finire anche elementi non voluti, lontani dall’intenzionalità dell’autore. Si celebra un matrimonio negli anni Sessanta e a documentarlo con le sue macchinette da poco al collo c’è lo zio impallinato con le fotografie, lo trovavi spesso nelle famiglie all’epoca e quegli omini buffi stavano freneticamente costruendo lo spaventoso archivio familiare fatto di bambini nudi sul lettone e auto nuove e vestiti di carnevale e vacanze e compleanni e gite e tutto il carosello della società di massa in pieno miracolo economico. Al centro dell’immagine gli sposi con quel vestito di lui che tornerà buono per altre occasioni se solo gli diamo un aggiustatina e con lei che sorride e pensa agli elettrodomestici che ingombrano il tavolo dei regali e che la incoroneranno regina della casa. Poi gli invitati, bambini vestiti da uomini, che i giovani come categoria sociale stanno arrivando in quegli anni ma prima di allora si è bimbi e poi uomini in età da lavoro e spesso il tempo che intercorre tra una e l’altra età è brevissimo. Poi ci sono gli anziani con il loro bagaglio di ricordi di guerre mondiali e fatica e treni presi senza guardare indietro, che il paese che sta sulla collina come un vecchio addormentato c’è solo nelle canzoni ma nella realtà si lascia delle catapecchie con il puzzo delle bestie in campagna e si raggiunge delle catapecchie con il puzzo dell’illusione in città. Ecco, in quella foto il punto centrale d’attenzione (stavolta ci perdoni Roland Barthes) è il racconto intenzionale, con la messa a fuoco sulla scollatura della cugina stretta e sorridente al fianco della sposa. Passerà il tempo e a distanza di decenni quella foto capiterà nelle mani di qualcuno che sta cercando di leggere quel tempo attraverso gli scatti fotografici degli archivi familiari e troppe ne ha viste di spose sorridere in faccia al referendum sul divorzio che stava venendo a liberarle da lì a poco ma quella foto ha sullo sfondo i palazzi della Bovisa, racconta la periferia che cresce e si intorcina nelle sue budella di cemento e asfalto. Qualcosa che lo zio non aveva considerato nella sua composizione dello scatto ma che ora lì sullo sfondo diventa un formidabile racconto.

Folco Orselli è uno che ha addestrato gli occhi e l’emozione a guardare sullo sfondo, magari senza perdersi la profonda scollatura della tipa in primo piano ma finendo per essere attratto dal racconto fuori fuoco, quella parte dell’immagine che il diaframma troppo aperto ha distrattamente accennato e che pare nascondere mille altre storie ancora. Come quando passi di notte con il treno nelle città e vedi la luce di una finestra accesa nel buio dei palazzi riempiti di sonno e fatica e bollette da pagare. Ogni finestra una storia sospesa. Ecco, le canzoni di Folco Orselli da sempre sciolgono il nodo degli sfondi accennati nelle fotografie, delle finestre illuminate nella notte mentre il vagone ansima e ti porta. In questo progetto qui poi, questo Blues in Mi, Vol. 1, la cosa è addirittura dichiarata. La periferia è la protagonista e già a nominarla pare generare sgomento in quelli comodi nelle loro case. A noi questa definizione piace e ce la teniamo stretta perché stiamo parlando del mondo da cui arriviamo, anche di uno stato mentale che ci ricolloca sempre sullo sfondo perché al centro c’è l’imbarazzo carnascialesco di quegli altri che hanno stile e son uomini di gusto e madamine temerarie che non indietreggiano quando c’è da dire basta ai denti gialli di quelli che arrivano dai lembi estremi della città. Noi il trucco lo sappiamo per il prezzo pagato sulla pelle nostra e la periferia e il centro sono la stessa cosa, sono necessarie alla loro reciproca esistenza e dentro in uno sciabordio da vasca dell’acido dove si scioglie il buon senso sta la Gente. La periferia è un centro che arriva, è Paolo Sarpi Bluers che propone quadretti romantici consumati al presente e che ci raccontano che all’imbarazzo dell’amore non c’è frontiera che tenga. E allora il centro è dove si posa la tua attenzione e a questo disco ne seguirà un altro e la dicitura Vol. 1 suona come la minaccia che corre nella numerazione progressiva che accompagna i titoli dei vari Rambo e Rocky.

Il disco suona come una indiavolata scossa blues, con tirate r&b da toglierti il fiato e fiati e sezioni ritmiche che corrono per la periferia e non ti danno tregua perché lì si galoppa senza andare mai da nessuna parte, a volte restando immobili per delle ore al tavolo sganghero del bar. Folco è una sorta di uomo medicina, un santone, un mediatore culturale tra la periferia e il peggio e si è fatto carico di questa missione con il coraggio scriteriato di chi non valuta mai il salto. E per questo il suo Blues in Mi è bellissimo e lo stiamo facendo andare da settimane e ci troviamo sempre qualcosa di nuovo dentro e Milano è un non luogo che si ripropone come l’archetipo di tutte le città visibili e invisibili.

Insomma questo disco di Folco Orselli è la luce, nel senso che voi ascolterete e come i fratelli Blues la vedrete e sarete in missione per conto di Dio e sarete la periferia e sarete i margini e sarete il centro del nulla a volume alto e senza riuscire a smettere di muovervi. Ma la storia mica finisce qui che Blues in Mi è anche un progetto filmico e avremo ancora da parlarne, magari con un’intervista a Folco Orselli fatta come si deve in un ambiente protetto, che tutte le volte che io e lui ci troviamo da qualche parte parliamo con bella confidenza ma è chiaro che ognuno sta cercando di capire chi dei due sia più ubriaco. Perdonateci se potete che siamo gente di periferia.


Foto di Lorenzo Viganò

 

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Folco Orselli ed Enzo Messina
  • Anno: 2018
  • Durata: 58:05
  • Etichetta: Autoprodotto

Elenco delle tracce

01. La gente
02. Pericolosamente retroattivo
03. Como e carne
04. Oh Marlene
05. Che tu lo voglia o no
06. Buio – storia di una strega
07. Il gioco
08. Lo scaldabagno
09. Paolo Sarpi Blues
10. La notte ha mille colori – Lousiana
11. Quel che resta di te
12. Bicchierate           

 

 

Brani migliori

  1. La gente
  2. Paolo Sarpi Blues
  3. La notte ha mille occhi - Louisiana

Musicisti

Folco Orselli: voce, chitarre, percussioni e cori - Enzo Messina: piano, wurlitzer, hammond, chitarra wha e slide, programmazioni e percussioni - Leif Searcy: batteria - Paolo Legramandi: basso elettrico e acustico - Daniele Moretto: tromba - Pepe Ragonese: tromba - Valentino Finoli: sax - Luciano Macchia: trombone - Francesca Risoli: cori