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Pastorino Claudia

Claudia

Per i 25 anni di carriera torna in veste di autrice – dopo aver seguito negli ultimi anni quella di interprete – Claudia Pastorino con un disco profondamente autobiografico già dal titolo, Claudia. Pastorino è senza ombra di dubbio uno dei punti di riferimento dell’universo cantautorale femminile genovese. Una sorta di precursora della grande esplosione che si è venuta ad avere negli ultimi anni. Figura carismatica, dotata di grande fascino e bellezza ha preferito però sempre tenere un profilo “basso”, quasi appartato (“Non faccio parte di nessun NOI, nessuno mi rappresenta”, canta in Bisogna avere quarant’anni). Ma per lei la musica – e in particolare il canto – non è mai stato solo mestiere. Verrebbe da dire neppure solo arte. Se non suonasse retorico, si dovrebbe dire che per lei è sempre stata sinonimo di vita, occasione di autenticità e di espressività: “Ho sofferto fino a 25 anni di una timidezza patologica, quasi paralizzante. Parlavo solo se costretta. Il canto mi ha permesso piano piano di comunicare ciò che scrivevo. La musica è diventata, insieme al canto, il ponte tra me e gli altri”.

Claudia rappresenta una sorta di summa dell’universo poetico ed espressivo di Pastorino dal momento che vi ritroviamo davvero tutti gli elementi che hanno da sempre caratterizzato la sua musica e la sua poetica. Parlavamo prima di autobiografia e in effetti c’è sempre in lei questa sorta di necessità di raccontarsi. In tutte le canzoni, così, è l’Io lirico a parlare. L’album si muove su due assi tematici che poi inesorabilmente vanno ad unirsi: da una parte la ricerca (in particolare spirituale) di un senso più profondo del nostro esistere (Mandragola, Ponte dell’arcobaleno); dall’altra una riflessione profonda sulla propria esperienza di cantautrice e di cantante. Ecco, cosa vuol dire oggi essere cantautrice? Cercare di vivere con questa forma di arte? Che senso ha oggi cercare spazi per farsi ascoltare? Se la televisione – pur con tutti i suoi limiti – fino a qualche decennio fa riusciva a dare spazio anche alla canzone d’autore, oggi della canzone interessa solo l’aspetto merceologico, ingrediente buono da inserire tra un commento e l’altro all’omicidio di turno: “Erano tutti cantanti ma non sentivi cantare, nell’aria c’era un senso di apatia totale” (Rumore di fondo). Pare quasi che oggi si esista solo se si è un personaggio televisivo, facilmente riconoscibile: “Avere sempre notato lo stupore delle persone/ quando chiedono: Davvero canti? Non ti ho mai vista in televisione!” (Bisogna avere quarant’anni). Tra le righe Pastorino in qualche modo riflette sull’annosa questione arte-commercio. Insomma, la canzone è un forma d’arte o è semplicemente merce? È una domanda che non si pone più la protagonista di Canzoni del tempo perso Clara Bergamino (quasi un alter ego, già dal nome, della stessa Claudia Pastorino) che dopo aver cantato persino nei matrimoni, sbarca il lunario nei bar coi karaoke ma almeno si sente libera: “Tua madre dice la pensione è un problema a cui pensare, lo so bene che ha ragione,/ cosa ci vuoi fare se tu vuoi scrivere canzoni e nient’altro tu vuoi fare, hai rinunciato allo stipendio ma sei libera”. E d’altronde davvero ci vogliono le palle per sopravvivere con le canzoni quando non si hanno santi in paradiso, in una città come Genova, poi (Bisogna avere quarant’anni). La musica è libertà, certo, ma la vera forza della musica è altro: è quella che avevano già i ligyes, gli antichi abitanti della Liguria, che grazie al canto riuscivano a infondersi quella forza che permetteva loro di sconfiggere avversari più numerosi. Qui il canto non è più stipendio, allora, ma passione, preghiera, rito.

Da un punto di vista testuale, una delle grandi capacità di Pastorino è quella di far convivere inserti prosaici e bassi accanto a elementi alti quasi staccati dalla realtà contingente. Molti e notevoli le metafore a volte con un linguaggio anche crudo: “Esser libera di ribellarmi alla falsa morale/ che ha infibulato il mio corpo anche senza il pugnale” (Credevo). 
Ottima, infine, la produzione musicale anche grazie al prezioso lavoro della “squadra” storica di Giorgio Gaber: Claudio De Mattei, Gianni Martini e “Dado” Sezzi

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In dettaglio

  • Produzione artistica: Claudio De Mattei, Gianni Martini, Claudia Pastorino e “Dado” Sezzi
  • Anno: 2015
  • Durata: 45:00
  • Etichetta: Sugar

Elenco delle tracce

01. Le parole dentro (intro)
02. Credevo
03. Rumore di fondo
04. Mandragola
05. Canzone del tempo perso
06. Ponte dell’arcobaleno
07. Lyges
08. Bisogna avere quarant’anni
09. Le parole dentro

Brani migliori

  1. Credevo
  2. Bisogna avere quarant'anni

Musicisti

Claudio De Mattei: Basso  -  Gianni Martini: Chitarre  -  “Dado” Sezzi: Batteria e percussioni  -  Fabio Biale: Violino  -  Enrico Testa: Armonica cromatica