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Francesco Piu

Crossing

Parliamoci chiaro, nella vita di qualunque musicista che anche solo per un secondo abbia pensato di suonare il blues, arriva sempre il momento in cui fare i conti con il fantasma di Robert Johnson. Chiunque, da Clapton al nostro vicino di casa che suona in garage, conosce la leggenda del bluesman che vendette l'anima al diavolo in cambio del talento, così come chiunque sia appassionato della musica demoniaca per eccellenza ha trovato sulla sua strada, anzi ad un incrocio, un brano di Johnson a fare da spartiacque, fosse anche Sweet Home Chicago suonata come nel film ‘The Blues Brothers’.

Per quanto l'Italia abbia una tradizione musicale lontana dal blues e dalle sue radici culturali, questo genere ha sempre riscosso successo ed interesse, specialmente dai musicisti, al punto che oggi possiamo vantare una “scena blues italiana” di tutto rispetto. Dal compianto Roberto Ciotti (qui in una foto d'archivio) a Paolo Bonfanti, passando per Fabio Treves e Fabrizio Poggi, senza dimenticare gli emergenti Daniele Tenca, Dany Franchi e Max Prandi, giusto per fare alcuni nomi, ben sapendo di dimenticarne fuori moltissimi altri. Francesco Piu di questa scena è assolutamente parte e vi contribuisce con una miscela irresistibile di blues, groove e carisma, mix vincente che lo porta a entusiasmare platee diversissime tra loro, siano lì per un festival o per un concerto di Doyle Bramhall II o John Mayall. Inevitabile dunque che per il suo settimo disco, il chitarrista sardo accettasse la sfida con “IL” blues, ossia Mr Johnson, per dirla alla Clapton. Ecco quindi che Crossing si impone non tanto come uno dei migliori tributi mai realizzati, bensì come un'operazione di più ampio respiro, un disco che unisce, condivide e fonde assieme culture, tradizioni ed idee diverse, fino a renderle un unico grande messaggio. Crossing come incrocio, chiaramente, ma anche come attraversamento, come ponte, come legame.
Non a caso Piu arriva dalla Sardegna, isola di gente fiera, che dal mare è circondata e sorretta, che nel Mediterraneo trova casa e, per quanto liquide, radici. Non a caso, perché l'idea che sta alla base di questo album è di portare la storia e le tradizioni del blues ai giorni nostri, a bagnarsi nello stesso mare che bagna la Sardegna e che è oggi metafora dei tempi che stiamo vivendo.

Per farlo Piu suona dieci brani di Johnson (qui a lato in una delle poche foto in circolazione), dieci standard su cui si basa la storia tutta del blues, ma sporcandoli con strumenti tradizionali sardi e africani, aggiungendoci quell'elettricità, e persino quell'elettronica, che Johnson non ebbe a disposizione. Il risultato è un disco che profuma come un piatto speziato con ingredienti esotici, ma nel quale riconosciamo anche sapori nostrani e a noi cari. Un disco dove il Mediterraneo è culla ma anche bara, madre ma anche prigione, un disco dove le percussioni riportano alla mente le colonie di schiavi degli “Anni 20”, facendoci capire come ahimè, dal 1920 al 2020 poco sia cambiato, come il rumore delle catene visualizzi una piantagione del cotone in Alabama e anche un odierno campo di detenzione libico. Canzoni che hanno dentro di loro l'impetuosità delle onde di una notte di tempesta, quelle dove barche cariche di disperati spariscono nel nulla, senza che nessuno ne canti o ne pianga, tranne il mare stesso, che prende in prestito la chitarra di Piu o i cori delle voci sarde. Il blues nel senso più profondo del termine nasce e si nutre del dolore degli ultimi e quindi poca diventa la distanza, se dopo cento anni si deve ancora cantare di schiavi e di vite senza alcun valore. Per assurdo, ma nemmeno più di tanto, in un disco di cover Francesco (qui in una bella foto di Fabry C. Folk) dimostra in maniera definitiva la sua originalità, maneggiando materiale storico (e abusato) per un album che suona contemporaneo sebbene sia composto da canzoni ultracentenarie. Simbolo di questo aspetto è Stones in my passway, dove interviene con meravigliosa naturalezza un dj a scratchare, perché il fuoco del blues brucia nell'anima dei sardi, degli africani e chiaramente anche degli abitanti dei ghetti newyorchesi.

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In dettaglio

  • Produzione artistica: The Blues Place
  • Anno: 2019
  • Durata: 46:03
  • Etichetta: Appaloosa Records / IRD

Elenco delle tracce

01. Come on in my kitchen

02. Me and the devil

03. Stop breaking down

04. From four 'til late

05. Stones in my passway

06. They're red hot

07. Crossroad blues

08. Hellhound on my trail

09. If I had a possession over judgment day

10. Love in vain

Brani migliori

  1. Stones in my passway
  2. They're red hot
  3. Stop Breaking down