Giulio Casale
Iniziamo col dire che un autore come Giulio Casale avrebbe bisogno di essere raccontato più che recensito. Una storia che parte da lontano, dai gruppi rock che scorrono nelle sue vene, agli Estra la band rock con cui iniziò vent’anni fa, fino a toccare i territori teatrali delle riletture e tra queste soprattutto quelle del teatro canzone di Gaber, per approdare a vere e proprie personali rappresentazioni della poesia della mai dimenticata Fernanda Pivano.
Il Nostro ha pranzato molto con la parola e la penna tanto da vantare la pubblicazione di Sullo Zero, un libro di poesie, cui fa da leitmotiv il tema dell’assenza (inteso come vuoto esistenziale) e quello dell’immersione nella natura, nel tentativo, non sempre possibile, di penetrare nella terra-madre per reagire agli stermini del paesaggio e all’aggressione tecnologica.
A proposito di vuoto, il nuovo disco Dalla parte del torto vede la luce dopo sette anni dal l’ultimo lavoro discografico datato 2005, un “vuoto” apparente visto che in questi anni Casale non si è mai fermato un attimo, calcando i palchi della nostra penisola in lungo e in largo con il suo carico (e il suo carisma) di navigato cantante-attore.
Ma questo nuovo disco, per l’artista trevigiano, è un ritorno al rock. Messa insieme una squadra di validi musicisti (ne ricordiamo uno per tutti, Giovanni Ferrario, nonché produttore del disco) e una giovane ma lungimirante etichetta come la Novunque di Alessandro Cesqui, Casale prova a rileggere e a ripensare il “termine” rock. E lo fa in maniera radicalmente differente rispetto agli inizi e cioè con una profondità espressiva, sia essa musicale che poetica, che va aldilà della rabbia e dei riff urlati (che troppo spesso il rock impone…) ed incide lapidariamente nel fare da copertina ai racconti poetici del disco, che già nel titolo ha padri illustri, infatti il nome è Estratto da una citazione di Bertold Brecht: «Dato che tutti gli altri posti erano già occupati, ci siamo seduti dalla parte del torto».
L’impatto è forte e pezzi come La tua canzone che apre il disco esprimono a dovere l’etimologia musicale del termine rock. Un rock che traspare da ogni composizione, alternando ritmi ossessivi (Un’ossessione) a passaggi elettronici (La merce).
E poi c’è la poetica sempre tagliente e talvolta radicale, persino dissacrante, di quell’Europa che oltre a bund e crisi monetarie viaggia sempre sul filo della xenofobia e del razzismo dilagante (Virus A).
E quando il duro lascia spazio ad atmosfere più tenui (deliziosa la tromba di Alessandro Fabbro) come in Apritemi, il fluire intenso dei versi sa abbracciare l’ascoltatore accompagnandolo in sentieri non sempre immediatamente tracciati, ma che richiedono quello sforzo intellettuale - senza enfatizzare troppo questo termine - che l’animo filosofico di Casale non ha mai abbandonato (ricordiamo che l’artista, oltre ad avere avuto un passato sportivo come cestista, ha frequentato studi di filosofia teoretica all’università di Venezia).
Nella presentazione interna del disco, lo stesso autore dice: «Mi pare che siamo rimasti in pochissimi a credere nella canzone. L’album è dedicato a quei pochi. Dalla parte sbagliata».
Il lavoro di Giulio Casale nasconde perle di fattura pregiata e altre, a parere di chi scrive, meno riuscite come quando si cimenta nella rilettura della cover di Battiato Magic Shop.
Qualcuno lo paragonerebbe ad un poeta maledetto contemporaneo per alcune atmosfere e interpretazioni analogiche della realtà, ma Casale in realtà rimane uno degli ultimi poeti liberi alla De Andrè o alla Gaber, una libertà frenata solo dal rigore per la disciplina e l’analisi del proprio operato: di questi tempi un merito e non un difetto.
01. La tua canzone
02. La mistificazione
03. Apritemi
04. Un'ossessione
05. Virus a
06. Fine
07. Magic shop
08. La merce
09. Personaggio comune
10. Senza direzione
11. La febbre
12. La tua canzone #9
Giulio Casale: voce, chitarra acustica, chitarra elettrica - Giovanni Ferrario: basso, organo, piano, armonio, tastiere, chitarra acustica, programmazione - Antonio Gramentieri: chitarra elettrica, chitarra baritono, lap steel, slide, bass IV, 12 corde, chitarra preparata, diamonica - Diego Sapignoli: batteria, percussioni, vibrafono, percussioni elettroniche - Alessandro Fabbro: tromba - Paolo Batti: viola, violino Marco Tagliola: fischio, Binson&Roland echo